ATTENZIONE: SI SCONSIGLIA LA LETTURA A CHI NON HA VISTO IL FILM
PER NON ROVINARSI LA VISIONE.
Non trovo giusto svelare punti salienti di un film in una
recensione (soprattutto l'assassino in un thriller!) ma questa volta, per ovvi
motivi che individuerete, non ho potuto farne a meno. Per gli stessi motivi
sconsiglio la lettura anche a chi non volesse rovinarsi Non si sevizia un
paperino di L. Fulci e La casa dalle finestre che ridono di P. Avati. Ho
preferito quindi avvisarvi subito.
Il titolo non è una domanda -manca
il punto interrogativo- ma un'affermazione, infatti come domanda serebbe
parecchio retorica e la risposta, l'assassino, sarebbe fin troppo palese.
Quindi si sa che qualcuno l'ha vista morire e si sa chi è, ora bisogna
"solo" scoprire la sua identità. Ottimo titolo per un thriller che
racchiude in se il significato ultimo del genere. Ma non è solo
l'assassino ad averla vista morire, anche noi spettatori l'abbiamo vista,
inguaribili voyeur. Come ogni giallo che si rispetti il film inzia con un
omicidio, a cui assistiamo impotenti. Apparentemente l'omicida è
un'anziana signora -che vediamo aggirarsi fra i boschi innevati-, ma già
da queste prime immagini si capisce benissimo che l'assassino non è
nè vecchio nè donna, sarebbe quasi impossibile per un'anziana
signora afferrare una bambina, colpirla fino a farla svenire e ricoprirla di
neve... chissà se fu voluta intezione del regista farci capire
così presto parte della sua identità. Ma già da queste
prime immagini il film mostra tutta la sua inquietudine, le soggettive
dell'assassino -quasi obbligatorie- filtrano l'immagine attraverso la nera
retina del cappello che si contrappone alla candida neve. La tensione sale e
qualcosa di morboso si insinua fra i fotogrammi, sarà che la vittima
è una bambina, che l'assassino "una vecchietta", saranno le splendide
muscihe, la neve... o più probabilmente l'insieme di tutti questi
elementi e la mano salda di Lado dietro la macchina da presa che fanno
accrescere altissima l'inquietudine dello spettatore e l'insanità della
vicenda.
Stop. Sigla. Le musiche sono di Ennio
Morricone e, manco a dirlo, sono veramente stupende, eccezionali. Prima fra
tutte la canzoncina che da il titolo al film, una filastrocca infantile -che si
farà ricordare...- che si chiama "Chi l'ha visto morire". Basterebbero
le sole musiche ad incutere timore, e non con l'improvviso aumento di volume
come si usa adesso, ma con la loro atmosfera, con i loro suoni straniati;
Morricone conferma mai come in questo caso l'ottimo musicista che ha sempre
dimostrato di essere. Ecco che inzia il film vero e proprio. Roberta giunge a
Venezia dal padre da Amsterdam, dove vive con la madre, ed iniziamo ad
appassionarci alla dolcezza di questa bambina dai capelli rossi, dal rapporto
col padre ed alla lotro vita veneziana. Così per una ventina di minuti
scorre un film quasi aulico se non fosse per l'anziana signora che ogni tanto
tenta di avvicinarsi alla bambina, fino a quando, naturalmente, vi riesce. Poco
prima di ciò il regista ci offre una delle più belle scene del
film, Roberta che insegna un nuovo gioco ai suoi amici e tutti in cerchio a
fare girotondo con lei in mezzo che cantano la filastrocca Chi l'ha visto
morire e da li a poco Robertà morrà. Ottima la scena in cui i
genitori della defunta bambina si ritrovano a letto a fare l'amore, con gli
occhi in lacrime, distrutti dal dolore, abbastnza disturbante. Nelle
apparizioni dell'assassino si vede di sfuggita -immagini quasi subliminali- un
primo piano degli occhi, che tanto ricorda scene analoghe di certi film di
Argento, come ad esempio l'occhio de Il gatto a nove code. Il cadavere
verrà ritrovato nelle acque del lido, ed il padre inzia la ricerca
dell'assassino fomentato dal fatto che sua figlia è stata
violentata.
Qui facciamo la conoscenza dell'ispettore di polizia, un tipo
stupido, ottuso e spocchioso, quasi macchiettistico, che risulterà
incompetente per tutto il film ma che si fregierà del merito di aver
scoperto il killer davanti alla stampa. La consueta verve politica di Lado
comincia a mostrarsi più manifesta, dipingendo le forze dell'ordine come
meri stupidi burattini in mano a quel regime che ha sempre contestato. Nel
corso della storia metterà anche una frase abbastanza forte in bocca
all'ormai protagonista (Polizia di merda!), per chi non avesse ancora capito.
Lado dipinge una Venezia livida,
claustrofobica e labirintica che a tratti ricoda la Dunwich lovecraftiana. In
questo novello labirinto di Dedalo si aggirano i vari protagonisti,
incrociandosi in qualche crocevia, scontrandosi dietro un angolo ma,
soprattutto, vagando in girontondo. Il film è vorticoso, gira e rigira
si ritorna sempre sui soliti personaggi attorno ai quali gravita tutta la
storia. E i cattivi sembrano sempre quei ricchi borghesi protetti dall'inetta
polizia. Ecco allora l'avvocato filantropo coinvolto in uno scandalo di festini
equivoci, il mecenate del protagonista che chiaramente non è una brava
persona, la focosa rossa che parecchio sa e vorrebbe parlare, forse
perchè non fa parte della borghesia di nascita ma si è arricchita
in seguito. La regia è ottima, salda nelle mani del regista, il film
è solido, corposo, robusto... poi si arriva al finale. Dopo varie
vicessitudini il padre di Roberta vede un vecchio filmato cui i protagonisti
sono -già summenzionati- l'avvocato, il mecenate, la rossa ed un
misterioso individuo -l'assassino?- di cui si vede solo un braccio dato che
è seduto in una poltrona che da le spalle alla telecamera. Ritornano i
festini erotici dell'alta borghesia ai danni dei proletari ("Sono sicurto che
la costringevano", dice il figlio della rossa), protagonisti de La corta notte
delle bambole di vetro, sempre di Lado. E, tanto per chiarire da che parte
stare, il regista dipinge questa tossica borghesia con tanto di "pera" in
diretta (ecco il motivo per cui spunta un braccio). Ed il film inizia non dico
a sfaldarsi, ma a mostrare qualcosa di posticcio.
Tutti questi elementi politici che erano perfetti in La corta
notte delle bambole di vetro sembrano qui un po' troppo forzati, un po' troppo
fuori luogo. L'assassino fa parte, naturlamente, di questa borghesia. Per
difendersi arriverà ad uccidere i suoi compagni di festini, fra cui
c'è anche suo fratello e tentare di uccidere il protagonista e sua
moglie Elisabeth. Proprio in questo tratto il film mostra la sua
originalità, l'assassino compie "solo" due delitti dettati dalla propria
insania e per la maggior parte del film non fa nulla -al contrario di altri
film del genere in cui continua a mietere vittime finchè non è
fermato- e solo verso la fine riprende ad uccidere, ma solamente per difendere
la propria identità. Ed eccoci arrivati alla sua identità. Si
scoprirà che l'anziana signora è in realtà un uomo
travestito e, per l'esattezza, padre James, fratello del magnate.
Il finale denota varie somiglianze con un paio di film, uno
contemporaneo l'altro venuto dopo. Il prete uccisore di bambini fa capolino
anche in Non si sevizia un paperino di L. Fulci, sempre del 1972, ed in
particolare la morte del prete con questa caduta (dal balcone o dalla rupe)
mostra notevoli somiglianze. L'altro è La casa dalle finestre che ridono
(1976) di P. Avati che riprende il tema -specularmente- del prete assassino
deviato uomo/donna ed, in parte, delle registrazioni, qui solo audio. Ma questa
è un'altra storia... In conclusione il film è parecchio buono,
infonde timore ed inquietudine a iosa, peccato per la verve politica un po'
troppo forzata.
|