Herschell Gordon Lewis è un genio, su questa affermazione c’è poco da discutere. Così come c’è poco da discutere sul fatto che lo stesso non ha mai avuto la benché minima idea di come si faccia un film. Mosso quasi esclusivamente da interessi di natura economica, insieme al fido produttore David Friedman, dopo l’inaspettato successo dello sperimentale (in tutti i sensi) “Blood Fest” ripercorre il filone “Bloodexploitation” con un film che fin dal titolo si intuiva essere destinato a rimanere nella storia: Two Thousand Maniacs.
Il pubblico medio statunitense degli anni ’60, è composto quasi esclusivamente da teenagers in cerca di emozioni, i drive-in sono sempre pieni di auto dentro le quali si banchetta con popcorn e cocacola e si amoreggia sbirciando di tanto in tanto il grande schermo, ci sono le economiche serate “double-features” e le altrettanto economiche “Matinèe”, la gente va al cinema non pretendendo di vedere capolavori, ma vuole sensazioni forti e trasgressione.
Da questi presupposti nascono i film di Lewis, che ha il pregio (e l’intuizione) di dare al pubblico esattamente ciò che vuole, senza compromessi, basando la sua produzione sul binomio di sicuro successo sesso-violenza. Se per quanto riguarda il sesso Lewis non è esattamente un pioniere (ma uno scaltro imprenditore), per la violenza il discorso è diverso…con i suoi film si traccia un percorso che darà vita ad una brusca svolta del cinema horror con la nascita di numerosi sottogeneri… e soprattutto si inizia a “mostrare”.
Lewis è un grande creativo, ha delle trovate geniali e proprio da una di queste nasce Two Thousand Maniacs.
In una piccola cittadina del sud, giungono (dirottati da una serie di false deviazioni) un gruppo di turisti provenienti dal nord. Sono gli ospiti d’onore del centenario di Pleasent Valley. I 2000 abitanti sono molto cordiali ed i sei turisti non ben comprendono cosa si festeggi e perché sono oggetto di tante attenzioni. Ben presto i simpatici sudisti si riveleranno per quello che sono…
Lewis oltre a dirigere un cast di (per lo più) sgangherati attori (tra cui spicca la playmate Conie Manson), è autore di soggetto, sceneggiatura, musiche, fotografia ed effetti speciali. Il film tecnicamente è pressoché inesistente, ma l’atmosfera, l’ironia (ai limiti della comicità) e soprattutto il feroce sadismo di massa ne fanno un piccolo gioiello.
La vena creativa di Lewis tocca i vertici della genialità nelle spettacolari uccisioni, particolare che caratterizza tutta la sua produzione, ma in questo film sicuramente in auge. Una ragazza fatta a pezzi e servita come piatto forte del grande barbecue, un ragazzo smembrato da quattro cavalli, un altro ragazzo rotola giù da una collina dentro una botte farcita di chiodi, una ragazza viene schiacciata da un enorme masso rovinatole addosso tramite un meccanismo da baraccone di luna park. Proprio in occasione dell’ultimo omicidio si capisce perché Two Thousand Maniacs è un film da amare. La violenta dicotomia tra la gioviale allegria paesana, l’atmosfera da sagra di periferia e le brutali torture e sevizie subite dalle vittime di Pleasent Valley accrescono, in maniera esponenziale, il sadismo di questa pellicola. Intorno ai corpi straziati si balla, si canta, i bambini giocano, i vecchi masticano tabacco.
Tale sensazione è ancor più amplificata dal (breve) momento di riflessione, o meglio di pausa per godersi nel migliore dei modi il macabro spettacolo, che segue la morte. Lente carrellate sui primi piani degli abitanti intenti a fissare il corpo straziato, gente comune, sguardi inespressivi o meglio emotivamente spenti, come se ciò a cui si assiste sia sacrosantamente dovuto… il tutto scandito da una cadenzata e ripetitiva colonna sonora che mette i brividi. Two Thousand Maniacs è cattivo, molto cattivo e rimane tale anche se presenta una sorta di happy end. Da sottolineare l’eccezionale resa cromatica (Eastmancolor), il folle humor (condensato nel trio country “the pleasent valley boys” che se ne va in giro a canticchiare un motivetto composto da H.G. Lewis in persona) e la (seppur ridotta ai minimi termini) componente sessuale.
Rimangono evidenti (come un monito ai posteri) le innumerevoli pecche di questo film. Dagli interni, che nei film di Lewis sono pressoché identici (come se girasse tutte le scene al chiuso nel salotto di casa sua), alla recitazione “amatoriale” (anche se c’è di peggio in film di ben altro budget), dall’anacronistica resurrezione di una città fantasma del 1865 ai dialoghi spesso demenziali e dulcis in fundo i 2000 maniaci del titolo non sono mai più di 30.
Ciò che maggiormente si apprezza in H.G. Lewis è la sua genuinità e l’assoluta mancanza di presunzione da parte di chi pur avendo girato molti film è rimasto fermo (tecnicamente) al punto di partenza… ma d’altronde come si fa a non amare (e dunque perdonare tutto ciò) colui il quale ha fatto un film dal titolo “Gore gore grils”?
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