È passato stranamente - ma forse non c'è neanche da stupirsi - completamente inosservato il terzo lungometraggio di Ji-woon Kim. L'originale esperimento di combinare toni drammatici con un personalissimo registro horror fa infatti di questa pellicola una novità assoluta, almeno per la grossa distribuzione occidentale. Su-mi e Su-yeon tornano a casa dopo un periodo piuttosto lungo passato in un istituto di cura psichiatrica. Nella casa, il padre delle due sorelle vive con Eun-joo, la loro matrigna, figura inquietante e crudele, anche lei affetta da disturbi mentali, e temuta dalle due ragazze. La situazione, così già pregna di tensione, degenera completamente quando i fantasmi di un passato traumatico vengono a galla, generando strane visioni e oscure manifestazioni sovrannaturali.
Se il film inizia, e spesso prosegue, con ritmi e tempi che possono - ad una visione superficiale - sembrare eccessivamente dilatati, lo spettatore attento capirà subito che alla scelta di allargare i tempi concorrerà quella di giocare su un restringimento crescente degli spazi, dall'esterno in aperta campagna alla casa fulcro dell'azione (e forse eccessivamente "creaturizzata", tanto che sarà difficile non pensare a Evil dead ) e ad ogni suo angolo, fino ai particolari e ai dettagli più inquietanti.Il film risulta di un rigore formale e di una ricercatezza ferrei quanto eleganti ed efficaci, e il lavoro certosino alla scenografia (Jo Geun-hyeon) e alla fotografia (Lee Mo-gae) ne sono al tempo stesso causa ed effetto, con quelle pareti che sembrano respirare insieme ai protagonisti e quelle penombre giunte direttamente dalla dimensione degli incubi.La regia dell'autore coreano è molto ricercata, ampia o sferzante a seconda della situazione, giocando su taglienti carrellate e piani sequenza, e aiutato da un montaggio (Lee Hyeon-mi) quasi sempre perfetto nella scelta dei tempi e nella costruzione dell'azione. Ji-woon Kim riesce a creare una pressante inquietudine soprattutto trattenendo la violenza per liberarla e concentrarla in determinate sequenze che risultano efficacemente terrificanti, suggerendo l'orrore puro piuttosto che mostrandolo, e ricercando un'asimmetria distorta praticamente in ogni singola inquadratura, asimmetria che poi si riscontra in ogni angolo dell'intreccio e della sceneggiatura, culminando nel rapporto tra le due sorelle. Molto particolare risulta anche l'utilizzo della colonna sonora, con pezzi e sonorità di chitarra classica decisamente inusuali nell'ambito del genere horror. Se in qualche sequenza si teme di trovarsi nuovamente di fronte all'ennesimo "clone" di The Ring , la pellicola del giovane regista sudcoreano risulta invece sostanzialmente innovativa, un prodotto, insomma, che fa venir voglia di andare al cinema, smentendo il mito - diffuso soprattutto tra i fruitori di cinema "meno preparati" - dell'identità sistematica tra i film horror orientali.
|