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THE BLAIR WITCH PROJECT


 
Titolo originale:  The Blair Witch Project
Produzione:  USA, 1999
Regia:  Daniel Myrick, Eduardo Sanchez
Cast:  Heather Donahue, Joshua Leonard, Michael C. Williams
 


Nonostante il film difficilmente entrerà a far parte della storia del cinema, sicuramente sarà ricordato per lungo tempo come uno dei più "perversi" prodotti mai realizzati. Non si tratta propriamente di un film quanto piuttosto di un progetto (project), di un "sofisticato" sistema di combinazione e ingranaggi abilmente architettato. Il filmvideo si posiziona ambiguamente tra la realtà e la finzione spostando continuamente il senso di ricezione dello spettatore. Presentato come fosse un vero documentario di una ragazza americana, The Blair Witch Project ne ripropone integralmente le caratteristiche. A quanto dicono i due autori, il progetto è stato realizzato interamente dagli attori che informati giorno per giorno dei compiti da svolgere, dei comportamenti da mantenere, dalle scene da improvvisare o da recitare, seguivano al meglio un percorso tracciato e in parte guidato. Progetto notevole e decisamente originale. Ma difficile da credere e da immaginare, almeno vedendo il "film". Se fosse realmente così verrebbe tolto ogni credito alle capacità dei due autori di costruire sia visivamente sia narrativamente le componenti del progetto realizzato.

La presenza di una regia esiste. Il regista c'è (anzi, ci sono i registi) e il film comunque ha una struttura narrativa, magari nascosta, ma comunque esistente. Ciò "purtroppo" non toglie cifra alla qualità da rendimento da documentario. La sensazione di realtà è ciò che spiazza e fa vacillare le difese dello spettatore, è ciò che distrugge lo spettacolo cinematografico e il suo rettangolo di finzione. Certo è più facile dirlo dopo essere entrati in familiarità con tutto ciò che gravita intorno al film e che inevitabilmente si porta dietro. Nulla è stato tralasciato dagli autori/produttori americani. Dentro il film, più del film stesso, trova posto ciò che in un'opera cinematografica solitamente non entra, o che se entra lo fa con intenzioni tutt'altro che prostituivi. (Godard mostrava gli assegni dei suoi produttori; riflessi sui vetri degli operatori di macchina; la sua ombra ecc. Si trattava ovviamente di un'altra cosa, di altre intenzioni, che comunque si trovavano sempre ancorate al tessuto cinematografico del film e non ad un evento esterno). Più "interessante" del film stesso è proprio questo universo complementare costruito, per gioco o per guadagno, intorno e prima di The Blair Witch Project. Sia chiaro nessuno è contro alla possibilità di fare soldi sulle spalle dell'inesorabile macchinacinema. Jean Renoir diceva: "Non bisogna credere che si decida di fare un film per ragioni puramente artistiche, sarebbe un errore. Si tratta comunque di un prodotto che bisogna vendere, per cui hanno un peso anche considerazioni di altro genere".

Certo è che quando il film si concentra maggiormente sulle componenti commerciali, speculative e pubblicitarie (spiccata e spiacevole tendenza ormai di pratica comune e abituale all'interno del moderno sistema del cinema) ci si trova ad arrossire, seppur a volte di nascosto, di fronte ad una sola possibile difesa in favore di una certa (ma assente) qualità. Così il film fu presentato in Internet come un vero documento ritrovato tre anni dopo la scomparsa dei tre studenti. Per confondere maggiormente le idee fu prodotto un geniale documentario falso (mock documentary) con interventi di finti storici, di finti poliziotti, di finti parenti disperati e di finti geologi e finti disegni che mostravano il luogo dove furono ritrovate la videocamera e la cinepresa. Ciò alimentò in modo esponenziale la leggenda e la curiosità intorno a The Blair Witch Project che dalla grande rete telematica passò in distribuzione (lungimiranza - o disperazione- della Pathè distribution) nelle sale cinematografiche dopo una massiccia e ambigua promozione. Naturalmente a questo punto gran parte del mistero si dissipò, lentamente la verità salì a galla, ma il più ormai era stato fatto. La catena era in prossimità di completarsi. Nessun spettatore (poiché tutti noi non aspettavamo altro che esserlo) poteva più sottrarsi al compito di pagare il biglietto. Ma il film è un film che c'è. Proponendo con forza la teoria e la pratica del documentario il film perde totalmente carattere cinematografico anche se nulla ci impedisce di considerarlo un lavoro di Cinema.

La forma generale del filmvideo resta bloccata sulle sue proposizioni, non accelera mai per diventare un qualcosa di diverso rispetto ad un documentario. D'altronde è costretto a farlo per potersi imporre empaticamente nello spettatore e per schiacciarlo con il suo linguaggio diretto. Ma non si tratta solo di una costrizione. Venendo a mancare una pratica (almeno intesa nel senso comune o classico) della regia il film vive solo della possibilità di proporsi costantemente e fino in fondo ciò che non è, un documentario, e di sfruttarne appieno le componenti per riformulare continuamente il suo rapporto diretto con la percezione dello spettatore. E' inevitabile che in un lavoro realizzato attraverso immagini si vengono a riscontrare (anche quando questo non è voluto) delle componenti riconducibili al linguaggio peculiare del Cinema ed è per questo che non deve essere escluso il riscontro di un uso cosciente di alcune componenti cinematografiche, seppure finalizzate ad un uso "drammatico" piuttosto che alla costruzione di una messa in scena non subordinata e succube del versante narrativo. Mi riferisco alla stessa costruzione visiva, articolata con campi e controcampi, ricostruita e ripresentata con il montaggio, alternato. Il linguaggio è diretto, irritante e morboso (formalmente morboso), come e fosse veramente realizzato da amatori; l'utilizzo del video (obbligatorio) azzera ancora di più le distanze.

Tutti sappiamo che la realtà al cinema per spaventare, per colpire con precisione dev'essere costruita, anche per avvicinarsi ad una parvenza di realtà. L'immagine dentro al quadro subisce una ridefinizione, fosse solo per il montaggio. Quindi un gioco astuto tra il lasciarsi andare, la naturalezza e la presenza di un'effettiva costruzione. Proprio per l'impossibilità di vedere rappresentato visivamente il terrore che ci disturba e ci insegue il film non può non essere paragonato a Cat People (1942) di Jacques Tourneur e in generale ai film del produttore Val Lewton e al più recente Distretto 13-Le brigate della morte (1976) di John Carpenter. Gli attacchi sono portati dal sonoro, e non dal visivo ciò che permette di identificarsi è proprio lo specchio del viso dell'attore e i rumori. L'angoscia di essere braccati e inseguiti. L'impossibilità di fuggire e la necessità (folle) di dover affrontare il proprio destino. È l'ultima sequenza, quella della casa. Il film angoscia…Angoscia nelle scene di giorno, snerva in quelle notturne. L'obbligo di dover costantemente riprendere, ci costringe a questa sofferenza. La luce della videocamera, necessaria per vedere al buio (ma vedere cosa? Non lo sapremo mai), è l'espediente narrativo. Noi siamo l'occhio e la mente, e come in Arancia Meccanica per Alex, chiudere gli occhi ci è impossibile… Uno dei prodotti più terrorizzanti di sempre. Abilmente costruito e astutamente venduto.


 
Mattia


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