Più che un film, un “monumento”. Il film che diede origine ad un genere.
E’ difficile analizzare tecnicamente questo film, perché il suo valore stilistico non presenta i “classici” connotati del capolavoro, ma racchiude in sé una serie infinita di simbologie e di significati.
Se Murnau è il regista del “conflitto”, possiamo considerare Browning il regista della “diversità”. Sin dai tempi del muto i protagonisti dei suoi film erano dei “diversi”, considerati come una minaccia e per questo temuti e perseguitati. Questo tema porterà Tod Browning alla totale esasperazione del concetto di diverso, nella realizzazione della pellicola “maledetta” che decreterà la sua fine di regista, paradossalmente, forse, il suo capolavoro: “Freaks”.
La Universal aveva già in cantiere il progetto della realizzazione di un film del terrore, Browning il miglior regista della casa di produzione americana, decise di proporre la sua versione del Dracula di Stoker. La parte del Conte, neanche a dirlo, era già stata assegnata “all’uomo dai mille volti”, Lon Chaney, attore feticcio del regista, ma un tumore alla gola se lo portò via prematuramente. Così la parte venne assegnata (anche per motivi di tempo) ad un giovane e sconosciuto attore ungherese, che aveva il merito di aver interpretato a Brodway (riscuotendo un grande successo) la parte di Dracula nella versione teatrale, colui che sarebbe diventato l’icona del cinema horror: Bela Lugosi.
Anche questa pellicola ebbe dei problemi per acquisire i diritti del romanzo di Stoker. Si narra infatti, che fu proprio merito di Lugosi se alla fine la Universal riuscì ad ottenere (ad un prezzo ragionevole) l’esclusiva sull’opera.
Lugosi intraprese una fitta corrispondenza con la vedova Stoker, che dapprima reticente, si lasciò affascinare dai suoi modi raffinati ed aristocratici acconsentendo di cedere i diritti al prezzo proposto dalla casa di produzione americana.
Questa seconda versione cinematografica di Dracula, non ha assolutamente nulla in comune con il precedente film di Murnau.
Browning decise, forse costretto da una sceneggiatura adattata dal testo teatrale e non direttamente dal romanzo, di girare tutto in interni (tranne pochissime scene) dando alla pellicola un aspetto intimistico. L’avvento del sonoro muta totalmente il peso ed il significato delle immagini, basando la suspance più sulle porte che cigolano che non sui chiaroscuri. L’elevato budget permise di costruire delle imponenti scenografie (come il castello di Dracula o i sotterranei dell’abbazia) capaci di riempire da sole lo schermo e di riuscire a trasmettere quella sensazione d’inquietudine e di marciume non solo interiore, ma anche esteriore. La differenza sostanziale tra i due film è sostanzialmente legata al suo approccio con il pubblico. “Nosferatu” ha i connotati dell’opera d’arte, mentre “Dracula” rappresenta il tentativo (pienamente riuscito) di attrarre il pubblico, dando in pasto un turbinio di emozioni assolutamente “nuovo” per l’epoca.
La regia di Browning è essenziale, pur non brillando per la ricercatezza delle inquadrature riesce a non risultare mai piatta, regalando anche dei fotogrammi indimenticabili come i primi piani degli occhi “illuminati” di Lugosi (opera del direttore della fotografia Karl Freund, futuro regista di “Frankenstein”), il primo morso di Dracula a Mina, Renfield che striscia sul pavimento verso la cameriera svenuta, la prima fuoriuscita di Dracula dalla sua bara.
La cosa più interessante del film però rimane la figura del Conte.
Il Dracula di Browning non è un mostro (esteticamente), ma un aristocratico di bell’aspetto e dai modi gentili, affascina non incute ribrezzo. Ma è un diverso…uno straniero, e questa sua condizione viene messa in evidenza durante la sua permanenza londinese. Il sospetto è il sentimento che, questa oscura figura, provoca nell’animo di chi lo incontra. Quelli di Lugosi (che riporta sul set il suo costume teatrale) sono i connotati del Vampiro che rimarranno immutati nel tempo, subendo solo piccole modifiche. La produzione americana influenza anche la figura estetica del Conte, la morale non deve essere offesa più di tanto, per cui scompaiono i denti aguzzi (in Murnau gli incisivi, in seguito i canini), l’orrore è sempre suggerito, mai mostrato. L’atto del morso e della suzione non sono mai in primo piano, spesso sfumati dalla dissolvenza in nero, la stessa fine del Conte avviene fuori campo. Lugosi non ha denti acuminati, la sua arma principale sono le mani.
Le dita rigide ed arcuate sostituiscono gli artigli di Nosferatu, conferendo alla figura di Dracula dei connotati più “umani” e nello stesso tempo più inquietanti. Le mani di Lugosi risultano avere una valenza iponotica maggiore rispetto lo sguardo (particolare ripreso in “white zombi”, successivo film dell’attore ungherese). L’immagine della mano che solleva lentamente il coperchio della bara in cui riposa, rimarrà legata alla figura di Dracula, forse più del ghigno satanico di Christopher Lee che fa bella mostra dei suoi canini insanguinati.
La Universal presentò il film con uno slogan d’effetto: “Dracula, una strana storia d’amore”.
In effetti d’amore nella pellicola di Browning se ne vede ben poco. E’ il desiderio il vero sentimento espresso da questo film, il puro ed incontaminato desiderio che esplode in tutta la sua devastante energia. La voglia di possedere (Dracula), di essere posseduti (Mina, Lucy, Renfield), la speranza di fuggire dalla routine della “normalità” (Lucy), ma allo stesso tempo il desiderio della vendetta (Jhonathan), della distruzione di ciò che ci minaccia (Van Helsing), il desiderio di “cambiare” e di fare in modo che nulla cambi. Il desiderio del piacere ha un prezzo, un prezzo che esige un pagamento…da cui non ci si può esimere. Nonostante la presenza di significati tanto profondi, Browning (come sua abitudine) non lesina certo sull’ironia…sempre sottile, ma dannatamente efficace.
In questo film si può ammirare uno dei miglior Renfield della storia del cinema. Dwight Frye si supera, semplicemente eccezionale, riesce ad incarnare lo spirito della follia come in seguito nessuno riuscirà mai più a fare.
Il sonoro ci regala delle battute indimenticabili (anche grazie all’accento “europeo” di Bela) come: “I-am Dracula, I bid you welcome” (ascoltata in versione originale dalla voce di Lugosi, mette i brividi), “Io non bevo mai….vino!”, “Signori, abbiamo a che fare con i non-morti”. Sono solo alcune delle tante che andrebbero citate.
Lugosi riscosse un successo enorme…venne sommerso da migliaia di lettere di donne innamorate del Conte, divenne in pochissimo tempo l’attore più famoso e ricercato di Hollywood…paradossalmente questa fu proprio la sua condanna.
Una piccola nota…il pipistrello che svolazza davanti la finestra di Mina…vale da solo la pena di rivedere questo film.
|