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L'ANGELO DELLA VENDETTA


 
Titolo Originale: Ms. 45
Produzione:  USA, 1981
Regia:  Abel Ferrara
Cast:   Zoë Lund, Albert Sinkys, Darlene Stuto, Helen McGara
 


L’angelo della vendetta è un film che tradisce la sua età, invecchiato male e subito, complici le immagini sgranate che ci restituiscono le copie in circolazione, la quasi assenza di dialoghi e un impianto narrativo tipico dei film di serie B realizzati negli anni ‘80. Ciò nonostante, il film offre una visione del regista relativa a uno spaccato metropolitano interessante e disincantato, dove la protagonista è costretta a reagire con la stessa violenza che ha conosciuto e vissuto sulla sua pelle alle avance, non proprio raffinate, degli uomini che incontra. Ferrara racconta, con una crudezza e una povertà scenica che trasmette tutto lo squallore della violenza sessuale, la vendetta di una donna emblematicamente costretta al silenzio, nella vita quotidiana come durante l’aggressione.

Thana, infatti, è muta e non può urlare al mondo la sua sofferenza né, soprattutto, chiedere aiuto per difendersi. Dopo aver subito la seconda violenza nel giro di qualche ora, reagisce e uccide il suo assalitore. Il senso di frustrazione della donna comincia ad alimentarsi della spavalderia e della volgarità del mondo maschile, così come descritte dal regista, con cui deve confrontarsi e rapportarsi quotidianamente. Uomini, che non sono mai vittime innocenti per Ferrara ma fiere fameliche che se ne stanno appostate agli angoli delle strade, squadrando le ragazze all’uscita dal lavoro. La violenza subita induce Thana a interpretare in modo distorto sia una gestualità maschile “coatta”, sia le effusioni amorose e non violente di alcune coppie, poiché vede nella violenza e nella prevaricazione maschile l’unica chiave di lettura possibile del rapporto uomo-donna.

Con l’arma che, durante la seconda violenza, l’ha minacciata di morte, Thana diviene una serial killer, che inizialmente uccide per paura, perché inseguita mentre è intenta a sbarazzarsi di alcune parti del cadavere del suo violentatore, poi per rivalsa e, infine, per una sorta di missione punitrice vestita simbolicamente da suora. Da ragazza timida e introversa, si trasforma in una donna aggressiva il cui unico scopo nella vita è una vendetta indiscriminata nei confronti dell’altro sesso. Anche la sua immagine acqua e sapone che aveva attirato le attenzioni dei malviventi scompare per lasciare il posto a quella della dark lady dal trucco accentuato e vestita di pelle. Oltre che bella, Thana si rivela anche un’ottima tiratrice, addirittura capace di far fuori una banda di teppisti, attirati (ovviamente con brutte intenzioni) come api sul miele dalla sua bellezza. Il tutto culmina durante una festa mascherata organizzata dai colleghi di lavoro.

La strage si compie irrazionalmente e meccanicamente: Thana si trasforma in un giustiziere in tonaca. La sua missione (ed ecco che non è casuale l’abito scelto per la festa mascherata) diventa totalizzante, tanto da erigersi a paladina delle donne uccidendo gli uomini a portata di tiro. Lenta, lentissima, e ricca di patos la scena finale, in cui una collega armata di coltello pone fine ai tormenti di Thana. Ciò che colpisce ancora di questo film è la visione “laida” con cui Ferrara sceglie di rappresentare il mondo maschile, attribuendogli connotazioni estremamente negative che spingono, in fin dei conti, a sostenere la furia omicida e vendicativa della protagonista.
Una variazione sul tema della violenza e un’interpretazione dei sentimenti, quella del regista, molto meno banale di quanto si possa pensare, rabbiosa e più che mai senza via di uscita.


 
Marta Rizzi


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