Con questo splendido titolo si apre uno dei film
più riusciti di Lucio Fulci ma, per poterlo capire meglio bisogna
partire dal precedente Paura nella città dei morti viventi; difatti
questi due film cosituiscono un dittico, condividono la trama e risultano quasi
l'uno il rifacimento dell'altro. In entrambe le pellicole si parla
dell'invasione del Male sulla Terra scautirita dal suicido di un prete nel
primo e dalla riapertura di un hotel sito su una delle Sette Porte dell'Inferno
nel secondo. Entrambi condividono citazioni lovecraftiane, Paura... si svolge a
Dunwich ed in ambedue i film è presente un "libro maledetto", figura
topica dell'opera del Solitario di Providence. Inutile parlare della trama di
L'aldilà!, per precisa volontà del regista il film non deve
averla ma deve essere "un film senza storia: una casa, degli uomini che tornano
dall'aldilà"*, un concentrato delle caratteristiche più topiche
dei film horror; fatto strano però che gli zombie -componente
fondamentale dell'horror fulciano e non- siano stati imposti -fortunatamente,
per una volta- dai distributori tedeschi che volevano un film fotocopia di
Paura..., naturalmente così non è avvenuto e, anche se i due film
si possono ritenere le due faccie di una stesse medaglia, non sono
assolutamente "fatti con la carta carbone".
Ma forse il film va aldilà -perdonatemi il gioco
di parole- di questo, prosegue oltre, forse non è vero che "non
c'è una logica da cercare nel film, non è altro che un
susseguirsi di immagini"*. Più che un seusseguirsi è un
ripetersi, tutte le cose che accadono sono destinate a ripetersi, statiche,
come statica è la ripetitivà della morte, accaduta una volta
è accaduta per sempre, immutabile eppure rinnovata. Ecco allora che la
crocefissione di Schweick si ripeterà più volte nel film,
apparirà quando -e dove- meno ce l'aspettiamo e ci colpirà quando
ci dovrebbe essere ma non c'è, assente nel film ma non nella nostra
mente; così la morte di Joe ci viene riproposta con l'idraulico
rispeccchiato nel carneficie invece che nella vittima, piccoli cambiamenti che
non alterano la staticità della morte. Non a caso queste due sequenze si
mescolano, si fondono in un'unica fotografia dove Martha viene uccisa con il
chiodo con il quale è stato crocefisso il pittore... ma non nel luogo
della crocefissione. Le vicende si muovono, fluide, gelatinose fino a
ritrovarsi, mescolate, al punto di partenza, quasi non si fossero mai mosse.
Così bisogna guardare questo film come si assistesse ad un sogno, con
una logica ed un realismo prettamente onirici. I fatti, i personaggi, le cose
si muovono da un posto all'altro senza soluzione di continuità,
così i protagonsiti dall'ospedale si ritrovano in albergo, e
dall'albergo... Così il Dr. John McCabe non riesce capire dove deve
sparare per uccidere gli zombie -ennesimo clichè dell'orrore fedelmente
riproposto-.
L'onirismo attraverso cui il film si muove è lo
stesso spazio, lo stesso tempo attraverso cui si dipanano i sogni -incubi?-,
dove nulla gli è precluso e tutto non fa altro che procedere verso il
finale/non finale. Proprio parlando della fine del film vorrei concludere, con
una considerzione prettamente personale. Mentre John e Liza si avviano nel
desolato paesaggio, mentre molte voci li chiamano, mentre si guardano intorno,
gli occhi ormai diventati ciechi e la voce narrante incalza: "Ora affronterete
il mare delle tenebre e ciò che in esso vi è di esplorabile";
dato il tema del film è facile interpretare la perifrasi "mare delle
tenebre" come l'Inferno, ma dopo l'ennesima visione un dubbio mi è sorto
considerando la cecità dei protagonisti: per vedere dentro la nostra
anima non abbiamo bisogno dei nostri occhi.
* Da L'occhio del testimone - M. Romagnoli, Granata Press,
1992
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