Quando l’ironia e l’eccesso visivo di John Waters incontrano lo spirito gore di H. G. Lewis ed entrambi affiancano la corrosiva vena critica di Trey Parker, ciò che può venirne fuori sarà qualcosa di molto simile a “The Gay Bed and Breakfast of Terror”.
Di certo il giovane Jaymes Thompson, autore di questa interessante opera prima, pecca dell’esplosiva genialità del primo e dell’ancestrale originalità degli altri due, ma riesce comunque a confezionare un prodotto divertente.
Cinque coppie omosessuali (3 maschili e 2 femminili) organizzatesi “last minute” per partecipare ad un grande raduno gay, trovano alloggio nell’unica struttura ancora disponibile: : il “The Sahara Salvation Inn” di Helen e della figlia Luella. Varcata la soglia, i malcapitati, si rendono subito conto di quanto la poco raccomandabile e isolata struttura nasconda qualcosa di strano.
Dopo un eccezionale prologo canoro su cui scorrono i titoli di testa, che ricorda (molto) vagamente l’overture del Rocky Horror, seguono 40 minuti (davvero troppi) spesi interamente per sviscerare i profili dei protagonisti. Fatta eccezione per qualche momento d’ironia, la noia la fa da padrona e tutto ciò che rimane di quest’introduzione è la constatazione di come sia eterogenea l’estrazione sociale degli omosessuali (ma va!) e di quanto la fedeltà non sia un valore poi così ferreo.
Non appena però la prima goccia di sangue macchia lo schermo, la musica cambia…
La follia omicida di Helen, dettata da un purificatore istinto divino (“a man with another man it’s an abomination!”), esplode in tutta la sua ferocia identificando come bersagli gli infimi peccatori; il represso istinto saffico di Luella cerca di farsi strada; una cantautrice lesbica (Hilary Schwartz) si innamora di una drag queen (Michael Soldier ) ed insieme cercano di sopravvivere; fa la sua apparizione Manfred il figlio segreto della locandiera… un incrocio tra un demone di Bava ed un baccello di Don Siegel perennemente affamato di carne umana.
Tra isteria religiosa, puritana ipocrisia, sangue, carne, sesso, non rimane allo spettatore il tempo per porsi delle domande. Così il regista, in un finale molto teatrale, convulso e (per certi versi) orgiastico…soddisfa anche la curiosità del più scrupoloso ed esigente osservatore. Perché Helen uccide? Perché è così ossessionata dall’omosessualità? Perché Luella è talmente repressa? Una lesbica ed un trans possono davvero costruirsi una vita insieme? Da dove proviene Manfred? Molti sono gli interrogativi svelati ed è bene che sia la visione del film a renderli tali. Tuttavia uno è talmente geniale da poter essere assaporato come antipasto.
La genesi di Manfred. Una giovane (solo nell’abbigliamento) Helen viene reclutata come hostess per il comitato elettorale repubblicano, durante un convegno viene “sedotta” in bagno da uno dei rappresentanti, la voce si sparge…ed uno dopo l’altro gli altri colleghi dei vari stati approfittano (contemporaneamente) della sventurata ed ingenua donna…il frutto della multi copula repubblicana, l’unione dei geni di questi illuminati politici è appunto Manfred, un mutante antropofago.
La povera donna, segnata da tale esperienza, rimane ossessionata dall’accaduto tanto da custodire nella propria cameretta un altarino con l’effige di Gesù Cristo affiancata da quelle dei presidenti Bush, Regan e Ford. L’indie statunitense è un meraviglio vaso di pandora dal quale è possibile veder saltar fuori ogni genere di prodotto. “The Gay Bed and Breakfast of Terror”, infatti, è il contenitore in cui convivono uno slasher classico imperniato sull’espiazione mortale dei peccati sessuali, un fantahorror con tanto di mostro antropofago, una commedia spensierata, un trash movie, un soft porno, una graffiante satira socio-politica. Da vedere affondano i denti in un morbido muffin…
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