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Nome di battesimo:  Charles Albert Browning
Data e luogo di nascita:  12 Luglio 1882, Louisville, USA
Data e luogo di morte:  6 Ottobre 1962, Malibù

In un racconto del mistero dovete stare soprattutto attenti a non scadere nel comico. Se una cosa diventa troppo terrificante o troppo orribile, allora va oltre l’immaginazione della gente comune e il pubblico si mette a ridere. Può sembrare paradossale, ma i racconti del mistero devono essere plausibili

ITod BrowningIl cinema di Tod Browning è un luogo molto singolare. Qui si verificano fatti incredibili e si svolgono le biografie inverosimili dei suoi personaggi, sempre in preda a sentimenti eccessivi e assurde passioni. Eppure tutto, dal tranquillo scorrere della vita domestica alla brutalità degli eventi più tragici ed abnormi, grida la propria indiscutibile autenticità. È questa apparentemente paradossale commistione di assurdità e verosimiglianza a fare di Browning il creatore di un mondo che si può a buon diritto definire più reale che realistico e che al di fuori delle sale trova il suo naturale corrispettivo (nonché il suo fondamentale ispiratore) nel Circo. Luogo dell'esibizione pura e del mondo raccontato per segni forti nelle chiavi estreme del melodramma e della farsa, l'arena strabiliante dell'Incredibile ma Vero ha sempre e comprensibilmente affascinato registi di eccezionale temperamento artistico, ma per quanto riguarda Browning il rapporto con il circo va ben aldilà di una favolosa metafora o di una vaga fascinazione e costituisce il vero e proprio cardine del suo percorso formativo. Tod aveva solo sedici anni quando lasciò la piccola città di Louisville, nel Kentucky, per unirsi ad un gruppo di artisti itineranti dopo essersi innamorato, pare, di un'avvenente ballerina. Prima di arrivare al cinema come attore (nel 1912 con David W. Griffith) Browning fu fantino, imbonitore, clown, acrobata, "cadavere vivente" e contorsionista e quando venne il momento non esitò ad esportare nella nuova carriera questa versatilità di artista circense. Sbarcato ad Hollywood al seguito di Griffith, nel giro di pochi mesi aveva già imparato a muoversi agilmente nel vivace giro degli Studios di quegli anni. Aveva da poco debuttato alla regia con il cortometraggio muto The Lucky Transfer e parallelamente continuava la sua alacre attività di soggettista e sceneggiatore, quando nel giugno del 1915 rimase coinvolto in un tragico incidente automobilistico. Quella notte Browning era alla giuda della sua macchina sportiva, probabilmente ubriaco, e riportò lesioni tanto gravi da mettere a repentaglio la sua stessa vita. Ad Elmer Booth, l'attore che era con lui, andò molto peggio: fu sbalzato fuori dalla vettura in seguito all'impatto e morì sul colpo. Ripresosi a fatica dai postumi fisici della tragedia, i cui segni profondi sarebbero rimasti in lui molto più a lungo, Browning riprese la sua promettente carriera lavorando come assistente di Griffith, insieme a Erich Von Stroheim e accumulando il considerevole patrimonio di capacità tecniche che avrebbe fatto della sua filmografia un compatto e coerente insieme stilistico.

Nel 1917 diresse il suo primo lungometraggio (Jim Bludso) e cominciò a specializzarsi in un genere di cinema popolare e melodrammatico, fatto di avventure, romanticismo e scenari esotici. A questa data il regista possedeva già un passato di fantasista e giocoliere, una formazione tecnica al fianco di cineasti di nome ed una fantasia eclettica: a tutto ciò si aggiunse nel 1920 l'incontro con Lon Chaney, "l'uomo dai mille volti", ultimo elemento saliente del patrimonio artistico di Browning, peraltro egli stesso destinato ad essere ricordato con un felicissimo soprannome, "L'Edgar Allan Poe del cinema"

"Non calpestatelo, potrebbe essere Chaney!"

Detto popolare americano

Alonzo Chaney era un impareggiabile attore del muto, noto soprattutto per la sua capacità di piegare proprio volto e il proprio corpo a incredibili deformazioni e di mantenere, anche sotto le più grottesche sembianze, un'intensa espressività drammatica. Realizzava da sé le proprie trasformazioni con pochi elementi di make-up, colla, fil di ferro, spesso a prezzo di dolorosissime contorsioni. Figlio di genitori sordomuti, l'attore può aver tratto dal loro linguaggio quell'ampia, aggraziata, eppure densamente emotiva gestualità che rende Erick intensamente comunicatiTod & Lonvo malgrado la pur espressiva immobilità del volto mostruoso. Che esso originasse dalle sue particolari abitudini comunicative oppure dalla stoica abnegazione con cui tollerava i propri torturanti travestimenti, il nodo cruciale delle qualità mimetiche di Chaney risiedeva di fatto nel corpo, nella maschera, nel gesto, insomma nel visibile e fu proprio questo a consentirgli di incarnare alla perfezione le angosce browninghiane di mostruosità, difformità e privazione: come ricorda Giovannini nel suo Mostri (Castelvecchi, 1999) l'aver trovato un simile protagonista "permise a Browning di sondare tutti gli aspetti del rapporto tra maschera e volto, tra normalità e deformità." Sin dall'inizio Chaney si svincolò dal ruolo angusto del semplice interprete per divenire una fonte di ispirazione talmente potente da portare il regista a costruire intere sceneggiature partendo dalla semplice caratterizzazione di un personaggio immaginato appositamente per lui. Ripercorrendo gli esiti più brillanti del sodalizio artistico è d'obbligo citare innanzi tutto The Unholy Three (I Tre, 1925), rievocazione delle gesta di un inedito trio composto da un ventriloquo, un forzuto e un nano. Due anni dopo, le reminiscenze circensi di Browning -che nel frattempo dirige ancora The Show (Il padiglione delle meraviglie) - e il talento trasformista di Chaney tornarono a combinarsi in perfetta alchimia in The Unknown (Lo Sconosciuto), la storia d'amore, conclusa da un epilogo beffardo e crudele, fra una donna traumatizzata e problematica, un'esordiente Joan Crawford, e un impostore che si esibisce come "fenomeno senza braccia". Le tematiche ricorrenti sono squisitamente horror: l'amputazione- castrazione e la perdita di potenza, di incisività positiva, il volto sfigurato e il corpo smembrato che traducono nell'evidenza delle immagini la sotterranea angoscia di frammentazione dell'identità.

Tutte queste storie, legate dallo sfondo favoloso del circo ma soprattutto dal tema onnipresente della mutilazione, dell'aspirazione frustrata e dell'impotenza, hanno modi e termini di un livello di consapevolezza tale da indurre la critica a domandarsi se, a dispetto della bonaria patina di ingenuità che sembra piacevolmente depositarsi sui vecchi film, queste pellicole non presuppongano un uso cosciente e programmatico degli elementi di psicanalisi in gran voga in quegli anni. Così David J. Skal ravvisa importanti tracce del Perturbante di Freud nel lavoro di Chaney e Browning, come del resto ipotizza una conoscenza diretta da parte del regista del precoce saggio del freudiano Ernest Jones (On the Nightmare) sull'interpretazione psicanalitica del vampirismo, uscito nello stesso anno di Dracula (coincidenza che a mio avviso resterebbe significativa anche in assenza di un legame diretto). Prima di girare quest'ultimo film, destinato a legare indissolubilmente il suo nome ai famigerati "figli della notte", Browning diede vita ad una delle prime storie di vampiri del muto americano London After Midnight (Il fantasma del castello, 1927), con il suo attore feticcio in forma strepitosa, pronto a sfruttare tutti i suoi segretissimi trucchi per partorire la fisionomia distorta del vampiro.




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