Aja è bravo, una boccata d’ossigeno per il cinema horror contemporaneo. È un dato di fatto, innegabile per chi ama e frequenta il genere horror. Il remake di Le colline hanno gli occhi, forse, non ha la stessa forza espressiva di Alta tensione, il film che ha segnato l’esordio del regista francese, e neppure la graffiante energia dell’originale di Wes Craven, ma è evidente che Aja ha stile e, perché no, anche coraggio nell’affrontare un remake così importante.
L’uso scarno ed essenziale degli effetti speciali (tralasciamo il brutto pesce della scena iniziale), inoltre, costituisce, dal mio punto di vista, un elemento di valutazione positivo che si coniuga con quel senso crudo e veritiero del genere horror mutuato direttamente dagli anni ’70, cui il regista non nasconde di ispirarsi.
Aja non ha paura di sporcare e di osare con la macchina da presa e sceglie deliberatamente di mostrare il terrore e l’orrore degli scempi, imbrattando i suoi personaggi di sangue. Non fa nulla per rendere i protagonisti esteticamente accattivanti a favore di telecamera, semmai è vero il contrario. Le camicie sono intrise del rosso cupo del sangue coagulato (Eli Roth, impara!) e i volti sembrano indossare un sudario, espressione di un dolore non soltanto fisico ma anche psicologico.
L’orrore, seppure mero artificio cinematografico, risulta perciò vero, descritto con una verosimiglianza inusitata stando ai canoni vigenti spesso nati sotto il segno poco stimolante del politicamente corretto della cinematografia horror più asfittica che tanto va di moda. Aja costringe lo spettatore a seguirlo negli angoli reconditi del deserto, volutamente dimenticati, per non dire occultati, dalla civiltà moderna.
Così, la camera si muove lenta, spaziando con panoramiche alienanti alla ricerca di un seppur minimo segno di civiltà che, tuttavia, è disperatamente assente. Intorno c’è solamente desolazione, in pratica il nulla.
Il messaggio politico introdotto dal regista per riadattare e rendere contemporaneo il remake del film di Craven, invece rappresenta un’arma a doppio taglio dal punto di vista puramente interpretativo. Aja punta il dito contro gli esperimenti nucleari che il governo americano ha condotto nel deserto, e per accentuare ulteriormente il suo j’accuse sceglie di armare la mano di un giovane democratico da sempre contrario alla violenza, ma disposto a tutto pur di salvare la sua famiglia. Così facendo, il regista lascia che il suo messaggio politico, volendo, si presti a più e contrastanti interpretazioni che riflettono pienamente le ambiguità che nella realtà generano contrasti e vendette, oscillando tra un’esplicita condanna e una moderata accondiscendenza più fedele alla realtà e alle mille sfumature di grigio che la caratterizzano.
Del resto, anche sul piano filmico l’identificazione è soggettiva, forse, di certo non oggettiva poiché i carnefici vestono nel contempo anche il ruolo di vittime (del sistema).
I parallelismi con le attuali vicende storico-politiche sono evidenti, in particolare è palese la denuncia di alcuni atteggiamenti del governo Usa. Il messaggio politico, infatti, diventa più esplicito quando, entrando nel villaggio dei freak, Aja colloca a sorpresa nelle loro abitazioni numerosi manichini dal design anni ’50, simbolo di quell’America che ha alimentato il mito del sogno americano oltre confine, ma soprattutto in patria. La famiglia alla Happy days è imprigionata in un villaggio fantasma - reso tale dall’utopia del sogno americano frantumatosi con spietata indifferenza - un tempo utilizzato dal governo per sperimentare gli effetti delle radiazioni nucleari sugli essere umani. I mannequin della tipica famiglia americana sono in stridente contrasto con la vera e reale condizione di malessere fisico e psicologico di cui sono vittime i freak resi tali dagli esperimenti nucleari subiti.
È come se il modello anni ’50 fosse imploso, dando vita a una generazione di freak disillusi e disperati, disposti a tutto pur di vendicarsi.
Sul finale Aja accorcia i tempi e affretta un po’ la risoluzione della vicenda per siglare con l’abbraccio salvifico dei camperisti superstiti un dubbio happy end. Rimane un po’ d’amaro in bocca, specie se riaffiora alla mente il ricordo del film realizzato da Craven, anche se tuttavia non va dimenticato che la forza sovversiva di quel film in particolare, ma di tutti quelli nati in quell’epoca, era alimentata da un immaginario ancora “vergine” dal punto di vista orrorifico che, al limite, aveva familiarità con l’orrore del Vietnam. Invece, in un’epoca in cui l’orrore ha una portata quotidiana, in casi estremi domestica, e il desiderio morboso di assistervi dal vero è sempre maggiore, probabilmente, niente ha più quella forza destabilizzante e sovversiva che faceva effetto trent’anni fa. Tanto meno al cinema.
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