Conosciuto anche come “La strana avventura di David (o Allan) Gray”, il film di Dreyer completa l’ipotetica trilogia fondamentale che diede origine alla cinematografia vampirica.
Quello di Dreyer è un altro modo di fare cinema, più vicino a quello di Murnau che a quello di Browning, ma sostanzialmente “diverso”.
Le differenze con i due precedenti (Nosferatu e Dracula) sono radicali.
Vampyr non trae spunto dal romanzo di Stoker… bensì dai racconti di Le Fanu ed in particolare da “Carmilla”. La figura del Vampiro qui rappresenta un valore del tutto differente. Il Male assume i connotati fisici di un’anziana donna… ma ciò che fa la differenza non è tanto questo. Rispetto ai film che lo hanno preceduto, il Vampiro non è il protagonista della vicenda…le sue apparizioni sono ridotte al minimo, non c’è l’ossessiva la lotta contro il male, si da molta più importanza alle reazioni degli “umani” piuttosto che alle azioni del “disumano”. Un’altra fondamentale distinzione sta nella perdita di quella valenza “erotica”, che sia Dracula che Nosferatu avevano. Si potrebbe pensare che l’atto della suzione, di per sé indubbio simulacro della penetrazione, non abbia la stessa forza evocativa se accostato ad una figura femminile.
Ma l ’ambiguità di un amore saffico in Le Fanu è piuttosto evidente… Dreyer minimalizza questo aspetto della vicenda, concentrandosi sull’atmosfera metafisico-surreale della storia.
Sono le visioni oniriche, al limite della premonizione, di David Grey che ci guidano, confondendoci piacevolmente. Non è lui (passivo ricettore) il vero protagonista, ma ciò che vede e che sogna, ciò che la macchina da presa ci propone…
Il sogno della realtà, questo è Dreyer.
Le assurde visioni del protagonista hanno un itinerario ben definito e si intrecciano di continuo con immagini reali, le quali viste attraverso i suoi occhi assumono dei connotati più profondi. I fotogrammi iniziali che mostrano un semplice contadino di ritorno dai campi…filtrate dalla mente di Gray ci prospettano l’ombra della morte che aleggia, cupa e minacciosa, sul suo viaggio.
Ciò che più colpisce in quest’opera è il netto contrasto tra bianco e nero…contrasto in cui domina, con violenta prepotenza, il bianco.
Sebbene si narri che ciò sia dovuto ad un errore tecnico in fase di sviluppo della pellicola, mi piace pensare che sia uno stratagemma voluto dal regista per sottolineare visivamente e con raffinata metafora, come solo il bene (bianco) sia in grado di distruggere il male (nero). Non storie d’amore, non atti di sacrificio…ma solo essenzialità cromatica.
Le ombre riempiono gli interstizi tra la realtà e la dimensione fantastica, ma non sono ombre minacciose, come quelle di Murnau, sono più che altro delle guide…dei ciceroni che ci prendono per mano mostrando ciò che altrimenti rimarrebbe invisibile. Le “invenzioni” di Dreyer sono fenomenali, l’ombra del soldato che ritorna dal suo padrone, dopo essersi animata autonomamente, la soggettiva del cadavere all’interno della bara…con la macchina da presa che ritaglia spietata delle immagini verso il cielo, sono solo gli esempi più evidenti. Ma la metafora visiva di Dreyer è ben più articolata…gli ingranaggi che azionano il mulino, sono un chiaro riferimento allo scorrere del tempo, il meccanismo di un orologio che narra una storia.
Tutto ciò è enfatizzato da un ininterrotto susseguirsi di inquadrature e da un montaggio piuttosto “frammentato”, che spinge lo spettatore ad avere la sensazione di una continuità temporale, che non ci mostra punti di riferimento sull’effettivo trascorrere del tempo. “Vampyr” è visivamente più spregiudicato dei predecessori film vampririci…tratta la morte come evento naturale, seppure incanalato in una vicenda surreale. Nel film di Dreyer si muore…la morte non come condizione dannata a causa del morso di un vampiro, o come metafora del propagarsi del male (peste in Nosferatu), ma brutale, cinica, reale. La morte ci introduce al film, ed è proprio la morte a fare da epilogo. Non con la fine del generatore del male (il Vampiro), ma con la morte di un uomo…la tremenda morte di un uomo…descritta con un geniale montaggio che alterna la disperazione dell’asfissia, con le spensierate immagini di un uomo e una donna in barca. Contrasti.
Dal punto di vista estetico “Vampyr” si discosta dai predecessori per la sua, quasi totale, presenza di scene girate in esterno…ma a differenza di Murnau, Dreyer ambienta le sue azioni alla luce del sole. Una curiosità tecnica.
Questo è il primo film sonoro di Dreyer…venne girato come un film muto e poi post-sincronizzato in tre lingue (tedesco, francese e inglese). Le differenze linguistiche e la censura tedesca, però portarono alla luce tre versioni differenti l’una dall’altra. Le pellicole e il sonoro originali andarono perdute…molte delle copie giunte a noi (tra cui quella italiana) sono dei collage di ciò che è rimasto delle versioni francese e tedesca.
|