Wilson Yip, dopo alcune prove (quattro per
l'esattezza) salutate da timidi consensi e limitate esclusivamente al circuito
di distribuzione cinese, risveglia l'attenzione degli spettatori locali (ed in
seguito internazionali) confezionando un delizioso ed apparentemente "frivolo"
crogiuolo di idee, che segnerà la svolta della sua carriera. "Sang dut
sau shu" (questo è il titolo originale di "Biozombie"), ha la struttura
narrativa ed estetica di un perfetto B-movie (moderno), ma nasconde (più
o meno velatamente) aspetti di ben altro interesse. La storia in due righe. Gli
scienziati iracheni hanno creato una micidiale arma (biochimica) di distruzione
di massa (forse quella di cui è ancora alla ricerca Bush), il governo
cinese acquista un campione di tale prodigioso liquido, custodito in una
bottiglietta, che normalmente ospiterebbe un aperitivo analcolico. Per una
sfortunata serie di coincidenze, questo preziosissimo campione cade nelle mani
di due bulletti di periferia che lavorano in un centro commerciale
inizia
il contagio
Il budget di questo film è davvero
irrisorio, tanto che il make-up degli zombi, può essere additato (senza
dubbi) come il peggiore che si sia mai visto su grande schermo. L'umorismo
è (per buona parte del film) il vero protagonista della storia, che tra
l'altro non brilla certo per innovazione. Ma allora, vi starete chiedendo,
perché questo film sarebbe degno di nota? Iniziamo dalle cose più
evidenti. Girato per buona parte in interni, con uno stile sobrio ma elastico,
è supportato ed arricchito da brillanti intuizioni visive che ne
adombrano le carenze scenografiche. La forza di un perfetto commento musicale
ed il sostegno di una recitazione convincente, mai incerta, riescono a
sopperire i limiti economici imposti dalla produzione. Yip deve molto a Romero,
tanto che il suo film, risulta una vera e propria citazione dell'intera
trilogia del regista newyorkese, ma attenzione, non siamo di fronte ad un
"furto" di idee, bensì ad una rielaborazione ed un riadattamento
socio-politico delle tematiche romeriane
e proprio questo rappresenta
l'aspetto più interessante di "Biozombie". Il gruppo di protagonisti ha
una connotazione sociale ben identificata, le loro vite si districano tra i
corridoi di un centro commerciale, in cui essi lavorano, mangiano, comprano,
vendono, gestiscono le relazioni sociali, espletano le proprie funzioni
fisiologiche, centro commerciale che diventerà la loro prigione dopo
l'esplosione dell'epidemia e dopo che le porte d'ingresso verranno chiuse,
proprio come in "Dawn of the dead".
Per difendersi dagli attacchi degli zombi
si rifugiano all'interno di uno shop, dove due uomini si scontreranno sulla
possibilità di rimanere barricati ed attendere gli aiuti o di uscire
fuori e rischiare invece che attendere una morte certa, proprio come in "Night
of the living dead". L'incapacità e l'ottusità delle forze
dell'ordine sottolineano l'antimilitarismo (rimarcato anche dal fatto che uno
degli "acquirenti" del terribile siero, sia un militare), e la presenza di uno
zombi "raziocinante" che cerca di difendere la persona che ama
ricordano
inevitabilmente "Day of the dead". Il clima del film, fino ad un certo punto,
è del tutto spensierato, strafottente, incurante delle conseguenze,
prepotente ed in apparenza insensibile
come presumibilmente lo è il
carattere del giovane medio di Hong Kong, ma Yip a differenza delle
sceneggiature di questo genere di pellicole (mi viene in mente Junk), cerca di
curare quanto più è possibile la storia. Infatti in biozombie non
ci sono lacune narrative, tutto ciò che accade ha un perché,
nulla viene lasciato al caso. Il profilo psicologico dei protagonisti si
costruisce con lo scorrere della pellicola, mattone su mattone, tanto che
possiamo avere una visione totale della personalità dei protagonisti,
solo dopo che la parola fine sia apparsa sullo schermo.
Credo che raramente, Romero escluso, un
film incentrato sul tema dei ritornanti antropofagi, dia una tale importanza
alla profondità dei personaggi, analizzando i vari aspetti della vita
sociale: come si appare agli occhi degli altri, come si vorrebbe essere, ma
soprattutto come si è realmente. Il film è per lunga parte
divertente, con tratti di assoluta comicità e questo aspetto entra in
violento contrasto con la drammaticità che si sviluppa intorno al
finale. Tuttavia tale dicotomia non crea affatto un netto contrasto o
un'incongruenza, il tutto viene sfumato da una sorta di dissolvenza emozionale,
capace di spostare i toni della vicenda dal comico al drammatico senza creare
scompensi o bruschi sobbalzi narrativi. Yip riporta nel suo film anche il
nichilismo e la vena pessimistica di Romero, dandone una sua personale
interpretazione e risultando, per certi versi, ancora più cupo del suo
collega d'oltreoceano. Tra le tante invenzioni visive, ne segnalo due in
particolare: - la soggettiva in negativo monocromatico, e grandangolare, degli
zombi. - l'introduzione in alcune sequenze di elementi "fisici" (beep,
indicazioni scritte, simboli) tipici dei videogames. Una volta tanto gli zombi
non sono solo un pretesto per mostrare sangue e interiora (cosa per nulla
deprecabile, anzi), ma un modo per puntare un riflettore su una delle tante
forme in cui la società che ci circonda può manifestarsi.
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