Home page




BULLET BALLET


 
Titolo originale:   Bullet Ballet
Produzione:  Giappone, 1998
Regia:  Shinya Tsukamoto
Cast:   Hisashi Igawa, Sujin Kim, Kirina Mano, Takahiro Murase
 

 

Mi son sempre chiesto quante sfumature può sviscerare il Bianco&Nero su celluloide. Tsukamoto detiene la risposta a questo quesito all'apparenza idiota. Fautore di quel Tetsuo capostitipe di un genere che non c'è continua la sua linea ideologica con questo Bullet Ballet. Cyberpunk senza esserlo. Profondo senza intenzionalità. Frenetico anche nei suoi attimi di silenzio. Dilatato anche quando la macchina da presa corre forsennatamente. Il bianco e nero è la chiave del contrasto. Luce e Buio agli antipodi impercettibile all'impatto e nel mezzo un oceano di Grigio. Stavolta un abbozzo più concreto di trama e pure qualche stralcio di recitazione e dialogo fiorisce fra il metallo e il cemento della solita metropoli anonima da poterla ricondurre a qualunque della porzione di pianeta "civilizzato".

Certo se non fosse per la ricorrente visione di visetti tanto distanti dal nostro Occidente privo di occhietti a mandorla che ci induce a credere che tale esasperazione metropolitana esiste solo in oriente. Solo per questo ci crediamo immuni dal distacco della percezione e di quelle secchiate di depressione di cui Tsukamoto si fa portavoce? Probabilmente si. Al protagonista muore la donna, suicidatasi con un colpo di pistola in testa. Una vita apparentemente felice interrotta dal click di un grilletto. Il biglietto d'entrata per tale girone dell'inferno ruota attorno ad una pistola. Che viene agognata. Che vale risparmi da dilapidare in spacciatori e contrabbandieri. Che spinge al punto di una follia non più labile per possederne una. Non una qualsiasi, ma la copia identica di quella che pose fine alla convivenza con la persona amata non più parte integrante di una foto sbiadita di coppia. Una pistola a cosa può servire. Puro simbolo di dipendenza e ribellione. A cosa? Alla industriale realtà moderna che sempre più costringe a fare i conti ai ritmi imposti.

Al non voler ammettere che la donna con la quale conviveva da anni e che non aveva mai sposato non era realmente felice. Al non averla mai conosciuta a fondo. I suggerimenti sul movente del suicidio non sono esplicati ma lasciati indotti. Al protagonista quanto allo spettatore. Ma non sfido a credere quanto siano chiari e palesi sul fondo dell'animo di entrambi. Solo è più facile sempre fare finta di nulla e trovarsi moventi più consoni alla vendetta. Vendetta da perpetrare ai soprusi cui deve sottostare di una gang giovanile che si fa beffa della sua già di per sè condizione pietosa pestandolo e costringendolo a meri atti di sottomissione spudorata. E non poteva mancare il sentimento che si innesterà con l'unica bad girl della gang. Un sentimento faticoso e che molto poco ha dell'attaccamento banale, ma fatto di violenza e rancori malsopiti e maldigeriti. Di messaggi criptati e gesti estremi.

Tutto questo col sospetto che sia l'unica maniera conosciuta ai protagonisti del menage per sentirsi Vivi. Un sentimento talmente forte nonostante la più totale mancata devozione da parte della ragazza che spingerà l'uomo a difenderla nel momento in cui lei e tutti i membri della banda rischieranno la vita. Un film sul suicidio, sull'impotenza e sulla voglia di un riscatto che non esiste. Il cinema di Tsukamoto è questo prendere o lasciare. Non lascia moralismi. Non lascia insegnamenti. Sono solo immagini sullo schermo confezionate con grande estro e gusto per la cinepresa. Ritmi serratissimi, colonna sonora industrial ma nel vero senso della parola. Colpi di spranga a scandire gli spartiti. Niente robetta da brufoloso adolescenziale truccato e depresso. Pause orchestrate con malinconia. Stralci di tenerezza ugualmente dolorosa perchè non abbandona il pensiero che siano illusori e temporanei. Per Tsukamoto il compito del regista è divenire gli occhi dello spettatore di una sua (im)personale interpretazione della vita.

E per Tsukamoto questa è la vita. Grigia. Non priva di colore perchè nel suo b/n di sfumature ne troverete eccome. Ma dovete scavare nelle macerie. Dovete avere il coraggio e la libertà d'animo di ammettere che questa è la vita. E non esiste alcun proiettile o abbraccio o scopata o bene di lusso o promessa di vita eterna che possa mutarla. O la si accetta o la si combatte: al chiaro prezzo di farsi comunque travolgere in anticipo con la data di scadenza. Tutto qui. Non vi è alcuna catarsi. Come già detto il suicidio è il tema ricorrente. C'è chi preme il grilletto. E chi no. Nè vinti nè vincitori. Nel mezzo vi è solo chi ha la forza di sopravvivere nel migliore dei mo(n)di possibili. Crearsi i propri espedienti di libertà. E forse, solo quando si è in bilico sul ciglio della metropolitana e senti la terra tremare sotto i piedi a braccia spiegate a dare la schiena alla morte e basta un soffio a spegnersi sotto le rotaie e il peso di una vita sfrecciante in pesante acciaio a mille km/h.. forse solo in quella frazione di istante comprendi molte cose. O forse no.

Tsukamoto queste cose non le dice. E' tremendamente furbo e ruffiano nell' imbastire la sua mostra delle atrocità quotidiane. Lascia tutto nelle mani dell'ignaro spettatore. Lo immette agli antipodi del Buio della discesa nel baratro. Fino a dirigerlo verso il Bianco di un finale spiazzante quanto struggentemente poetico. Nel mezzo tante sfumature di grigio. E sotto le macerie qualche colore per chi vorrà sbucciarsi le dita a scavare. Anche se spesso, si sa, il colore predominante è il rosso. Sangue.


 
Tabbo


Webmaster Demon

Design by


© De Profundis copyright 2000-2002 - All rights reserved, all pictures and texts are respective author's property.