Cercare di distruggere criticamente questo film, risulta abbastanza semplice. Non è necessaria una grande competenza cinematografica per sottolineare la sceneggiatura casereccia, l’approssimativa recitazione e la regia priva di ogni fondamento stilistico. Tuttavia “Killer Klowns” rappresenta un prodotto originalmente bizzarro, apprezzato da tutti coloro che forse sono riusciti ad entrare nella reale atmosfera che il film propone.
“Killer Klowns from outer space” è un’opera unica, unica nel senso che chi lo ha scritto, diretto e prodotto, ha eseguito solo questa fugace incursione nel mondo della cinematografia. Ciò dovrebbe già dare un’indicazione ben precisa sullo spirito con cui il film è stato realizzato. Lungi dal voler confezionare un prodotto commerciale riesumando i lisi format dell’horror americano, e privi di ogni velleità artistico-culturale i Chiodo Bros. hanno costruito una geniale sequenza di irresistibili gags fanta-horror.
Forti della loro vivace e consolidata esperienza nel campo del make-up cinematografico, che vanta importanti collaborazioni (Tim Burton, Francis Ford Coppola, John Landis, Joe Dante e Sam Raimi), i tre fratelli Chiodo sono riusciti a creare dei personaggi esteticamente perfetti, in grado di assicurarsi prepotentemente un posto nell’olimpo dell’immaginario horror collettivo. Questi buffi e goffi pagliacci, dall’aspetto apparentemente innocuo (finché non aprono la bocca sfoderando la dentatura da squalo) sono i protagonisti di una storia senza alcun punto fisso, senza una logica narrativa.
La forza del film sta proprio in questo, i fratelli Chiodo (intelligentemente) hanno "giocato" col cinema, realizzando non un film, ma la parodia di esso... La scelta stessa dei klowns come protagonisti la dice lunga sul carattere giocoso della pellicola; come si può, infatti, prendere sul serio un film che ha dei pagliacci come protagonisti?
Il film evita i “tempi morti”, l’azione si sviluppa già dopo pochi minuti e prosegue imperterrita fino all’esilarante epilogo, le sanguinose macchiette dei Killer klowns non si contano, consentendo una piacevole visione allo spettatore.
Charles, Edward e Stephen Chiodo hanno scritto una storia sgangherata e consapevoli del fatto che nessun produttore avrebbe mai accettato di realizzarla, hanno auto-prodotto il film affidando a Stephen la regia, il budget minimo lo classifica nel limbo (talvolta ambito) dei B-movie, dal quale però riesce a emergere grazie al gradevole make-up dei protagonisti su cui di certo non si è lesinato. All’interno di una delle carcasse dei klowns c’è proprio Charles Chiodo, che ha voluto lasciare un’impronta più marcata della sua presenza nel film.
Alcuni tra gli innumerevoli momenti goliardici della pellicola, sono sicuramente degni di nota.
Il primo è così divertente e geniale da essere eletto come rappresentante della cultura klownesca dei Chiodo Bros.
Un klown cattura l’attenzione di uno sparuto gruppo di viaggiatori, in attesa alla fermata del bus, proiettando sul muro una rassegna di ombre fatte con le mani, si comincia dai classici animaletti per passare ad immagini sempre più complesse (rappresentazioni storiche, odalische che danzano) per concludere l’avvincente spettacolo con la silhouette di un tirannosauro che animatasi ingoia in un sol boccone gli sventurati spettatori. Anche se qualcosa di simile si era già vista nello sfortunato “Crimewave” (i due criminali più pazzi del mondo - 1985) della pirotecnica accoppiata fratelli Coen-Sam Raimi, dove un flemmatico Bruce Campbell con il fumo della sigaretta modella immagini fantastiche (tra cui una spogliarellista), in “Killer Klowns” questo gioco assume un nuovo significato, stabilendo un rapporto di causa/effetto tra lo spettacolo dei pagliacci e la morte degli spettatori. Accade così che ogni possibile divertimento mostrato nel film nasconde un pericolo mortale: uno spassoso teatrino di marionette, un piccolo klown con il suo triciclo, un inseguimento con un’auto invisibile, un pagliaccio che con le sue smorfie attira l’attenzione di una bambina, una valanga di torte in faccia, insomma il gioco si trasforma in morte; questa metamorfosi tuttavia non si materializza mai in maniera tragica e terrificante (forse proprio questa è la tesi principale dei detrattori del film), ma prosegue la falsa riga giocosa introdotta dai bizzarri extraterrestri, smorzando sul nascere l’aristocratica serietà che, secondo i puristi del genere, è riservata al cinema horror.
Il film si concede una brevissima parentesi inquietante in cui un klown, uccide un poliziotto per trasformarlo in una sorta di manichino da ventriloquo che con voce metallica sussurra al suo collega (l’eroe della storia) “Non preoccuparti Dave, vogliamo solo ucciderti!”, ma la cupa atmosfera è subito interrotta: Dave, infatti, riesce a neutralizzare il pagliaccio assassino colpendolo nel suo punto debole… il nasone rosso a palla!!!
Il film è indubbiamente uno spasso continuo per tutti coloro che riescono ad utilizzare l’autoironia e apprezzare il non-sense. Seppure la chiave di lettura del film non è così ardua da trovare, i Chiodo Bros. ci forniscono un aiuto per meglio comprendere le loro intenzioni, infatti, gli unici umani che a contatto con i klowns non subiscono danni e vengono trattati come loro simili sono i fratelli Terenzi (Michael Siegel e Peter Licassi) proprio coloro che, al contrario sono derisi ed emarginati dagli abitanti del paesino perché considerati “strambi”.
Tutto sommato, il messaggio “subliminale” del film è proprio questo, per riuscire ad apprezzarlo bisogna essere un po’ strambi.
Una piccola menzione a parte la meritano i Dickies, il folle gruppo punkrock autore dell’indovinato tema portante del film. Poco conosciuti e di certo non innovativi dal punto di vista musicale, hanno fatto della passione per i B-movies la colonna portante della loro carriera, in ogni album, nel testo di ogni loro canzone ci sono citazioni rubate all’universo dei “junk movies”, tenute insieme da una miscela di melodia, velocità e humour.
In conclusione, non è possibile dare un giudizio sull’effettivo valore globale di “Killer Klowns from outer space”, ma è senz’altro plausibile affermare che per realizzarlo, tutti coloro coinvolti in quest’impresa (dal regista all’ultimo dei tecnici) si siano divertiti un mondo… d'altronde come suggerisce il tagline del film: “In space no one can eat ice cream!”
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