Sud Italia (Lucania?), un paesino qualunque
di montagna, aspro e sassoso; abitanti pochi e poveri. E (questa è la
chiave del film) ignoranti. La vita tranquilla della comunità è
profondamente stravolta dalle crudeli uccisioni di alcuni bambini, che vengono
percossi e soffocati. Si scatena così una vera caccia all'uomo (una vera
caccia alle streghe, si potrebbe quasi dire), il popolo vuole un colpevole, uno
su cui puntare il dito, e l'esperto maresciallo locale aiuta la polizia nelle
indagini, che però non portano a grandi risultati. E infatti non ne
basterà uno, e i colpevoli si susseguiranno insieme ai colpi di scena.
Estranei a questo background sono un giornalista (Tomas Milian), ed una
facoltosa ragazza esiliata in questo sperduto paesino dalla famiglia (una
conturbante Barbara Bouchet), non meno importanti comunque per l'economia
narrativa dell'opera. Ignoranti, dicevamo. Ignoranti nel senso di chiusi. I
rozzi e tradizionalisti paesani non vogliono adeguarsi ai cambiamenti che
stanno riguardando il Paese (siamo in pieno boom economico), e quest'aspetto
è marcato e rimarcato da Fulci, attraverso accostamenti, come quello tra
il vecchio paesino e il moderno cavalcavia dell'autostrada, e scene come quella
in cui la maciara muore lentamente sul bordo della strada sotto lo sguardo
indifferente delle famiglie che si recano in vacanza in automobile.
È doveroso precisare che "Non si
sevizia un paperino" non è affatto un horror, e che non risente nemmeno
della vena splatter che ha reso famoso Fulci in tutto il mondo. Primo grande
film di Fulci, purtroppo tagliato delle scene più forti nella maggior
parte delle versioni video. Nonostante le forbici dei censori, che tolsero
alcune sequenze di nudo e di violenza all'epoca "proibitissime" (una scena con
la Bouchet nuda in compagnia di un bambino rischiò di far bruciare la
pellicola: si risolse fortunatamente tutto dimostrando che la parte del bambino
era interpetata da un nano..), il film resta senz'altro godibilissimo. Chi
avesse comunque la possibilità di vederlo integrale (nella versione
olandese, con tutta la sequenza del massacro della Bolkan e della lunga morte
dell'assassino) non se ne lasci sfuggire l'occasione... Calza a pennello la
metafora (del titolo del film) tra i bambini e le bambole (o i pupazzi) della
bambina, che a sua volta è una "diversa", e - così come la madre
che l'ha partorita - viene rispettata (ma sarebbe meglio dire ignorata) dalla
comunità solo per la parentela con il parroco, guida morale del volgo.
La primissima cosa che mi ha colpito del film, già durante la visione e
fin dalle prime scene, è la perfezione nella scelta dei tempi della
narrazione e della regia. Non c'è un'inquadratura fuori posto, tantomeno
una scena intera, non c'è un calo di tensione, non c'è un momento
di relax. Le musiche sono azzeccate, dalle sonorità "tubulari" tipiche
dell'horror di molte scene del boschetto e della montagna, all'hard rock puro
della scena in cui la maciara viene linciata. Un'altra cosa interessantissima
riguarda proprio l'identità del colpevole. Facendo un po' d'attenzione,
verso metà film già si potrebbe intuire che il colpevole è
effettivamente quello che è, gli indizi ci sono (rivedendo il film se ne
scoprono moltissimi).
Ma bisogna tenere in considerazione due
aspetti: 1) il film è del 1972, e nei 22 anni successivi sono stati
scritti e girati libri e film thriller in quantità, grazie ai quali
abbiamo ormai sviluppato una certa esperienza nell'assegnare il ruolo di
colpevole al meno sospettabile della situazione; 2) il colpevole magari si
può anche intuire, ma: a) non si ha mai la certezza definitiva che sia
lui, perché Fulci lo fa apposta: lascia qua e là gli indizi, ma
è maestro anche a lasciare un pur minimo dubbio; b) non si capisce mai
il perché, il come, il quando, e comunque lo spettatore è troppo
impegnato a seguire l'intreccio della storia per preoccuparsi di dire: "quello
lì è il colpevole!". Facendo leva su personaggi e situazioni
tipiche, Fulci riesce a ritrarre in maniera straordinaria tutta una serie di
aspetti antropologici e sociali caratteristici di un qualsiasi paese del sud
Italia, su tutti l'ignoranza intesa nella veste di paura-odio verso il
"diverso", colui che non è conforme (per scelta o per disagi mentali)
alla società e alla sua mentalità. Ecco allora che i cittadini
cercano il colpevole, e lo trovano prima in Giuseppe Barra (lo scimunito), poi
nella maciara (malata di mente a causa della perdita del figlio neonato ed
esiliata sui monti), poi magari in Patrizia (ricca, emancipata, ex drogata,
viene dal nord e tutt'altro che vogliosa di conformarsi).
Ma non si accorgono invece che il colpevole è la figura
di riferimento (morale, ma non solo) di quel tipo di comunità, e che
uccide i bambini proprio per evitargli di diventare "diversi" a loro volta. Per
evitargli di morire davvero, per proteggere la loro anima da qualsiasi tipo di
contaminazione. La morte fisica per l'immortalità dell'anima. Perverso.
Geniale. Sottovalutato. Fulci.
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