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PROFONDO ROSSSO


 
Conosciuto anche come:  Deep Red , Dripping Deep Red
Produzione:  Italia, 1975
Regia:  Dario Argento
Cast:  David Hemmings, Daria Nicolodi, Gabriele Lavia, Clara Calamai
 


Il prototipo del capolavoro made in Italy. Spero di non risultare sconveniente (né di urtare la certamente spiccata sensibilità artistica, culturale e cinematografica dei frequentatori di De Profundis) nell'aprire questa recensione nel modo in cui sopra ma, volente o nolente, è quello che penso. Nessuno infatti, secondo il mio modesto parere, è riuscito (su suolo italico) a sfornare un'opera tanto perfetta quanto Profondo Rosso. Nè prima, nè dopo, nè mai. Mi inchino di fronte a Fellini, Leone e Bertolucci ma (e qui attendo consapevole quintali di ingiurie da parte dei critici "saccenti") penso che in nessuna delle loro pellicole fosse presente l'equilibrio narrativo, ritmico e temporale riscontrabile nel masterpiece di Argento. E con questo, rinnovando le mie scuse a quanti avessero trovato ingiuste od offensive le mie parole, chiudo questo tanto sentito quanto scomodo cappello introduttivo. Passiamo al film (oh, che sollievo...). Sorvolo sulla trama, sicuro che nessun fruitore di questo sito sia tanto sprovveduto da non aver mai visto questa magniloquente opera e riassumo i caratteri generali della vicenda (per gli alieni piovuti l'altro ieri sulla terra e quindi impossibilitati a noleggiare la cassetta da Blockbuster...) ad una frase: dopo una convention sul mondo del paranormale un misterioso assassino comincia ad uccidere; un pianista ed una giornalista d'assalto seguiranno la macabra scia di morte lasciata dal folle omicida sino allo sconvolgente finale. Stop.

Da dove iniziare ad incensare il più grande lavoro del buon Dario (inter)nazionale? Dalla colonna sonora? No, troppo scontato, i Goblin (capitanati dal mefistofelico Claudio Simonetti) hanno fatto fortuna proprio grazie ad essa. Perchè non partire allora dalle scene degli omicidi (vere e proprie overture di sangue dirette in maniera mirabolante)? No, chi le ha viste le avrà già scolpite a caratteri cubitali nella memoria e chi non le ha viste mi odierebbe profondamente per averle svelate con una sommaria descrizione a parole che mai e poi mai potrebbe anche solo lontanamente rendere giustizia alle immagini. Ci sono, partiamo dalle interpretazioni? Si, mi pare accettabile. Allora, sicuramente il migliore è il solito, camaleontico Gabriele Lavia (qui nei panni di un ambiguo amico del protagonista), seguito a ruota da Daria Nicolodi (la giornalista) e David Hemmings (l'incolpevole pianista che, accidentalmente, vede "qualcosa di così importante che non riesce neanche ad immaginare").

Oltre agli attori non possiamo certo dimenticare i luoghi (la villa di Torino su tutti), le atmosfere malsane ed estrnianti, e, soprattutto, non possiamo dimenticare (anche se ci piacerebbe) quell'inquietudine sottile che ci costringe (ogni volta) a guardare Profondo Rosso con le luci di casa accese. Chi mai di noi, infatti, riuscirebbe a percorrere un corridoio buio (o comunque scarsamente illuminato) dopo essersi immerso per due ore in questo folle incubo? I quadri, gli specchi e le irregolari geometrie dei claustrofobici interni attanagliano lo spettatore con la soffocante forza d'un'anaconda; e poi, quella nenia... come un canto infantile... Bando alle ciance; una frase per racchiuderle tutte: questa è un'irresistibile e terrrificante opera d'arte. Argento impartisce una lezione di stile (tecnico e narrativo) regalandoci un'opera che mai e poi mai smetterà di spaventarrci. Troppo bello per essere vero, ma, fortunatamente, per una volta, lo è. Grazie Dario.


 
Davide Rigamonti


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