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ERASERHEAD


 
Titolo originale:   Eraserhead
Produzione:  USA, 1977
Regia:  David Lynch
Cast:  Jack Nance, Charlotte Stewart, Allen Joseph, Jeanne Bates
 


"Non sono ancora sicuri che sia un bambino."

Eraserhead è diventato un cult movie.

Per un film è sempre un destino piuttosto ambiguo, ma riflettendoci a posteriori appare ovvio come questo incubo surreale, costantemente sospeso fra il crudo e l'attutito, avesse ben poche possibilità di sfuggirgli. La semplice storia della sua laboriosa realizzazione è tanto perfetta, come antefatto ideale di un mito, da sembrare inventata. David Lynch, all'epoca pittore con un indubbio debole per il deviante, il morboso e il deforme, iniziò a lavorare al progetto nel 1971. Seguirono quasi sei anni d'immersione completa nella "mente che cancella", una discreta parte dei quali letteralmente vissuta sul set, dal momento che dopo la separazione dalla moglie Lynch abitò a lungo proprio nell'orribile appartamento del suo protagonista, una specie di scantinato spoglio e grigiastro con l'unica finestra aperta direttamente su un muro. Nel 1977 il circuito di mezzanotte era pronto ad accoglierlo, con l'originale élite del suo pubblico onnivoro ed attento nonché tradizionalmente incline alle consacrazioni entusiastiche. Un destino ambiguo, senza dubbio, ma aldilà del fascino (e dell'imbarazzo) che la sua reputazione può suscitare, trovo che Eraserhead sia un film tanto illeggibile e stravagante quanto innegabilmente significativo, vicino a temi fondamentali che ci riguardano profondamente e per questo non possono evitare di toccarci, tanto più brutalmente quando espressi nel linguaggio onirico, inimmediato e allusivo, con il quale sono soliti attraversare il nostro inconscio.

Nel 1971 Lynch si avvicinava alla fine del percorso che dal desiderio di regalare alla sua arte il movimento lo avrebbe fatalmente condotto al cinema attraverso tappe sperimentali come la proiezione di immagini su una scultura o un corto surreale su un bambino che pazientemente e amorevolmente "coltiva" una nonna come si farebbe con una piantina. Eraserhead dipende molto da questa ricerca, dal momento che si rivolge al pubblico esattamente come un quadro evocativo i cui contenuti fluiscono direttamente dai sensi dello spettatore alla sua immaginazione e al suo inconscio. Per questa ragione va goduto istintivamente, senza affaticarsi a sezionarlo alla ricerca di un'esegesi coerente. Sarebbe impossibile, oltre che ingiusto, inseguire tutte le sue suggestioni nel tentativo di tradurle. Personalmente ho scelto di lasciarmi condurre da alcune di esse (riproduzione, riconoscimento, identità) fino ad un esito che resta comunque molto personale ed estremamente vago. Del resto uno dei maggiori meriti che riconosco a Lynch, autore che pure è escluso dall'empireo dei miei favoriti, è precisamente il rifiuto di piegarsi alla presunta necessità di rendere tutto comprensibile o comunque interpretabile in maniera pressappoco univoca. Svincolandosi da questo imperativo convenzionale gratifica lo spettatore con un ruolo meno modesto e passivo di quello concesso dal genere di cinema la cui priorità è essenzialmente raccontare una storia, i fatti che accadono, e concede l'inconsueto favore di immagini all'altezza di non dipendere necessariamente dall'immediatezza di un codice. Quest'autonomia dell'immagine, vettore di un senso intuibile più che di un significato, sopravvive nel cinema successivo di Lynch (riemergendo più ostentatamente nelle sue ultime cose, anche se con un esito poco incisivo al cospetto di un simile felicissimo esordio), tuttavia solo in Eraserhead giunge a prevaricare così decisamente l'aspetto narrativo in senso tradizionale, il che ha comprensibilmente, ma infondo anche semplicisticamente, dato luogo a quell'aura di "purezza" originaria che costituisce un altro ingrediente essenziale del Cult.

La cosa trae ulteriore risalto dal fatto che il film prelude direttamente ad una delle pellicole più narrativamente coerenti della sua filmografia, The Elephant Man, anticipato da Eraserhead sia a livello tematico -trattando pur sempre di una nascita abnorme- che esteticamente, per tacere del fatto che solo dopo averlo visto Mel Brooks si decise in via definitiva ad affidargli la storia di Jhon Merrick. In Eraserhead non c'è una vera e propria storia, se con questo termine si vuole indicare la narrazione di una serie di avvenimenti precisamente collocati nell'oggettiva solidità del tempo e dello spazio. La trama procede lungo l'evanescente linea di confine fra la vita e l'inconsueto ménage familiare di Henry Spencer e le alacri fatiche di produzione, elaborazione e rimozione della sua mente. Elementi assolutamente onirici ricorrono anche nelle scene più apparentemente realistiche e narrative, scongiurando risolutamente soluzioni di continuità (penso ad esempio alla cena offerta a Henry dai suoi futuri suoceri, a base di "galletti" che continuano a muoversi e sanguinare anche appena usciti dal forno). Quindi sarebbe sbagliato, oltre che frustrante, impegnarsi a distinguere nettamente gli incubi di Spencer da una quotidianità "reale" che, se da un lato li produce, dall'altro sembra esserne a sua volta determinata. I luoghi in cui vivono e si muovono i personaggi riflettono quest'ambiguità di fondo. I paesaggi industriali sembreranno anche irreali tanto sono tetri e desertici, ma contengono un allusione evidente al mondo molto concreto della produzione e dell'attività di mercato colta ai suoi livelli più "bassi". I personaggi li attraversano silenziosi e sommessi solo per spostarsi da una all'altra delle loro case, covi claustrofobici impersonali e miserabili. La casa e la famiglia, i due inscindibili membri del popolare binomio, sono ugualmente prigioni di frustrazione e incapacità, e la stessa riproduzione sembra un'imposizione violenta e irragionevole, che si può solo subire, istericamente come fa Mary oppure con la passività autistica di Henry. Non è perfettamente chiaro se Henry sia o meno il padre del mostruoso bebè dato alla luce dalla sua fidanzata.

Personalmente sono incline ad interpretare la scena in cui Mary, prima di abbandonare la nuova famiglia lasciando così al solo Henry l'incombenza di allevare la creatura, si mette a scuotere rabbiosamente il letto su cui giace il marito assonnato come una "vendicativa" rievocazione di un rapporto sessuale le cui conseguenze sono ricadute in un primo momento esclusivamente sul suo corpo. Una sorta di rancore suscitato dalla gravidanza subita per causa di puro determinismo naturale è solo uno dei molti sentimenti negativi normalmente connessi alla maternità, a ben guardare un'esperienza totalizzante di mutazione che incide innanzi tutto sul corpo, luogo fondamentale dell'identità. In tale rancore si troverebbe facilmente anche la spiegazione della scarsa pazienza e dell'assoluta assenza di tenerezza con cui Mary, seppur per breve tempo, attende alle cure parentali. D'altro canto, i misteriosi filamenti spermatozoiformi che Spencer vede cadere dall'alto durante l'esibizione della donna nel termosifone, e che ritrova anche nel grembo della moglie addormentata, potrebbero rappresentare l'estraneità sostanziale di entrambi alla tragedia della nascita. La procreazione si configura in ogni caso come un processo esterno e fatale, solo subito, di generazione di mostri a loro volta incolpevoli e comunque detentori di specifici diritti. La telecamera insiste sul figlio, sottolineando l'impossibilità fisica di ignorarne la mostruosità, e contemporaneamente ne rivela la natura essenziale: si tratta inequivocabilmente di un bambino, di un cucciolo. La creatura vagisce indifesa, palesemente ricava gioia e rassicurazione dalla presenza di Henry, nei suoi stessi tratti alieni si riconosce una commovente docilità infantile.

Ma nella deformità Henry non può riconoscersi, il meccanismo degli istinti atavici di prolungamento e immortalità connessi alla procreazione non può innescarsi automaticamente in assenza di un tale riconoscimento. Talora Henry mostra una certa tenera compassione verso la creatura. Il fatto stesso che se ne prenda cura durante la malattia, quando avrebbe cinicamente potuto fare altrimenti, conferisce non solo drammaticità ma estrema complessità all'infanticidio finale. Naturalmente la paternità è una forma di perpetuazione in ogni caso imperfetta, non squisitamente personale, ma implica una parziale identità: Henry teme di perdersi completamente identificandosi nel mostro. Lo dichiara, forse anche troppo ovviamente, la scena in cui il padre viene decapitato nell'angoscioso teatrino e dal suo collo vediamo sbocciare la piccola e ributtante cervice del figlio. Anche alla sua desiderabile vicina di casa, forse evanescente emblema di sessualità puramente edonistica, scissa dalle minacce della riproduzione, Henry sente di apparire definitivamente identificato con la propria irriconoscibile prole. Allora nella sua mente esplode evidente e cruda la necessità di rimuovere, di cancellare -la sua testa mozzata finiva per essere usata proprio nella produzione di gomme da matita- che si traduce nella cruentissima uccisione. È per paura dunque, non per cinismo, che il padre recide con un paio di forbici la fasciatura intorno al tronco privo di arti del neonato, che letteralmente si apre. Prima che l'agonia del bambino si concluda una melma invasiva inizia a fuoriuscire copiosamente dal torace divelto fino a soffocarlo, e dopo il delitto la sua maschera bovina torna dal erigersi al termine di un serpeggiante collo di fronte agli occhi del padre: la soppressione del piccolo può bastare a sancire la morte definitiva di sudiciumi, di deformità e terrori nati da Henry, in Henry, nella mente di Henry?


 
IrmaVep


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