Tra un vampiro, un licantropo mutante immune dall’argento e un enigmista, adoro vedere le mitiche pellicole anni ’80…Contando che la nuova frontiera del cinema horror si chiama Saw, i veri film che hanno fatto la storia di questo genere sono ben altri.
Storia alquanto semplice e scontata (all’apparenza): dopo alcuni efferati delitti, che non lasciano presagire nulla di buono e di umano, un detective newyorkese si mete sulle tracce del pericoloso assassino che si scoprirà essere molto di più che un semplice serial killer…
Si respira da subito aria da Taxi driver grazie al fascino della metropoli, e alla fotografia meccanica e fumosa tipica delle grandi città. Albert Finney, già, proprio lui ( Big fish, Erin Brockovic, I duellanti), nei panni del detective svogliato, che ne ha viste di cotte e di crude e che in passato deve aver esagerato con alcool e/o armi.
A metà tra Cobretti, l’ispettore Callaghan e John Travolta in Perfect, non ha grosse intuizioni riguardo al caso e le indagini vanno a rilento (un po’ troppo).
La recitazione è comunque ottima, non per niente non smette di essere scritturato più volte l’anno, e gli effetti speciali sulle morti ci regalano alcune trovate niente male tipo mani e arti mozzate di plastica (e sangue che scorre copioso, inno a Lucio Fulci). Le pause sono interminabili grazie soprattutto ad una colonna sonora pressoché inesistente, ma tutto questo non fa altro che calarci a poco a poco nella psicologia dell’assassino, nonostante il movente stenti ad accendere la luce; Wolfen?
Alcune trovate sono favolose al limite dei film amatoriali (grafica degna del mitico vic 20 ma che in un certo senso spalanca le porte a quello che sarà Predator, vedendo mi darete ragione), così come il non-senso di certi passaggi decisivi che sembrano sfuggire al detective (la verità è davanti agli occhi ma non si vede).
Da oscar la bevuta del Whisky nella tazza del latte.
A parte qualche filmato eccezionalmente snuff (proiettato dagli esperti di belve feroci), i delitti sono un po’ troppo distanti l’uno dall’altro, e nessuna traccia della belva dopo circa 1 ora e 10 di visione. Horror psicologico?
Ad un tratto però, tra riti sciamanici, politica e voodoo, la morale giunge inaspettata e il mio plauso personale è tutto per il buon Michael Wadleigh…già. Da un film di questo tipo non mi sarei mai aspettato nulla di esageratamente buono, ma in questo caso devo ricredermi, anzi, andrò ben oltre. Grazie al suo significato intrinseco, Wolfen acquista tutta la mia stima e supera (con un diesel) molte altre pellicole magari maggiormente curate dal punto di vista estetico ma che in fondo non dicono gran che.
Da questo punto in poi il film assume tutto un altro significato e scorre molto più veloce, le porte si spalancano e tutto ci appare come realmente è, infinito. Certo rimpinguare un po’ di più il budget allorché si apprestava ad accomodarsi sulla mitica sedia del “capo”, non avrebbe fatto assolutamente male al nostro regista; mi riferisco ovviamente agli effetti speciali e alla resa generale del clima di brutale ferocia.
Pensando infatti che proprio nello stesso anno Joe Dante sfornava un capolavoro dell’horror “mannaro” come “L’ululato”, a mio parere tra i migliori film sui licantropi, viene spontaneo da chiedersi come mai il povero Wadleigh non disponesse degli stessi addetti ai lavori del collega…
I soldi fanno l’apparenza ma di certo non consegnano il significato del film, e in questo caso la vittoria va a Wolfen, la belva immortale.
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