Nonostante il film difficilmente entrerà a far
parte della storia del cinema, sicuramente sarà ricordato per lungo
tempo come uno dei più "perversi" prodotti mai realizzati. Non si tratta
propriamente di un film quanto piuttosto di un progetto (project), di un
"sofisticato" sistema di combinazione e ingranaggi abilmente architettato. Il
filmvideo si posiziona ambiguamente tra la realtà e la finzione
spostando continuamente il senso di ricezione dello spettatore. Presentato come
fosse un vero documentario di una ragazza americana, The Blair Witch Project ne
ripropone integralmente le caratteristiche. A quanto dicono i due autori, il
progetto è stato realizzato interamente dagli attori che informati
giorno per giorno dei compiti da svolgere, dei comportamenti da mantenere,
dalle scene da improvvisare o da recitare, seguivano al meglio un percorso
tracciato e in parte guidato. Progetto notevole e decisamente originale. Ma
difficile da credere e da immaginare, almeno vedendo il "film". Se fosse
realmente così verrebbe tolto ogni credito alle capacità dei due
autori di costruire sia visivamente sia narrativamente le componenti del
progetto realizzato.
La presenza di una regia esiste. Il regista c'è
(anzi, ci sono i registi) e il film comunque ha una struttura narrativa, magari
nascosta, ma comunque esistente. Ciò "purtroppo" non toglie cifra alla
qualità da rendimento da documentario. La sensazione di realtà
è ciò che spiazza e fa vacillare le difese dello spettatore,
è ciò che distrugge lo spettacolo cinematografico e il suo
rettangolo di finzione. Certo è più facile dirlo dopo essere
entrati in familiarità con tutto ciò che gravita intorno al film
e che inevitabilmente si porta dietro. Nulla è stato tralasciato dagli
autori/produttori americani. Dentro il film, più del film stesso, trova
posto ciò che in un'opera cinematografica solitamente non entra, o che
se entra lo fa con intenzioni tutt'altro che prostituivi. (Godard mostrava gli
assegni dei suoi produttori; riflessi sui vetri degli operatori di macchina; la
sua ombra ecc. Si trattava ovviamente di un'altra cosa, di altre intenzioni,
che comunque si trovavano sempre ancorate al tessuto cinematografico del film e
non ad un evento esterno). Più "interessante" del film stesso è
proprio questo universo complementare costruito, per gioco o per guadagno,
intorno e prima di The Blair Witch Project. Sia chiaro nessuno è contro
alla possibilità di fare soldi sulle spalle dell'inesorabile
macchinacinema. Jean Renoir diceva: "Non bisogna credere che si decida di fare
un film per ragioni puramente artistiche, sarebbe un errore. Si tratta comunque
di un prodotto che bisogna vendere, per cui hanno un peso anche considerazioni
di altro genere".
Certo è che quando il film si concentra
maggiormente sulle componenti commerciali, speculative e pubblicitarie
(spiccata e spiacevole tendenza ormai di pratica comune e abituale all'interno
del moderno sistema del cinema) ci si trova ad arrossire, seppur a volte di
nascosto, di fronte ad una sola possibile difesa in favore di una certa (ma
assente) qualità. Così il film fu presentato in Internet come un
vero documento ritrovato tre anni dopo la scomparsa dei tre studenti. Per
confondere maggiormente le idee fu prodotto un geniale documentario falso (mock
documentary) con interventi di finti storici, di finti poliziotti, di finti
parenti disperati e di finti geologi e finti disegni che mostravano il luogo
dove furono ritrovate la videocamera e la cinepresa. Ciò alimentò
in modo esponenziale la leggenda e la curiosità intorno a The Blair
Witch Project che dalla grande rete telematica passò in distribuzione
(lungimiranza - o disperazione- della Pathè distribution) nelle sale
cinematografiche dopo una massiccia e ambigua promozione. Naturalmente a questo
punto gran parte del mistero si dissipò, lentamente la verità
salì a galla, ma il più ormai era stato fatto. La catena era in
prossimità di completarsi. Nessun spettatore (poiché tutti noi
non aspettavamo altro che esserlo) poteva più sottrarsi al compito di
pagare il biglietto. Ma il film è un film che c'è. Proponendo con
forza la teoria e la pratica del documentario il film perde totalmente
carattere cinematografico anche se nulla ci impedisce di considerarlo un lavoro
di Cinema.
La forma generale del filmvideo resta bloccata sulle
sue proposizioni, non accelera mai per diventare un qualcosa di diverso
rispetto ad un documentario. D'altronde è costretto a farlo per potersi
imporre empaticamente nello spettatore e per schiacciarlo con il suo linguaggio
diretto. Ma non si tratta solo di una costrizione. Venendo a mancare una
pratica (almeno intesa nel senso comune o classico) della regia il film vive
solo della possibilità di proporsi costantemente e fino in fondo
ciò che non è, un documentario, e di sfruttarne appieno le
componenti per riformulare continuamente il suo rapporto diretto con la
percezione dello spettatore. E' inevitabile che in un lavoro realizzato
attraverso immagini si vengono a riscontrare (anche quando questo non è
voluto) delle componenti riconducibili al linguaggio peculiare del Cinema ed
è per questo che non deve essere escluso il riscontro di un uso
cosciente di alcune componenti cinematografiche, seppure finalizzate ad un uso
"drammatico" piuttosto che alla costruzione di una messa in scena non
subordinata e succube del versante narrativo. Mi riferisco alla stessa
costruzione visiva, articolata con campi e controcampi, ricostruita e
ripresentata con il montaggio, alternato. Il linguaggio è diretto,
irritante e morboso (formalmente morboso), come e fosse veramente realizzato da
amatori; l'utilizzo del video (obbligatorio) azzera ancora di più le
distanze.
Tutti sappiamo che la realtà al cinema per
spaventare, per colpire con precisione dev'essere costruita, anche per
avvicinarsi ad una parvenza di realtà. L'immagine dentro al quadro
subisce una ridefinizione, fosse solo per il montaggio. Quindi un gioco astuto
tra il lasciarsi andare, la naturalezza e la presenza di un'effettiva
costruzione. Proprio per l'impossibilità di vedere rappresentato
visivamente il terrore che ci disturba e ci insegue il film non può non
essere paragonato a Cat People (1942) di Jacques Tourneur e in generale ai film
del produttore Val Lewton e al più recente Distretto 13-Le brigate della
morte (1976) di John Carpenter. Gli attacchi sono portati dal sonoro, e non dal
visivo ciò che permette di identificarsi è proprio lo specchio
del viso dell'attore e i rumori. L'angoscia di essere braccati e inseguiti.
L'impossibilità di fuggire e la necessità (folle) di dover
affrontare il proprio destino. È l'ultima sequenza, quella della casa.
Il film angoscia
Angoscia nelle scene di giorno, snerva in quelle
notturne. L'obbligo di dover costantemente riprendere, ci costringe a questa
sofferenza. La luce della videocamera, necessaria per vedere al buio (ma vedere
cosa? Non lo sapremo mai), è l'espediente narrativo. Noi siamo l'occhio
e la mente, e come in Arancia Meccanica per Alex, chiudere gli occhi ci
è impossibile
Uno dei prodotti più terrorizzanti di sempre.
Abilmente costruito e astutamente venduto.
|