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E TU VIVRAI NEL TERRORE... L'ALDILA'


 
Conosciuto anche come:  Seven Doors of Death
Produzione:  Italia, 1981
Regia:  Lucio Fulci
Cast:  David Warbeck, Veronica Lazar, Catherine McColl, Sarah Keller, Antoine Saint John
 


Con questo splendido titolo si apre uno dei film più riusciti di Lucio Fulci ma, per poterlo capire meglio bisogna partire dal precedente Paura nella città dei morti viventi; difatti questi due film cosituiscono un dittico, condividono la trama e risultano quasi l'uno il rifacimento dell'altro. In entrambe le pellicole si parla dell'invasione del Male sulla Terra scautirita dal suicido di un prete nel primo e dalla riapertura di un hotel sito su una delle Sette Porte dell'Inferno nel secondo. Entrambi condividono citazioni lovecraftiane, Paura... si svolge a Dunwich ed in ambedue i film è presente un "libro maledetto", figura topica dell'opera del Solitario di Providence. Inutile parlare della trama di L'aldilà!, per precisa volontà del regista il film non deve averla ma deve essere "un film senza storia: una casa, degli uomini che tornano dall'aldilà"*, un concentrato delle caratteristiche più topiche dei film horror; fatto strano però che gli zombie -componente fondamentale dell'horror fulciano e non- siano stati imposti -fortunatamente, per una volta- dai distributori tedeschi che volevano un film fotocopia di Paura..., naturalmente così non è avvenuto e, anche se i due film si possono ritenere le due faccie di una stesse medaglia, non sono assolutamente "fatti con la carta carbone".

Ma forse il film va aldilà -perdonatemi il gioco di parole- di questo, prosegue oltre, forse non è vero che "non c'è una logica da cercare nel film, non è altro che un susseguirsi di immagini"*. Più che un seusseguirsi è un ripetersi, tutte le cose che accadono sono destinate a ripetersi, statiche, come statica è la ripetitivà della morte, accaduta una volta è accaduta per sempre, immutabile eppure rinnovata. Ecco allora che la crocefissione di Schweick si ripeterà più volte nel film, apparirà quando -e dove- meno ce l'aspettiamo e ci colpirà quando ci dovrebbe essere ma non c'è, assente nel film ma non nella nostra mente; così la morte di Joe ci viene riproposta con l'idraulico rispeccchiato nel carneficie invece che nella vittima, piccoli cambiamenti che non alterano la staticità della morte. Non a caso queste due sequenze si mescolano, si fondono in un'unica fotografia dove Martha viene uccisa con il chiodo con il quale è stato crocefisso il pittore... ma non nel luogo della crocefissione. Le vicende si muovono, fluide, gelatinose fino a ritrovarsi, mescolate, al punto di partenza, quasi non si fossero mai mosse. Così bisogna guardare questo film come si assistesse ad un sogno, con una logica ed un realismo prettamente onirici. I fatti, i personaggi, le cose si muovono da un posto all'altro senza soluzione di continuità, così i protagonsiti dall'ospedale si ritrovano in albergo, e dall'albergo... Così il Dr. John McCabe non riesce capire dove deve sparare per uccidere gli zombie -ennesimo clichè dell'orrore fedelmente riproposto-.

L'onirismo attraverso cui il film si muove è lo stesso spazio, lo stesso tempo attraverso cui si dipanano i sogni -incubi?-, dove nulla gli è precluso e tutto non fa altro che procedere verso il finale/non finale. Proprio parlando della fine del film vorrei concludere, con una considerzione prettamente personale. Mentre John e Liza si avviano nel desolato paesaggio, mentre molte voci li chiamano, mentre si guardano intorno, gli occhi ormai diventati ciechi e la voce narrante incalza: "Ora affronterete il mare delle tenebre e ciò che in esso vi è di esplorabile"; dato il tema del film è facile interpretare la perifrasi "mare delle tenebre" come l'Inferno, ma dopo l'ennesima visione un dubbio mi è sorto considerando la cecità dei protagonisti: per vedere dentro la nostra anima non abbiamo bisogno dei nostri occhi.

* Da L'occhio del testimone - M. Romagnoli, Granata Press, 1992


 
Dr. Mephisto Hadeser


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