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L'UOMO LUPO


 
Titolo originale:  The Wolf Man
Produzione:  USA, 1941
Regia:  George Waggner
Cast:  Lon Chaney Jr., Claude Rains, Maria Ouspenskaia, Bela Lugosi
 


Larry Talbot, di ritorno al castello di famiglia nel Galles dopo diversi anni trascorsi in America, si reca a visitare una sera un accampamento di zingari. Udendo delle grida provenire dal bosco, accorre in aiuto di una ragazza aggredita da un lupo, riesce ad uccidere con il suo bastone dal pomo d'argento l'animale, ma non ad evitare di essere morso, senza sapere che quel morso ha segnato il suo destino…

"Even a man who is pure of heart and says his prayers by night may become a wolf when the wolfbane blooms and the autumn moon is bright".

E' la famosa poesia, scritta dallo sceneggiatore Curt Siodmak e citata a più riprese in questo film della Universal, che si era già cimentata con un film sull'uomo lupo nel 1935 con "Il segreto del Tibet". La traduzione italiana "Anche l'uomo che ha puro il suo cuore, ed ogni giorno si raccoglie in preghiera, può diventar lupo se fiorisce l'aconito, e la luna piena splende la sera" non le rende del tutto giustizia. Questa pellicola è una pietra miliare del cinema su questo argomento, non a caso viene citata come esempio dal licantropo-cinefilo di "Un lupo mannaro americano a Londra". Il punto di forza di questo film è sicuramente nella suggestiva ed inquietante atmosfera, merito anche della fotografia di Joseph Valentine, che rende densa, quasi palpabile la nebbia che pervade il bosco ed accompagna l'errare istintivo e quasi smarrito dell'uomo-bestia. E' entrato inoltre a buon diritto nella storia della cinematografia lo splendido make-up di Jack Pierce, che durante le riprese costringeva Lon Chaney Jr ad estenuanti sedute di trucco, della durata di diverse ore, in cui peli di yak gli venivano applicati sulla faccia uno ad uno.

E' stato più volte osservato che la figura del licantropo ha una dimensione del tutto diversa da quella degli altri mostri della tradizione letteraria e filmica: l'uomo lupo è una creatura colpita inspiegabilmente dal Fato, un mostro suo malgrado, schiacciato da una condanna inesorabile in un'ottica da tragedia greca. Per dirla con le parole che la zingara Maleva, (presenza che domina con il suo carisma magnetico l'intera pellicola, controbilanciando la legnosa inespressività dell'inevitabilmente simpatico Chaney) pronuncia di fronte al cadavere del figlio Bela, il lupo mannaro ucciso da Talbot : "La strada che hai percorso era spinosa… anche se non per colpa tua… ma come la pioggia penetra nella terra, e come il fiume sfocia nel mare, così le nostre lacrime scorrono per una fine predestinata…" Il licantropo non può sfuggire al suo destino, ma lo guarda impotente ed inorridito, proprio come guarda la stella a cinque punte che compare sul palmo della mano della sua prossima vittima. E' un essere inquietante proprio perché mette a nudo la nostra atavica paura che il lato animalesco presente in ognuno di noi possa prendere il sopravvento sulla razionalità. Citando ancora il film in questione, ed in particolare le parole di Sir John Talbot: "Licantropia… è una forma di schizofrenia…vuol dire una cosa molto semplice: che nell'uomo sono presenti il male e il bene… e il male è rappresentato dal lupo."


 
*Suspiria*


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