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SHUTTER


 
Aka:  Shutter: They Are Around Us
Produzione:  Tailandia, 2004
Regia:  Banjong Pisanthanakun,
Parkpoom Wongpoom
Cast:  Ananda Everingham, Natthaweeranuch Thongmee, Achita Sikamana
 

La recente invasione di pellicole orientali ha indubbiamente contribuito a sollevare il livello qualitativo del genere. La cosa vale per il cinema violento, eversivo o comunque adeguato a compiacere i palati estremisti degli estimatori ma anche e soprattutto per il tipo di horror che si lascia consumare anche da un pubblico onnivoro, quello che incassa insomma. I mainstream soprannaturali dell’est, non troppo truculenti ed esteticamente persuasivi, hanno dimostrato di poter ambire al multisala sul mercato italiano, senza necessariamente collassare nell’inoffensivo assoluto di un prodotto da prima serata (tale funzione suppongo del resto sia egregiamente assolta dai prematuri remake USA, ormai famosi per la comica puntualità con cui inseguono i propri ispiratori).

Il successo relativamente giovane di questo modello di cinema ha finito per dar corpo ad un autentico sottogenere, di solito formalmente valido ma precocemente carente di innovazioni. Shutter assume e ridistribuisce molti dei topoi a cui i suoi giovani predecessori far east hanno abituato le sale italiane, ma liquidarlo come l’ennesimo pseudo-ringu sarebbe sbrigativo e impreciso quanto salutarlo come aria tutta fresca. I luoghi convenzionali ci sono, ma prima che questo o quell’ antenato di celluloide quel che s’intravede in trasparenza oltre le sue scelte e le sue tappe narrative è il tipico progresso della ghost story classica. Il plot è antico quanto infallibile e si articola attorno ai meccanismi base della persecuzione spettrale. Colpa e punizione, mistificazione e rivelazione, rancore e espiazione.

La vecchia regola dell’occhio per occhio è blandamente messa in discussione e qualche spunto critico sulla frattura fra individuo e gruppo, libero arbitrio e colpa collettiva si affaccia in funzione quasi decorativa a incorniciare l’autentico interesse degli autori: raccontare una storia di spettri convenzionale nei toni e nei colori della sua declinazione contemporanea, la leggenda urbana. L’escamotage che permette di innescare la caccia allo spettro (e quindi la ricerca delle cause) è un classico: i defunti inquieti sono visibili solo (e forse) a chi ha una ragione per vederli, ma lasciano un’impronta oggettiva della propria presenza sulle fotografie in cui compaiono come sfocature, tracce di disturbo, sovrimpressioni evanescenti. Oltre il déjà vu prodotto dal binomio pallida-revenant-capellona & rullini sfocati, il rimando a fonti di ispirazione extracinematografiche è piuttosto esplicito. Così esplicito che a un recensore maligno (non guardate me) verrebbe sicuramente voglia di sentenziare qualcosa sulla proverbiale excusatio non petita. Pare che l’idea prima sia venuta agli autori dall’osservazione di inquietanti fotografie della tragica rivolta studentesca del 1973 e dal loro confronto con gli scatti ‘spettrali’ cari ai più popolari vettori di diffusione delle leggende metropolitane: la stampa scandalistica specializzata in grand guignol, espressamente citata dalla sceneggiatura, e i numerosi siti che ne costituiscono la variante dilettantesca ma consustanziale.

Il medium imparziale, oggetto, capace di intrappolare ciò che sfugge all’occhio – macchina visiva imperfetta perché inquinata dalla selettività dell’inconscio che deforma o rimuove – non è tema nuovo né recente, particolarmente caro al cinema per l’opportunità di riflessione autoreferenziale che offre. Cineprese, specchi, fotografie: sguardi esterni e memorie non senzienti sono già stati strumento della rivelazione, accesso all’unica vista possibile e verace sulla natura ultima di mille e più mostri. Shutter ricicla, con tecnica e affetto, senza ricalcare modelli precisi in esercizi citazionistici che non paiono rientrare nelle corde degli autori. Anche l’oggetto d’orrore vero e proprio, lo spettro, risulta molto familiare. E’ una sintesi di tutte le connotazioni utili alla costruzione della martire ideale, quella priva di mezzi di vendetta non tanto a causa di coercizioni esteriori, quanto per psicologia ed essenza. Presentata in opposizione alla moderna e indipendente Jane, Natre è l’incarnazione di un prototipo femminile passivo, deferente e sostanzialmente indifeso, la cui inadeguatezza ad un presente in cui nessuna controparte virile ambisce a proteggerla si manifesta tanto nel fatale e quasi masochistico eccesso di pudore e timidezza quanto nell’incapacità insanabile di sedurre veramente il suo compagno col mero strumento della devozione.

Confrontandosi con i personaggi metropolitani, laidi, sbrigativamente brutali o solo ignavi, tra cui la sua avventura universitaria la proietta, Natre rispecchia l’isolamento e l’inadeguatezza del remoto centro rurale da cui proviene. Priva del fascino volitivo di Jane e della sua consapevolezza dei propri diritti, tende all’autolesionismo anche quando minaccia, è fisiologicamente incapace di proteste che non ricorrano alla violenza su se stessa, tornando di fatto a subirne anche quando la pratica. In qualità di spettro vendicatore, Natre resta fedelmente ancorata alla suo destino di agnello, finendo per dar corpo al rimorso altrui più che per mutarsi in un avatar del rancore. Per quanto riletto, ci troviamo di fronte all’ennesimo topos: la metamorfosi da soggetto inoffensivo per eccellenza a sorgente imperscrutabile del pericolo. Donne, bambini, individui in potenziale svantaggio fisico o culturale, dunque virtualmente passibili di abuso o bisognosi di protezione, nell’alternativa assurda del soprannaturale si trasfigurano spessissimo in demoni ambigui, a cui non si può più nuocere con il pragmatico mezzo della prepotenza o a cui non si riesce a nuocere in virtù delle alterate ma ancora memorabili sembianze dell’inermità. In Shutter il potenziale perturbante di questo archetipo horror non si produce integralmente per eccesso di familiarità dell’immagine prescelta: la nota versione esotica del diafano e vampirico “modello Borland”, in una traduzione piacevolmente insaporita da qualche sfumatura cadaverica e dai lineamenti oggettivamente inquietanti dell’interessantissima Achita Sukamana.

La dose di già visto insomma è davvero massiccia, dubito ci sia urgenza di affannarsi a dimostrarlo. Le soluzioni sorprendenti, oltre ad annidarsi nel territorio malvagio e proibito dello spoiler più crudo, si segnalano in piccoli (e gradevolissimi) traumi visivi tematicamente quasi irrilevanti. L’ordinata ed esperta esposizione di elementi consumati risparmia tuttavia a Shutter l’avvilente destino del canovaccio logoro e porta il film più vicino alla perla manierista, nobilitata da un paio di dettagli notevoli in un’opera prima espressamente puntata al successo: la stimabile rinuncia a quella fotografia vogue che a forza di dettar legge nel macabro mainstream ha nauseato e una scelta garbata dei ritmi, che cercano l’equilibrio classico, astenendosi dal compiacere l’ansia di velocità e frammento con cui MTV ci ha avvelenato il sangue come dal soggiacere al trucco volpino dell’attesa dilatata per mirare ai nervi o colorare d’autorialità scialbi silenzi. Tutta roba sempre efficace quando non degenera nel sedativo, e che questo film ci risparmia per orientarsi verso la misura. Ecco: le scelte registiche di Shutter non fanno volentieri ricorso a quelli che potrei moralisticamente definire “mezzucci”.

Se è vero che il film asseconda troppo le aspettative del pubblico va detto anche che la storia è bella e ben raccontata. Un altro dettaglio apprezzabile è l’assenza delle smanie igieniste che hanno troppo a lungo informato i film “da sala”: senza cedere alla sete di sangue Pisanthanakun e Wongpoom non negano qualche minoritario ma efficace momento squisitamente fisico. Gli attori principali, non spalleggiati da caratteristi all’altezza, sono bravi (anche se pare che la decorativa Tongmee soffra del doppiaggio), e il protagonista maschile costruisce il ritratto efficiente di un carattere incomplesso ma descritto senza lo svenevole moralismo che da che mondo e mondo minaccia con deplorevole costanza tutte le storie di vendetta. Tenuto conto del tipo di prodotto, che resta buono e non tenta di spacciarsi per sperimentale, i difetti di Shutter sono secondo me altrove che nella rilevanza delle ispirazioni e nell’abbondanza di archetipi. In primo luogo nell’eccessiva visibilità del fantasma. Non segnalo la cosa in quanto fanatica del taciuto e del non-visto, simpatici capisaldi della vulgata luogocomunista sulla costruzione della suspense, ma perché di fatto la sovraesposizione di un’unica immagine mostruosa – già, ribadisco, troppo familiare – da un certo punto in poi ripete e conferma modi e ritmi di manifestazione.

E anestetizza, ahimè. Non ho apprezzato nemmeno i nebulosi principi che consentono/negano la visione diretta dello spirito e governano la sua possibilità di interazione fisica con persone e oggetti: che siano riconducibili alla mera volontà o all’umore del fantasma stesso è la possibilità a mio avviso più papabile, e questo – che dovrei verificare con una seconda visione – non mi entusiasmerebbe affatto. La stessa simpatia per “le storie di spettri vecchia maniera” che mi induce a interpretare una buona teoria di temi classici come progetto rispettabile mi farebbe storcere parecchio il naso davanti a un mostro senza limiti esterni al proprio volere. .


 
IrmaVep


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