In un futuro post-atomico, uno scienziato crea in laboratorio un micidiale parassita carnivoro. Accidentalmente una delle creature riesce a farsi strada all’interno dello stomaco del suo creatore. Al medico non rimane altro da fare, se non trovare un altro parassita e cercare di ricavarne un antidoto…in fretta. Girato in 3D, in linea con la moda dell’epoca (ritornata in auge), anche “Parasite”, come molti lavori di Charles Band, parte da una buona idea per poi disgregarsi strada facendo. Il vorace parassita che divora dall’interno il proprio ospite (anche se di Scottiana ispirazione) risulta il punto forte della pellicola, riuscendo a suscitare momenti di dignitosa tensione. La ricerca disperata dell’antidoto e la simbiosi forzata che può concludersi solo con la morte di uno dei due contendenti, avrebbero potuto fornire delle ottime fondamenta su cui costruire qualcosa di solido.
Gli effetti, anche se a budget limitatissimo, sono ben realizzati e aiutano l’aspetto “carnale” della vicenda, ma da soli non bastano a rendere il film di buon livello. La sceneggiatura si dilunga troppo su aspetti noiosi, di poca rilevanza e a tratti illogici smorzando così quello che è (o sarebbe potuto diventare) il topos della storia. Il cast è a tratti imbarazzante (compresa la giovanissima Demi Moore), tanto da trasformare quella del parassita nella migliore delle interpretazioni, grazie soprattutto ad un finale da protagonista. D’effetto la colonna sonora (di Richard Band) e l’onirico prologo.
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