Dai giorni in cui Ringu (uno dei film più sopravvalutati della storia del cinema) diede vita ad una serie di cloni asiatici (e non), più o meno validi, che invasero (complice la compiacenza delle majors) il mercato occidentale, di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia.
Avevamo quasi dimenticato, “grazie” all’ondata di remake (è rimasto ancora un film di cui non sia stato riproposto, o programmato, un rifacimento?), le innaturali posture e le lunghe chiome di Sadako, le acque, i telefoni ed i cellulari portatori di morte. Ripensavamo, con nostalgica malinconia, alle apparizioni di spettri in ascensore (quante!) o alle intricate e macchinose (quanto insostenibili) risoluzioni finali, che lasciavano (di solito) lo spettatore (medio) in sala con lo sguardo fisso sullo schermo, divenuto ormai bianco, in cerca di un qualsiasi appiglio capace di arginare la tempesta sinaptica innestata dallo scorrere dei titoli di coda.
Grazie ad una coraggiosa scelta distributiva della Lucky Red, la (non eccessiva) crisi di astinenza da spettro “dagli occhi a mandorla” trova il suo naturale placebo nell’opera prima di due giovani tailandesi.
Shutter (titolo che per fortuna è rimasto invariato anche nell’edizione italiana), racconta la storia di un fantasma che tormenta un gruppo di ragazzi provocandone la morte.
Sebbene l’estrema sintesi della sinossi riporti alla mente ognuno dei predecessori asiatici di questa pellicola, shutter si ritaglia, con le proprie forze, un dignitoso spazio nel panorama cinematografico contemporaneo.
Banjong Pisanthanakoon e Parkpoom Wongpoom (i due registi) mettono in scena una vicenda cupa, tesa, avvinta dai tentacoli di un curatissimo intreccio che si allentano sapientemente scena dopo scena, mettendo a nudo, in un finale crudo e originale, una verità talmente “normale” da risultare per questo spaventosa.
Dopo un incidente stradale, in cui una donna viene travolta, la giovane coppia Thun-Jane inizia ad intraprendere un rapporto (di cui i due farebbero volentieri a meno) con uno spirito femminile che finisce col cambiare le sorti delle loro esistenze.
Da quel giorno l’otturatore (appunto shutter) della macchina fotografica di Thun (che di mestiere fa il fotografo), rivela delle strane “ombre” nelle foto che assumono, sempre più, forme delineate e distinte. I due si vedono così costretti ad improvvisarsi novelli investigatori dell’occulto, al fine di interrompere le apparizioni dello spettro che vivacizza le loro giornate.
L’indagine si sviluppa mantenendo sempre vivo l’interesse nello spettatore, accompagnandolo per mano fino all’azzeccatissimo epilogo.
Etichettare “Shutter” come uno dei tanti “post-ringu” sarebbe un’operazione fin troppo facile, ma sarebbe altrettanto facile peccare di (colposa) superficialità omettendo, a priori, una maggiore attenzione.
Il film, infatti, pur presentando delle inevitabili similitudini (estetiche) nei confronti dei suoi colleghi orientali, dovute più all’incarnazione culturale di determinati topoi presenti nella tradizione asiatica, che alla dolosa ispirazione di matrice cinematografica, se ne distacca per stile, ritmo, natura.
Si potrebbe affermare, senza apparire eccessivamente blasfemi, che Shutter, dal punto di vista strutturale, sia il meno asiatico di tutti i prodotti (del genere) che hanno varcato l’oceano per approdare nelle nostre sale. E questo rappresenta uno dei rarissimi casi in cui, tale affermazione, non assume toni dispregiativi.
Natre (lo spirito malvagio della pellicola) ha un’origine, uno scopo… un motivo per esistere, apparire, tormentare e (udite, udite) portare alla morte (non uccidere) “determinate” persone.
Sebbene le sue manifestazioni assumono spesso connotati “fisici”, il suo rapporto con la realtà è relegato al rango di “puro spirito”. Le interazioni con i vivi virano più verso il disperato aiuto, atto a svelare ciò che non si è avuto il coraggio di gridare in vita, che al semplice (e oramai banale) “moto malvagio”. Questo suo “modus operandi” richiama alla mente più un fantasma di natura Cantervilliana che un “obake” nipponico.
La stessa messa in scena presenta richiami narrativi ricongiungibili al cinema occidentale.
Pur non avendo esplicitamente menzionato fonti d’ispirazione cinematografica, i due registi tailandesi (che dichiarano di aver maturato il copione di shutter solo dopo aver visto delle drammatiche foto di una famosa rivolta studentesca a Bangok) sembrano aver attinto le regole del genere, non (per loro fortuna) da Ringu, ma (sapientemente) da quel capolavoro (solo come esercizio di stile, of course!) di Zemeckis che è “Le verità nascoste”.
Insomma in Shutter, la regia (seppur acerba) regge saldamente le redini del film, mantenendo la tensione convincente per tutta la durata e costruendo efficacemente i momenti di “salto sulla poltrona”; la sceneggiatura, dal canto suo, risulta scrupolosamente congeniata (con tanto di MacGuffin hitchcokiano) in modo da non lasciare adito a nessun “perché?”, e costruendo attorno ai personaggi (anche i meno importanti) un adeguato “spessore” psicologico.
Come ad esempio la madre di Natre, causa di un simpatico diverbio tra il sottoscritto e la Vep tra le tenebre della saletta di proiezione della Lucky Red, che non riporto esclusivamente per motivi di spoiler.
Da segnalare anche il timido tentativo (riuscito) di rompere gli schemi narrativi puramente thriller, introducendo dei momenti (intelligentemente dosati) di (più o meno) velata ironia, come la scena in cui un operatore grafico della redazione di una rivista dell’occulto è intento ad armeggiare con i layers di photoshop per introdurre in una foto il volto di un fantasma (trasparenza al 20%).
Ovviamente il film presenta anche dei piccoli difetti, dovuti maggiormente all’inesperienza della coppia di registi. Il numero delle apparizioni di Natre risulta un po’ eccessivo e troppo repentino, tanto che alla fine il volto emaciato dello spirito diventa quasi familiare (da non escludere l’ipotesi che si tratti di consapevole strategia narrativa), la resa estetica di Natre e la sua prima performance sono così (pericolosamente) vicine allo stereotipo di Nakata, da far gridare al plagio coloro i quali si siano fermati alla visione dei primi 10 minuti di film. La coriacea sceneggiatura, di tanto in tanto, si concede dei momenti (brevissimi) di pausa, in cui si ha quasi l’impressione (che per fortuna non si concretizza in realtà) che la storia no sappia che direzione prendere.
Nota dolente, anche se irrimediabile costante di un certo tipo di cinema, il poco curato doppiaggio italiano.
Shutter si presenta al mercato nostrano con buone prospettive di riuscita.: spaventa, intriga, commuove e a tratti diverte.
Un film, soprattutto, che “rischia” di piacere non solo agli appassionati del genere.
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