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BLACK SHEEP


 
Titolo originale:  Black Sheep
Produzione:  New Zeland , 2006
Regia:  Jonathan King
Cast:  Nathan Meister, Danielle Mason, Peter Feeney, Tammy Davis
 


Un’estenuante attesa, sedata a stento da piccole dosi di trailers, screenshoots e accattivanti cover art. Una furtiva copia di lavorazione che titilla le papille gustative degli sprezzanti amatori del “weird” cinematografico, di coloro che confidano nei parti indipendenti di giovani registi, di coloro i quali sono disposti a sorbirsi dialoghi in lingua originale pur non avendo estrema dimestichezza con i fonemi d’oltreoceano, di coloro che spulciano il web in cerca di fantomatici capolavori provenienti dai più disparati angoli del mondo. Una paziente e fiduciosa attesa di mesi…alfine ripagata dalla visione del tanto osannato e pubblicizzato “Black Sheep”. Che i cinefili italiani siano penalizzati da distribuzioni “anomale” e spudoratamente commerciali è storia vecchia; che bisogna adoperarsi di buona volontà e taoistica pazienza per soddisfare la propria voglia di conoscenza è un, altrettanto risaputo, dato di fatto.

“Black Sheep” non è di facile reperibilità, ma non è neanche impossibile entrarne in possesso. La storia insegna che ogni qual volta si ripongono eccessive speranze in qualcosa di enigmatica natura e si sostiene “a priori” qualcuno in nome dei buoni propositi, si rischia di rimanere delusi. E’ proprio ciò che accade a questo film neozelandese. “Black Sheep” cade vittima della propria strategia di marketing, un crescendo di news, di curiosità, di proclami, di ciechi elogi che si sgonfiano come un soufflè venuto male alla fine degli 80’ di visione. Questo non vuol dire che “Black Sheep” sia un pessimo film, ma che rispetta (con dignitosa onesta intellettuale) ciò che in effetti rappresenta: un filmetto, opera prima di un regista indipendente. Premesso che non si tratta di un horrror, ma di una black commedy o meglio di una gore commedy, in quanto di black c’è davvero poco, “Black Sheep” parte da uno spunto interessante e (per certi versi) innovativo per raccontare una storia che si trascina a fatica fino allo scontato epilogo.

Ritmo fiacco e interpretazioni poco convinte rendono traballante un’impalcatura sostenuta esclusivamente dal dato oggettivo più interessante del film: le pecore. Gli occhi di queste bestie sono inquietanti quanto basta, in particolar modo ambiguo l’assoluta impossibilità di scindere il gregge pacifico da quello antropofago. Le bibliche vittime sacrificali, l’animale innocuo per antonomasia, qui riesce ad incutere timore ed a insinuare nello spettatore una rara forma di ovinofobia di cui è affetto il protagonista. Notevoli gli effetti speciali, molti dei quali di vecchia scuola, con particolare cura delle scene (non poche) splatter. Il morso delle pecore “incazzate” (come recita il manifesto cinematografico) è una maledizione, non di natura metafisica, ma genetica, che costringe gli umani contagiati a mutare in una sorta di “pecore mannare”. Da ricordare la trasformazione di una di tali creature che omaggia, palesemente, la più famosa metamorfosi di Landissiana memoria. Sebbene i neozelandesi (così come i coreani, ma in misura minore) siano avvezzi a rendere un film esteticamente valido pur con budget irrisori e nonostante questo goda di una cura grafica notevole e di splendidi scenari naturali, “Black Sheep” soffre di una dicotomica crisi d’identità. La comicità demenziale, spesso cozza con il thriller puro e l’action movie.

Una veste spuria che rallenta irrimediabilmente il ritmo di un film che comunque vale la pena di vedere, se non altro per assistere alla fuga disperata al sentore del più flebile dei belati e godersi, satolli, le mandibole di un ovino staccare di netto la gamba di un uomo. Molte le citazioni, su tutte quella in onore del nostro Alavaro “pierino” Vitali (chissà se voluta). Il film infatti si conclude con un unisone e crescente coro di “scuregge”.


 
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