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CHI L'HA VISTA MORIRE


 
Conosciuto anche come:  The Child, Who Saw Her Die?
Produzione:  Italia, 1972
Regia:  Aldo Lado
Cast:  George Lazenby, Anita Strindberg, Peter Chatel, Adolfo Celi
 


ATTENZIONE: SI SCONSIGLIA LA LETTURA A CHI NON HA VISTO IL FILM PER NON ROVINARSI LA VISIONE.

Non trovo giusto svelare punti salienti di un film in una recensione (soprattutto l'assassino in un thriller!) ma questa volta, per ovvi motivi che individuerete, non ho potuto farne a meno. Per gli stessi motivi sconsiglio la lettura anche a chi non volesse rovinarsi Non si sevizia un paperino di L. Fulci e La casa dalle finestre che ridono di P. Avati. Ho preferito quindi avvisarvi subito.

Il titolo non è una domanda -manca il punto interrogativo- ma un'affermazione, infatti come domanda serebbe parecchio retorica e la risposta, l'assassino, sarebbe fin troppo palese. Quindi si sa che qualcuno l'ha vista morire e si sa chi è, ora bisogna "solo" scoprire la sua identità. Ottimo titolo per un thriller che racchiude in se il significato ultimo del genere. Ma non è solo l'assassino ad averla vista morire, anche noi spettatori l'abbiamo vista, inguaribili voyeur. Come ogni giallo che si rispetti il film inzia con un omicidio, a cui assistiamo impotenti. Apparentemente l'omicida è un'anziana signora -che vediamo aggirarsi fra i boschi innevati-, ma già da queste prime immagini si capisce benissimo che l'assassino non è nè vecchio nè donna, sarebbe quasi impossibile per un'anziana signora afferrare una bambina, colpirla fino a farla svenire e ricoprirla di neve... chissà se fu voluta intezione del regista farci capire così presto parte della sua identità. Ma già da queste prime immagini il film mostra tutta la sua inquietudine, le soggettive dell'assassino -quasi obbligatorie- filtrano l'immagine attraverso la nera retina del cappello che si contrappone alla candida neve. La tensione sale e qualcosa di morboso si insinua fra i fotogrammi, sarà che la vittima è una bambina, che l'assassino "una vecchietta", saranno le splendide muscihe, la neve... o più probabilmente l'insieme di tutti questi elementi e la mano salda di Lado dietro la macchina da presa che fanno accrescere altissima l'inquietudine dello spettatore e l'insanità della vicenda.

Stop. Sigla. Le musiche sono di Ennio Morricone e, manco a dirlo, sono veramente stupende, eccezionali. Prima fra tutte la canzoncina che da il titolo al film, una filastrocca infantile -che si farà ricordare...- che si chiama "Chi l'ha visto morire". Basterebbero le sole musiche ad incutere timore, e non con l'improvviso aumento di volume come si usa adesso, ma con la loro atmosfera, con i loro suoni straniati; Morricone conferma mai come in questo caso l'ottimo musicista che ha sempre dimostrato di essere. Ecco che inzia il film vero e proprio. Roberta giunge a Venezia dal padre da Amsterdam, dove vive con la madre, ed iniziamo ad appassionarci alla dolcezza di questa bambina dai capelli rossi, dal rapporto col padre ed alla lotro vita veneziana. Così per una ventina di minuti scorre un film quasi aulico se non fosse per l'anziana signora che ogni tanto tenta di avvicinarsi alla bambina, fino a quando, naturalmente, vi riesce. Poco prima di ciò il regista ci offre una delle più belle scene del film, Roberta che insegna un nuovo gioco ai suoi amici e tutti in cerchio a fare girotondo con lei in mezzo che cantano la filastrocca Chi l'ha visto morire e da li a poco Robertà morrà. Ottima la scena in cui i genitori della defunta bambina si ritrovano a letto a fare l'amore, con gli occhi in lacrime, distrutti dal dolore, abbastnza disturbante. Nelle apparizioni dell'assassino si vede di sfuggita -immagini quasi subliminali- un primo piano degli occhi, che tanto ricorda scene analoghe di certi film di Argento, come ad esempio l'occhio de Il gatto a nove code. Il cadavere verrà ritrovato nelle acque del lido, ed il padre inzia la ricerca dell'assassino fomentato dal fatto che sua figlia è stata violentata.

Qui facciamo la conoscenza dell'ispettore di polizia, un tipo stupido, ottuso e spocchioso, quasi macchiettistico, che risulterà incompetente per tutto il film ma che si fregierà del merito di aver scoperto il killer davanti alla stampa. La consueta verve politica di Lado comincia a mostrarsi più manifesta, dipingendo le forze dell'ordine come meri stupidi burattini in mano a quel regime che ha sempre contestato. Nel corso della storia metterà anche una frase abbastanza forte in bocca all'ormai protagonista (Polizia di merda!), per chi non avesse ancora capito.

Lado dipinge una Venezia livida, claustrofobica e labirintica che a tratti ricoda la Dunwich lovecraftiana. In questo novello labirinto di Dedalo si aggirano i vari protagonisti, incrociandosi in qualche crocevia, scontrandosi dietro un angolo ma, soprattutto, vagando in girontondo. Il film è vorticoso, gira e rigira si ritorna sempre sui soliti personaggi attorno ai quali gravita tutta la storia. E i cattivi sembrano sempre quei ricchi borghesi protetti dall'inetta polizia. Ecco allora l'avvocato filantropo coinvolto in uno scandalo di festini equivoci, il mecenate del protagonista che chiaramente non è una brava persona, la focosa rossa che parecchio sa e vorrebbe parlare, forse perchè non fa parte della borghesia di nascita ma si è arricchita in seguito. La regia è ottima, salda nelle mani del regista, il film è solido, corposo, robusto... poi si arriva al finale. Dopo varie vicessitudini il padre di Roberta vede un vecchio filmato cui i protagonisti sono -già summenzionati- l'avvocato, il mecenate, la rossa ed un misterioso individuo -l'assassino?- di cui si vede solo un braccio dato che è seduto in una poltrona che da le spalle alla telecamera. Ritornano i festini erotici dell'alta borghesia ai danni dei proletari ("Sono sicurto che la costringevano", dice il figlio della rossa), protagonisti de La corta notte delle bambole di vetro, sempre di Lado. E, tanto per chiarire da che parte stare, il regista dipinge questa tossica borghesia con tanto di "pera" in diretta (ecco il motivo per cui spunta un braccio). Ed il film inizia non dico a sfaldarsi, ma a mostrare qualcosa di posticcio.

Tutti questi elementi politici che erano perfetti in La corta notte delle bambole di vetro sembrano qui un po' troppo forzati, un po' troppo fuori luogo. L'assassino fa parte, naturlamente, di questa borghesia. Per difendersi arriverà ad uccidere i suoi compagni di festini, fra cui c'è anche suo fratello e tentare di uccidere il protagonista e sua moglie Elisabeth. Proprio in questo tratto il film mostra la sua originalità, l'assassino compie "solo" due delitti dettati dalla propria insania e per la maggior parte del film non fa nulla -al contrario di altri film del genere in cui continua a mietere vittime finchè non è fermato- e solo verso la fine riprende ad uccidere, ma solamente per difendere la propria identità. Ed eccoci arrivati alla sua identità. Si scoprirà che l'anziana signora è in realtà un uomo travestito e, per l'esattezza, padre James, fratello del magnate.

Il finale denota varie somiglianze con un paio di film, uno contemporaneo l'altro venuto dopo. Il prete uccisore di bambini fa capolino anche in Non si sevizia un paperino di L. Fulci, sempre del 1972, ed in particolare la morte del prete con questa caduta (dal balcone o dalla rupe) mostra notevoli somiglianze. L'altro è La casa dalle finestre che ridono (1976) di P. Avati che riprende il tema -specularmente- del prete assassino deviato uomo/donna ed, in parte, delle registrazioni, qui solo audio. Ma questa è un'altra storia... In conclusione il film è parecchio buono, infonde timore ed inquietudine a iosa, peccato per la verve politica un po' troppo forzata.


 
Dr. Mephisto Hadeser


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