Vi starete chiedendo che attinenza abbia un
film di Totò con De Profundis, cercherò di spiegarlo. "Che
fine ha fatto Totò Baby?" è fondamentalmente un film "strano". La
critica italiana lo ha sempre massacrato, evidenziandone i limiti tecnici, le
lacune di sceneggiatura, l'inconsueto calo della verve comica di Totò.
Tutto questo esclusivamente per ragioni culturali, per la totale mancanza, nel
popolo italiano, di una visione "nera" della vita, per una letteratura che, da
sempre, si discosta da ciò che può essere considerato "malvagio".
Cercherò di esprimere le mie opinioni in merito al film, in maniera
più completa possibile, spiegando perché (dal mio punto di vista)
questo film sia un piccolo capolavoro "noir". Come mia abitudine, prima di
inoltrarmi nell'analisi del film
un po' di storia. Il cinema italiano
degli anni 60/70 era avvezzo storpiare e parodiare i film (quasi esclusivamente
americani) di maggior successo. In quest'ottica la produzione di "Che fine ha
fatto Totò Baby?" pensava si potesse ricavare una buona cifra, usando lo
stesso titolo del film di Aldrich ed affidando il resto alla comica facciale di
Totò
ma successe qualcosa di imprevisto.
La regia è attribuita ad Ottavio Alessi, ma è
quasi certo che buona parte del film sia stato girato da Paolo Heusch che non
appare nei titoli di testa, perché poco prima implicato in una vicenda
di case di tolleranza per omosessuali. Questa tesi è avvalorata da
molteplici fattori. In primo luogo Alessi non è un regista, ma uno
sceneggiatore ed assistente alla regia, la sua filmografia, se si eccettua
questo film, comprende solo il famigerato "Top sensation" (quello con la
famosissima scena hard della Fenech leccata da capo a piedi da una capra). Lo
stile del film è discontinuo, si passa da scene di una forza visiva
insostenibile a riprese d'insieme che avrebbe potuto fare chiunque. C'è
una particolare "coincidenza", la scena dell'insinuata omosessualità di
Pietro De Vico, vista con disgusto da un carabiniere, che lo minaccia persino
di arresto. Non so bene chi di questi due registi abbia maggiormente
contribuito a trasformare quello che avrebbe dovuto essere un "banale" film per
famiglie, in uno dei più perversi e sadici film della cinematografia
italiana.
Certo è davvero strano come la
scelta della produzione sia caduta su di loro, leggendo lo sviluppo delle loro
carriere, si evince che non sono certo avvezzi ai film comici, in un periodo in
cui l'Italia pullulava di registi (anche a basso costo) capacissimi di mettere
su una valida commedia in pochissimo tempo
un mistero nel mistero. Lo
stesso Heusch, un anno prima aveva girato "il comandante", forse il miglior
film di Totò, ma non certo una serie di gags
Sempre come mio
solito, salto interamente ogni minimo accenno sulla trama, per soffermarmi su
altri aspetti del film. L'indole poco avvezza alla "comica" dei due registi, lo
strano binomio tra Totò e De Vico, una recitazione invasata ed
esponenzialmente "cattiva" di Totò, credo siano alla base del
(in)successo di questo film. Il pubblico italiano non era abituato ai film
"neri" fatti in casa, Bava e Freda dovevano inglesizzarsi il nome per attirare
gli spettatori al cinema, per cui il film non ebbe affatto successo. La critica
rimase spiazzata, da quello che doveva essere il classico filmetto di
Totò, trovandosi di fronte una cosa "nuova"
per cui lo distrusse,
salvando solo le (pochissime) battute divertenti. Ma il valore del film
è ben altro.
Dicevo dello strano binomio tra Totò
e De Vico
Totò nella sua carriera ebbe a lavorare con numerose
spalle, diversissime tra loro e che diedero dei risultati differenti (ma questa
è un'altra storia), mai in nessun'altra occasione, però, si
stabilì un rapporto così impari tra le due parti. De Vico, non
solo per copione, si sottomise totalmente alla figura di Totò,
divenendone del tutto succube. Questo diede al "Principe" la possibilità
di trasformare, il suo atteggiamento autoritario (innegabile nella sua
personalità) in puro sadismo. Il film è marcio, fin dalle prime
scene
disagio infantile, criminalità, violenza
Quella di
Totò non è la figura del ladro simpatico (come in "Totò
truffa '62"), ma di una persona davvero priva di scrupoli e del benché
minimo barlume di sentimento. "Un delinquente è immorale,
amorale, asessuato ed incorruttibile", una macchina di sofferenza
"pura". La comicità (tranne pochissime eccezioni) è del tutto
assente. La vecchietta aggredita all'uscita dell'ufficio postale e derubata
della pensione, ne è un emblema. Capisco come sia difficile
(nell'immaginario collettivo) associare la figura di Totò a quella di un
sadico, ma in effetti accadde proprio questo. Totò con lo scorrere della
pellicola, sembra "fare suo" il personaggio, trasformare ogni azione, ogni
battuta, ogni smorfia in qualcosa di estremamente "cattivo"
e ci riesce
benissimo. Ci mostra una nuova "maschera", non il pierrot, il clown triste che
eravamo abituati a vedere, ma la faccia del dolore, dolore inflitto con sommo
piacere
unico esempio cinematografico di quest'attitudine. Per certi
versi si può considerare questa sua interpretazione, la migliore in
assoluto
migliore anche (permettetemi di essere blasfemo) di quella in
"uccellacci e uccellini" che ha la pecca (pur restando ottima) di sembrare
essere stata studiata a tavolino.
In questo film invece è libera,
naturale
scorre come un fiume e le scene da brivido sono innumerevoli.
Corpi decapitati, accoltellati, sciolti nell'acido, strangolati, sezionati.
L'allusione al cannibalismo è qualcosa di evidente. Lo sguardo di
Totò perde, col passare del tempo, l'allegria e la drammaticità
che lo contraddistinguono, per vestirsi di solo piacere, di desiderio.
Desiderio di morte e di sofferenza. Due sono le scene che magistralmente
sottolineano quest'attitudine: 1) Lo strangolamento della ragazza tedesca
con la calza di nylon 2) Un'inquadratura dal basso (soggettiva di De Vico
strisciante) di Totò che addita il fratello reo di volerlo denunciare
alla polizia. In queste immagini Totò appare ben più
pericoloso di Norman Bates e più sadico dei supplizianti cenobiti.
La ripresa dall'alto della folle e cieca fuga di De Vico in sedia a rotelle,
dopo aver scoperto la testa mozzata di Misha sul piatto di portata,
accompagnata dalle macabre risa del fratello è un
momento di ottimo cinema "noir", che nulla ha da invidiare al lavoro di
Aldrich, mentre la freddezza e la compiacente soddisfazione con cui Totò
frantuma a martellate la gamba del fratello avrebbe fatto impallidire lo stesso
King che descriverà la medesima scena parecchi anni dopo in "Misery non
deve morire". Il crescendo della follia omicida è coinvolgente e
contagioso tanto che, l'epilogo surreale sulla spiaggia ci lascia un dubbio
amletico
che fine ha fatto il fratello di Totò Baby?
Ad essere sinceri, questo film lascia più di un'ombra di
dubbio anche in me. Sulla presunta volontarietà di un punto di vista
così spietato e sadico (si potrebbe supporre che sia dovuto
all'incapacità del (dei) regista (i) di sostenere una commedia, basti
vedere come invece Steno sia riuscito benissimo a far coesistere in
"Totò diabolicus" comicità ed una, seppur velatissima, atmosfera
noir), sull'uso della marijuana come unica responsabile della follia e delle
allucinazioni (su questo però tendo ad intravedere una vena
contestatrice ironica), lo sconsiderato uso di una colonna sonora che "stona"
quasi sempre con le immagini, quasi come fosse stata imposta. Resta comunque il
fatto che il feroce sadismo di questo film non può non colpire (come gli
arnesi scagliati violentemente da Totò contro il fratello per spronarlo
ad aprire la valigia) l'animo di chi guarda. Spero di trovare da qualche parte
le appliques della villa di Misha
altrimenti mi vedrò costretto a
farle da me
Buona visione.
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