Ho da sempre considerato Argento un buon regista, innovativo e lungimirante per certi aspetti, statico e ripetitivo per altri.
Gli ultimi decenni di produzione hanno visto un (indubbio) crollo verticale sia dell’aspetto creativo che, in parte, di quello puramente tecnico del regista romano. Questo fino all’annunciato e tanto atteso ritorno del maestro alle origini ed ai fasti delle sue opere più riuscite e riconosciute, Suspiria e Inferno. Il capitolo finale, culminato dal ricongiungimento delle tre madri. La trilogia si conclude. Dopo aver così elegantemente e con doviziosa perizia di particolari, presentato sullo schermo la spietata “Mater Sospiriorum” e la tremenda “Mater Tenebrarum”, il nostro Darione nazionale, da buon ciambellano, presenzia l’incontro con “Mater Lacrimarum”, la più potente e cattiva del trio malefico.
Con tali attitudini cosa auspicarsi se non l’umiliazione e la sottomissione dell’intera razza umana? E chi, se non Asia Argento, potrebbe essere la paladina eletta a salvatore del genere umano?
Il film lo si può sintetizzare e descrivere in maniera più che consona in un solo (esplicativo) aggettivo: imbarazzante. La sola cosa che accomuna questo lavoro con i due episodi precedenti sono il nome della strega e la sua ubicazione geografica.
La principale lacuna di questo lavoro è identificabile con una sceneggiatura (non familiare ad Argento) fantastica che, se in “Suspiria” e “Inferno” aveva il grande pregio di rendere coerente e coinvolgente una storia fondata su basi esoterico/metafisiche, qui si abbandona alla “follia” narrativa, impastando qualche spunto interessante (pochi a dir il vero) con i brandelli di una storia a tratti ridicola e senza un filo conduttore o indagine investigativa (prerogativa naturale del regista romano) degna di questo nome.
Alcune scelte narrative ed estetiche lasciano alquanto perplessi.
Identificare le streghe, adunate dalla mater nella caput mundi come delle ragazzette isteriche abbigliate e truccate in perfetto stile anni ’80, che oltre a sghignazzare fanno ben poco, denigra e deride l’aspetto elegante ed austero della categoria presentato precedentemente. Gli enigmi ed i misteri, prima complessi ed intricati, adesso sembrano la versione semplificata per incapaci. La creatività delle morti, che in “Inferno” aveva toccato vette auliche, sprofonda nella mediocrità più assoluta. Le apparizioni della Nicolodi in versione “Gosth” rendono vane le speranze di assistere ad un film “serio”, anche perché gli effetti digitali (per gli italiani ostacolo insormontabile) sono al limite del presentabile.
Volendo fare un pindarico parallelismo storico, “La terza madre” appare come un soggetto di Jess Franco, adattato da Roger Fratter, girato (in buona parte) da Luigi Cozzi, con la supervisione agli effetti speciali del peggiore Andreas Schnaas (schiacciamento della testa sul treno!). Niente di particolarmente negativo (trash forever) in tutto ciò, ma non si può certo parlare di Maestro.
Emblematico in tal senso il disastroso epilogo. L’eroina del caso (Asia) strappa con una lancia la “canotta del potere” dal corpo della mater Lacrimarum, la quale in preda all’ira e chiamando a raccolta i suoi immensi poteri (e sballottolando un po’ le tette), lancia all’indirizzo della sciagurata infedele un tremendo anatema: “Puttana”!
La maledizione di Argento si perpetua anche nell’ultimo suo lavoro: la recitazione non è giudicabile, in quanto non pervenuta. Asia appare la più credibile, detto questo ogni altro commento risulta superfluo. L’aspetto inquietante di tale sciagura è incarnato dalla palese constatazione che nel ricco mondo del cinema indipendente (Italia compresa) esistono attori (sconosciuti) di livello nettamente superiore rispetto quelli utilizzati da Argento.
Sorvolando (con un velo di tristezza) sullo sfrontato (e ingiustificato) autocitazionismo e sottolineando persino l’inadeguato commento musicale a tutto il film, sui titoli di coda irrompe, come fonte rivelatrice atta a demolire la granitica impalcatura di punti di domanda e squarciare il fitto bosco di dubbi sulla reale utilità di questa pellicola, la gracchiante voce di Dani Filth (accompagnato dai Goblin).
Se, infatti, “La terza madre” non riesce ad avere una collocazione decorosa come film horror (o presunto tale), ritrova la propria dignità artistica e il dovuto riconoscimento intellettuale come esemplare ed efficace “videoclip” dei Cradle of filth.
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