"Signs" è l'ultimo film di M. Night Shyamalan.
Il terzo dopo "Il sesto senso" e "The Unbreakable". È un film che
permette di fare un punto della situazione su come si sia evoluto questo
regista e dove sia arrivato il suo cinema. Proviamo a capire e cercare di
analizzare quale sia lo stile registico-narrativa nel suo cinema. Il primo
punto fondamentale di questo film è la struttura narrativa e quindi come
questa stessa narrazione viene costruita. Questo diverso modo di approcciarsi
ad un tema e allo sviluppo di un soggetto resta la cosa più positiva del
film, soprattutto se consideriamo che su questo sviluppo si costruiscono, non
solo le sequenze del film, ma ciò che le immagini devono raccontare.
"Signs" si riferisce ai quei segnali tangibili che l'uomo trova sulla terra e
che attribuisce, per un'incapacità di spiegazione, a forme di vita
extraterrestri, e infatti il tema del film è, o sembrerebbe essere, la
possibilità di un'invasione o di un contatto alieno. Con lo svilupparsi
del film questo tema si farà sempre più pressante e darà
sempre meno spazio alla possibile interpretazione razionale dell'uomo. Gli
alieni ci sono. E si vedono. Ma questo è soltanto una piccola
caratteristica dell'intero film, che invece è molto più complesso
e architettato. La verità è che il film sposta quello che
dovrebbe essere il tema narrativo portante in secondo piano. Quello che emerge
e quello su cui ruota tutto il film è il dramma esistenziale di un uomo,
un pastore, un prete, che, dopo la morte improvvisa della moglie perde la fede.
L'invasione degli alieni è soltanto l'elemento che metterà un
uomo e il suo dramma in relazione ad una situazione estrema, da tutti
considerata l'Apocalisse.
Un uomo senza fede e la possibile fine del mondo in un piccolo
paese della profonda America rurale (per la precisione Bucks, quaranta miglia
da Philadelphia, come recita l'unica didascalia del film). Nelle inquadrature
iniziali viene mostrato un Close-up di una fotografia di famiglia appoggiata
sul comodino che mostra Mel Gibson vestito da prete accanto a sua moglie e ai
suoi due figli. In questa inquadratura si capisce molto. Nulla è
lasciato al caso e la foto ha un preciso e voluto significato: suggerire. Si
possono capire subito quali siano le motivazioni e le scelte di un inizio di
questo genere. Il particolare dell'abito da prete e la moglie sono i punti
d'attenzione dello sguardo. Il viso di Mel Gibson (Graham Hess) compare in
campo coprendo la visuale della fotografia dopo essersi svegliato di
soprassalto. Seguono delle inquadrature silenziose dove Mel Gibson si muove per
le stanze della casa. Queste inquadrature di collegamento confermano
l'immediato suggerimento della fotografia. È una casa vuota, dove
qualcosa manca. Improvvisamente delle urla fuori campo e in lontananza rivelano
la presenza dei bambini. Siamo subito di fronte ad un tessuto segreto e
allusivo. Tre elementi. La foto, le urla di conferma, Mel Gibson, solo in casa.
All'appello manca la madre e, poco dopo scopriamo, anche il vestito da prete (e
il crocefisso nella stanza di cui è rimasta l'impronta segnata sul
muro), e con esso la fede.
È questo soltanto un piccolo esempio che dura
visivamente pochi secondi e meno di una decina di inquadrature, ma da cui
è già possibile intuire la diversità del film. Un film
ricco di livelli in cui lo sviluppo narrativo generale e lo sviluppo dei
diversi temi procederà per intersezione e alternanza: da una parte gli
alieni e la loro inspiegabile e misteriosa improvvisa invasione, e dall'altra
il procedere e lo disvelarsi del dramma umano. La prima parte del film è
ricca di indizi. Di continui rimandi. Gli alieni sono una possibilità
remota, equivocabile e interpretabile. Non vengono mai mostrati e questo trucco
narrativo permette al film, alla sua struttura narrativa di creare un'attesa.
Ne deriva una suspance arricchita da timidi indizi visivi che però
lasciano sempre aperta ogni possibile interpretazione o dubbio, almeno fino ad
un certo punto del film. La caratteristica principale che si è andata
formando in questo regista è una caratteristica che troviamo spesso nel
cinema d'autore americano. Si tratta di quella tendenza che permette al film di
costruirsi sull'eliminazione e la sottrazione della visione diretta degli
elementi narrativi sui cui ruota tutto il film. Gli alieni non si vedono. Si
sentono, si crede di vederli. Sono un suono, i canneti mossi dal loro
passaggio, il terrore dei cani da guardia. Questa spada di Damocle costituita
da un'attesa continuamente disattesa, se da una parte soddisfa il nostro senso
di non voler vedere rappresentato ciò che non si conosce, dall'altra
porta a credere che il film sia strutturato interamente sul colpo di scena
finale. Colpo di scena che porterebbe in se la reinterpretazione di ciò
che è stato visto al livello di "ciò che credete di aver visto".
Ma non è il caso di questo film. Anzi è tutto il contrario. Se
tra Il Sesto Senso e The Unbreakable possiamo trovare analogie narrative e di
ricerca registica non si può non constatare che con questo terzo film
certe modalità siano cambiate.
L'effetto a sorpresa del finale si è andato nel tempo a
spostare sempre di più verso la fine dei film, fino a sparire; e appunto
in "Signs" non esiste. In questo senso il film assume una forma più
aperta. È quindi sicuramente un film più maturo e ricercato, con
intenti di ampio e di maggior respiro e lo stesso soggetto si distende su tutta
la durata del film. Shyamalan si incentra maggiormente su un racconto lineare
che ha un suo inizio, uno suo svolgimento, nessun improvviso cambio di
prospettiva, una fine. Il film comunque ha i suoi pregi e i suoi difetti. Da
una parte è apprezzabile questa volontà di affrontare e scrivere
un soggetto che non si esaurisca nell'effetto, dall'altro Shyamalan ha perso
molto della sua incisività e ricercatezza visiva. Il piacere della
visione viene epurato di molti orpelli virtuosistici che spesso potevano
risultare esagerati e volutamente ricercati tanto da risultare inutili ma
è anche vero che la regia spesso si stabilizza su scelte decisamente
accademiche e prevedibili, in particolare nelle scene di dialogo. È
proprio quando il dialogo, e quindi l'importanza empatica della storia, prende
il sopravvento che il film non riesce ad essere efficace utilizzando uno stile
molto asciutto e meno ricercato, anche se probabilmente più maturo. La
prima parte, è stato detto, è costruita sulla mancante certezza
della presenza degli alieni. Il film suggerisce senza mai dare certezze. La
scoperta dei segni nel campo di pannocchie dell'ex pastore Mel Gibson, vengono
quasi dimenticati. Il film si incentra sulla famiglia, sulle relazione con il
fratello e i figli, sul dramma personale della mancanza della moglie e della
perdita della fede, mentre il sottofondo narrativo della presenza aliena in un
certo senso catalizza lo scorrere degli eventi. La mitologia che si costruisce
intorno all'arrivo e alla comparsa degli alieni è interamente affidata,
almeno inizialmente, al medium televisivo. La televisione commenta, attraverso
il suo schermo, ciò che sta avvenendo fuori nel mondo. È l'unica
vera finestra sulla realtà esterna, perché da un certo punto in
avanti il film si sviluppa principalmente in interni. Questa scelta porta
subito alla memoria un film come "Zombie" di George Romero, dove in televisione
si svolgevano accesi dibattiti, e grazie alla quale si poteva delegare la
narrazione di parte di ciò che stava accadendo nella storia del film
senza dover ricorrere ai dialoghi.
Ma a Romero e in particolare a "La notte dei morti
viventi" pensiamo soprattutto nelle ultime sequenze di "Signs" quando la calma
apparente, l'attesa silenziosa, si trasforma in azione con l'improvviso attacco
degli alieni alla casa dove si sono barricati i protagonisti. Anche in "Signs"
quindi la televisione dà ritmo al film. Scandisce i momenti della
narrazione. È, infatti, attraverso questa che si assiste all'invasione:
una serie di luci misteriose restano immobili nel cielo di Messico City, la
città più grande del mondo, mentre un alieno è ripreso e
quindi reso visibile attraverso riprese amatoriali trasmesse al telegiornale.
È la prima apparizione reale. La seconda e ultima sarà appunto un
incontro ravvicinato nel finale del film. Questa particolare narrativo
imperniato sull'utilizzo del medium televisivo ha un suo corrispettivo anche
nella costruzione visiva. La televisione diventa un elemento catalizzatore a
cui i personaggi si rivolgono per ascoltare e vedere ciò che succede nel
mondo. Ma rimane sempre un vedere dei personaggi. Sono poche infatti gli indizi
visivi dedicati allo spettatore del film. La macchina da presa quindi sia negli
interni che negli esterni occupa spesso posizioni fisicamente marginali. Spesso
è al posto di una porta o di una finestra, al limite del canneto che
circonda la casa e che divide il visibile dall'invisibile, nei punti di
passaggio e di confine o, come nel caso del televisore, è il punto che
accentra tutti gli sguardi. Sono poche quindi le inquadrature che potrebbero
essere considerate Soggettive proprie dei personaggi. È raro che venga
mostrato ciò che i personaggi vedono perché l'esperienza diretta
è tenuta volontariamente nell'ellissi. La tensione quindi si struttura
particolarmente attraverso due modalità differenti. Abbiamo a che fare
con un doppio registro di costruzione drammatica: da una parte il prolungamento
di determinate inquadrature e l'ambigua posizione della macchina da presa che
delega al fuoricampo il luogo dove la tensione si concretizza, dall'altro
l'utilizzo dell'ellissi visiva nei momenti di maggiore azione. Sono
sostanzialmente le due componenti fondamentali del cinema, il visivo e il
sonoro e il loro uso narrativo, a costruire il film. La tensione visiva
è il risultato di un continuo rimando in avanti di un qualcosa che
potrebbe succedere ma che non avviene. Una sensazione di non detto e
d'invisibile, ma anche di ansiosa imminenza, percorre tutto il film. È
questo tipo di tensione visiva che viene costruita attraverso
l'ambiguità interpretativa di alcune inquadrature. La macchina da presa
occupa spesso posizioni difficili da interpretare: vediamo i personaggi che
guardano, ma che non scorgono, che non capiscono, che si sentono osservati.
Anche quando viene usata una semi soggettiva quello che
ci viene mostrato è sempre una mancanza, una non-presenza. A questa
mancanza si aggiunge il controcampo con il viso dell'attore da interpretare.
Spesso Shyamalan indugia su quest'ultime inquadrature e questo indugiare
permette uno slittamento, seppure momentaneo e mai confermato, di
interpretazione. Infatti il prolungamento della durata di un'inquadratura di
questo genere sposta l'oggettività stessa di un possibile controcampo in
una probabile e ambigua Soggettiva di un qualcosa di sconosciuto e di cui non
si può confermare la presenza, ma che permette allo stesso fuoricampo di
vivere di una concretezza fisica e reale. Il personaggio quindi viene
inquadrato e guarda diretto verso di noi, e attraverso questo espediente,
dietro di noi, ciò che sta dietro alla macchina da presa, si accumula
molta tensione del film. Si ha la sensazione che ci sia sempre un qualcosa di
più che noi non possiamo vedere ma soltanto percepire. Qualcosa è
sempre sul punto di accadere. La tensione si accumula intorno all'attore, il
fuoricampo preme con il suo aumento di concretezza pronto ad esplodere
nell'in-campo in una rivelazione visiva. Ma è soltanto un espediente
costantemente rimandato. Il fuoricampo assume un ruolo di maggiore rilievo nel
momento preciso dell'azione. Se il film si costruisce di continui accumuli
drammatici disattesi, la parte finale del film richiede una soluzione effettiva
dove le tensioni stesse vengono lentamente dissolte. Seguendo sempre il dettame
del tenere nascosto ciò che è difficile rappresentare preferendo
sempre l'elusione Shyamalan costruisce le ultime scene, prima dello scontro
ravvicinato con l'alieno, in maniera esemplare.
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