Durante una conferenza sulla parapsicologia, Helga
Hullmann, sensitiva tedesca, avverte in sala una presenza inquietante.
Qualcuno, nascosto tra gli spettatori, medita un efferato delitto, non ancora
commesso. La sera stessa, Helga torna a casa e viene brutalmente uccisa. Marc
Daily (David Hemmings), giovane pianista inglese, assiste casualmente al fatto
di sangue, senza poter intervenire e salvare la donna. Risoluto ad individuare
l'autore del delitto, Marc inizia le sue indagini. Si offrono di aiutarlo la
giornalista Gianna Bezzi (Daria Nicolodi) e Carlo (Gabriele Lavia), pianista
alcolizzato, figlio di un'anziana ex-attrice. Dall'assassinio di Helga,
indagando, si arriva ad una misteriosa e bellissima villa che si dice sia
abitata dagli spettri e tra le cui mura si celano le tracce di un orrendo
crimine, commesso molti anni prima e rimasto impunito, e parte dell'enigma del
film. Inizialmente si doveva intitolare La tigre dai denti a sciabola, per
proseguire la scia dei film con un animale nel titolo da lui inaugurata, ma
stavolta non si trattava di un freddo whodunit: Profondo rosso è un
thriller di eleganza tale da sembrare un'opera teatrale non vincolata da pochi
metri di palcoscenico ma liberata dal cinema.
Il film più famoso di Argento è effettivamente uno dei
suoi migliori per invenzioni registiche (i flashback risolutori disseminati a
spezzoni), senso della suspense (le scene nella casa abbandonata e tutto il
finale), colpi di scena e capacità di raccontare una storia gialla
seminando indizi qua e là, tra cui quello decisivo (che deriva da
Assassinio allo specchio di Agatha Christie), per il quale uno spettatore
attentissimo può capire il colpevole dopo appena quindici minuti circa.
Profondo Rosso ha nella sua struttura qualcosa di indefinibile e magnetico che
ha conquistato generazioni di spettatori: le sequenze deliranti delle mani
dell'assassino che toccano biglie di vetro, feticci diabolici e bambolotti di
plastica e che tracciano linee di trucco nero attorno ai suoi occhi; la sua
voce corrotta dalla follia che minaccia Mark da dietro una porta e poi le
sequenze degli omicidi orchestrate in modo sadico e snervante; la casa di
Amanda Righetti immersa nel buio, mentre la scrittrice si aggira terrorizzata
tra le bambole impiccate; i corridoi dell'appartamento della sensitiva pieni di
quadri spaventosi che ricordano il Goya delle Pitture Nere; il "Blue Bar"
ispirato a Nighthawks di Edward Hopper e gli interni di Villa Scott, a Torino,
che nel film ha il nome più evocativo di Villa del bambino urlante.
Il passato sembra essere il tema centrale del film:
Helga Ullman sente che in sala conferenze c'è qualcuno che anni prima si
è macchiato di un delitto orrendo, e con le sue parole scatena
nuovamente la sua furia omicida: e il viaggio a ritroso nel passato
dell'omicida diventa, per lo spettatore, un percorso minato nelle proprie paure
più inconsce. Le uccisioni sono sempre più efferate: una vittima
viene affogata nell'acqua bollente di una vasca da bagno, un'altra pugnalata
dietro al collo, dopo essere stata ferocemente sbattuta contro l'angolo di un
caminetto e di un tavolo. Per ogni passo avanti che Marc fa con le sue
indagini, c'è un nuovo efferato omicidio: a cadere, sono tutte persone
in grado di aiutarlo nella ricerca. Qualche scena sa un po' di granguignolesco,
ma senaz mai eccedere minimamente in ridicolaggini. Incredibili e bellissime le
musiche dei Goblins (Argento inventa il "thriller assordante"), splendide ed
ipnotiche, con un tema che diventerà uno dei must più conosciuti.
Di volta in volta, ci si ritrova nelle stanze dagli alti soffitti della Villa
in silenziosa compagnia di presenze invisibili, si percorre il lungo corridoio
in casa di Helga Ullman; in altre parole si rimane affascinati ed emotivamente
intrappolati.
E poi quell'angosciante nenia infantile, che difficilmente
abbandona i ricordi di chiunque abbia visto il film. Indimenticabili i
personaggi, nella loro ambiguità. Carlo, amico di Mark e musicista da
piano bar che consuma la sua esistenza a smaltire le sue sbronze per strada o
dal suo compagno; Gianna Brezzi, ambiziosa fotoreporter dallo sguardo
enigmatico, femminista convinta, ma non esagitata, che non rinuncia alla
propria femminilità per sedurre Mark Daly, pianista americano che si
trova ad investigare su una catena di omicidi in un'Italia non convenzionale ed
irriconoscibile. Notevole anche Marta (Clara Calamai), la madre di Carlo, un
ruolo piccolo, ma di tutto rispetto: ironico, spaventoso, sorprendente. Un
classico del thriller e del cinema italiano che Alfred Hitchcock
commentò così: "Questo giovane ragazzo italiano inizia a
preoccuparmi".
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