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THE ELEPHANT MAN


 
Titolo originale:  Elephant Man
Produzione:  UK/USA, 1980
Regia:  David Lynch
Cast:  Anne Bancroft, Anthony Hopkins, John Hurt, Freddie Jones
 


Il secondo lungometraggio di David Lynch rappresenta un apparente paradosso nella filmografia del regista americano. Paradosso in quanto, pur mantenendo le vellutate tonalità monocromatiche (magistralmente dirette da Freddie Francis) del precedente Eraserhead, se ne distacca violentemente per contenuti, simbologie e graffianti metafore. Apparente in quanto, sebbene da una superficiale analisi si potrebbero evidenziarne solo gli aspetti drammatici, The Elephant Man è qualcosa di "più". Intraprendere un’analisi critica sull’aspetto cinematografico di quest’opera, sul suo valore artistico o sulle capacità dello stesso autore, potrebbe rappresentare un lavoro per certi aspetti "superfluo", maggiori spunti di interesse potrebbero, invece, venire alla luce effettuando un'attenta disamina su ciò che la figura di John Merrick rappresenta. Indubbiamente Il film procura nello spettatore un disagio non indifferente, disagio esasperato dalla dose di vouyerismo a cui Lynch ci sottopone, piazzandoci prepotentemente di fronte ad uno specchio, in cui gli atteggiamenti dei protagonisti si riflettono con quelli di qualsiasi altro essere umano, dunque con noi stessi. "L'aspetto devastato di John Merrick rappresenta infatti, nient'altro che l'espressione metaforica del cambiamento che ogni persona attua sulla propria personalità nel tentativo di mostrare ciò che è veramente, una lotta in cui spesso si esce sconfitti, fino all'inesorabile e bieca completazione del processo di snaturamento che costringe, in questo caso, John Merrick a lasciarsi morire adattato alle abitudini di un modo di vivere che non gli appartiene".

La pietà, l'orrore, la misericordia, il disgusto per un essere che a fatica si definisce "umano". Questa continua dicotomia emozionale provoca un'alterazione della realtà, una distorsione in cui Lynch si diverte a farci sprofondare. Tutto ciò che appare come reale, in effeti potrebbe non essere letteralmente tale. Il film mostra le due esistenze dell’uomo elefante. La prima terribile, una vita di umiliazioni, maltrattamenti, orrori, una vita vissuta alla stessa stregua di un animale. La seconda piena di comprensione, tranquillità, amore. Privandosi dell'innata ipocrisia che sovente induce l'uomo a soccombere davanti nobili, ma spesso poco sinceri, sentimenti, risulterebbe interessante interrogarsi su quale di queste due facce della stessa medaglia sia migliore. Il povero John Merrick è in perenne ricerca di quell’affetto che nessuno gli ha mai concesso, in queso contesto ciò che viene lui offerto dal Dr. Treves rappresenta una sorta di miracolo. Rimane il fatto (piuttosto palese) che tutto quello offerto a Jhon risulta distorto, non scaturito da un sentimento d'amore “puro”, ma figlio di compassione, pena ed una sorta di beneficenza non gratuita, mirata a purificare lo spirito di chi la attua con un gesto di estrema carità. Di contro, paradossalmente, il sentimento di Bytes (il padrone dell’uomo elefante), può considerarsi un sentimento vero. Bytes ama davvero John, è un amore malsano, violento, ma pur sempre vero.

Identificandosi con la conflittualità e la disperazione del personaggio di Bytes, risulta evidente come le sue azioni non sarebbero mutate nei confronti di un figlio "normale". Jhon non è considerato un animale per il suo aspetto, ma è proprio la condizione sociale di Bytes, la sua dipendenza dall'alcol che lo porta a "socializzare" i sentimenti in maniera violenta ed apparentemente distaccata. Forse il sig. Bytes incarna la sola persona che, nel film di Lynch, nutre amore (in senso assoluto) verso Jhon Merrick esclusivamente per quello che è. L'accanimento con cui rincorre l'uomo elefante, la gelosia nei confronti del dottore, la vendetta nei confronti di chi lo ha tradito, lasciano trapelare dei sentimenti veri. Tutto ciò che accade durante la loro convivenza è "realtà". Tutto ciò che accade dopo il suo ricovero in ospedale è frutto di una messinscena…in fondo John conserva il suo posto grazie ad un atto caritatevole della regina, gesto che non può far altro che condizionare gli atteggiamenti degli altri sudditi. Verrebbe da chiedersi se per John Merrick fosse stato meglio vivere e morire in uno stato di estrema, dura e crudele verità, o vivere e morire convinto di essere amato da gente che in effetti prova solo pena per la sua condizione.

E’ più vera l’immagine di John rinchiuso in gabbia con le scimmie o in vestaglia, mentre versa del te a degli aristocratici che non riescono neanche a guardarlo in faccia? La condizione di interscambiabilità tra realtà e realtà posticcia accompagna il film dall'inizio alla fine. Dal montaggio della sequenza iniziale dell’ipotetico incidente subito dalla madre di Jhon in cui, il tragico infortunio suggerisce esplicitamente uno stupro, alla Morte di John. Quest'ultima, in effetti, è un apparente suicidio, apparente perchè pur lasciandosi morire con il desiderio di conservare il ricordo di una giornata "normale", per essere come tutti gli altri, per riuscire a dormire come il fanciullo raffigurato nel quadretto della sua stanza, il suo gesto è solo un catalizzatore atto ad accelerare una fine, di cui egli stesso è a conoscenza. In fondo, John viene considerato un uomo, passa una giornata tra i suoi simili che non lo guardano più come un mostro, è felice...ma è altresì, consapevole dell'alone di finzione che lo circonda. La sua accettazione da parte degli altri deriva solo dalla benevolenza di pochi: La regina che considera "lodevole" la carità mostrata; Mrs. Kendal, un'annoiata e famosa attrice, che trova interessante Jhon, perchè stufa dei te con gli aristocratici. L'enocmiabile decisione di mettere in scena uno spettacolo in onore di John, scaturisce esclusivamente dalla notizia della sua imminente morte.

Perchè il pubblico applude? Perchè considera John un uomo...o solo perchè la Kendal applaude per prima? Il nucleo dell'alternanza tra realtà e finzione in "The elephant man" è racchiusa nella risposta a questo quesito. L'amaro finale potrebbe racchiudere proprio questo...morire in fondo appare l'unica soluzione, solo nella morte siamo tutti veramente uguali...anche se Lynch si premura di destabilizzare anche questa considerazione, chiudendo il film con una frase, per certi aspetti, inquietante: "Niente può morire". Jhon Merrick muore "illuso" di essere diventato un uomo. La sua consapevolezza (espressa nel suicidio) sta proprio in questo: scegliere di conservare come reale ciò che egli stesso percepisce essere "finzione", con il desiderio di imprimerlo come suo ultimo ricordo. Scegliere di morire in smoking circondato dagli applausi, piuttosto che aspettare qualcuno che si affacci alla finestra per ammirare "il mostro".

Illusione, non consapevolezza...ma in fondo la differenza è estremamente sottile...


 
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