Gran bel film. Non si potrebbe cominciare
con parole differenti la recensione di quest'horror-movie nostrano, che,
di diritto, si posiziona senz'altro nella fascia alta delle classifiche di ogni
Fulci-fan (e non solo) che si rispetti, ma che, proprio a causa del suo
sapore squisitamente casereccio, non fa certamente gridare al miracolo.
L'annoso problema del cinema italiano (che tutt'oggi fa additare i prodotti
sfornati dall'industria cinematografica del Bel Paese con antipatico
pregiudizio) è sempre stato (e probabilmente sempre sarà) quello
di creare film per soli appassionati della filmografia d'autore e di
nicchia; Fulci, di questo, fu senz'altro orgoglioso portabandiera e
pioniere. Sordo a qualsivoglia vento di stile o rinnovamento, infatti, il buon
Lucio, ribadisce ancora una volta il suo intransigente metro di misura:
conquistare l'agognata pagnotta. Da sempre artigiano della macchina da
presa, il cineasta romano, mai fece mistero dell'indispensabile fine ultimo dei
propri lavori: la passione, d'accordo, ma soprattutto la mera sopravvivenza.
Con questa doverosa ed affezionata premessa
mi accingo a raccontare quello che è, nel dettaglio, Paura nella
città dei morti viventi. La prima segnalazione va senz'altro a favore di
una sceneggiatura più brillante del solito, costellata di personaggi ben
delineati (per quanto sia possibile delineare più di dieci profili in
novanta minuti scarsi) e colpi di scena relativamente inaspettati. Fulci
imbastisce una storia di maledizioni e fantasmi (senza, ovviamente,
dimenticarsi degli zombi, creature tanto care ed agognate dai famelici
produttori di splatter-films anni ottanta), che attinge a piene mani dalle cupe
atmosfere Lovecraftiane d'ottocentesca memoria. In breve, la trama,
narra le gesta di una ragazza (l'immancabile Katherine Mc Coll) e del
giornalista che le ha salvato la vita (la malcapitata, infatti, era stata
sepolta viva in seguito ad una strana trance che ne aveva simulato la morte),
uniti nella terrificante ricerca del terribile segreto di Dunwich, una
cittadina di provincia (americana?), nella quale il suicidio di un prete ha
spalancato le porte dell'inferno (aridaje...). Il tutto, come nella
migliore tradizione Fulciana, è condito da un'alone opprimente di morte
e selvaggia violenza; et voilà... il piatto è servito! Un
plauso alla colonna sonora ossessiva e decadente di Fabio Frizzi ed ai
soliti, truculentissimi effetti speciali è d'obbligo.
In questo film, infatti, ne vedrete davvero
delle belle: intestini vomitati, teste trapanate da parte a parte, cervelli
strizzati e soprattutto una sequenza di tumulazione prematura davvero da
cardiopalma. Grave nota di demerito invece per la Avo Film che ha
pubblicato l'unica versione italiana disponibile dell'opera; i "cervelloni"
dell'etichetta in questione, infatti, hanno deciso di far comparire di tanto in
tanto (leggi: ogni venti minuti circa) una schermata di diritti d'autore.
Tralasciando il fatto che sarebbero bastate le consuete avvertenze a
scorrimento verticale posizionate ad inizio pellicola, non si sarebbero potuti
almeno evitare i caratteri cubitali? Il risultato è davvero fastidioso;
complimenti! In definitiva, tralasciando i suddetti disguidi tecnici che, per
fortuna, non intaccano il notevole valore del film, penso che un bel
sette sia il voto più adatto per uno dei migliori
horror-splatter-gore italiani. Da avere e conservare gelosamente.
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