Il prototipo del capolavoro made in Italy. Spero
di non risultare sconveniente (né di urtare la certamente spiccata
sensibilità artistica, culturale e cinematografica dei frequentatori
di De Profundis) nell'aprire questa recensione nel modo in cui sopra ma,
volente o nolente, è quello che penso. Nessuno infatti, secondo il mio
modesto parere, è riuscito (su suolo italico) a sfornare un'opera tanto
perfetta quanto Profondo Rosso. Nè prima, nè dopo,
nè mai. Mi inchino di fronte a Fellini, Leone e Bertolucci ma (e qui
attendo consapevole quintali di ingiurie da parte dei critici "saccenti") penso
che in nessuna delle loro pellicole fosse presente l'equilibrio narrativo,
ritmico e temporale riscontrabile nel masterpiece di Argento. E con
questo, rinnovando le mie scuse a quanti avessero trovato ingiuste od offensive
le mie parole, chiudo questo tanto sentito quanto scomodo cappello
introduttivo. Passiamo al film (oh, che sollievo...). Sorvolo sulla trama,
sicuro che nessun fruitore di questo sito sia tanto sprovveduto da non aver mai
visto questa magniloquente opera e riassumo i caratteri generali della vicenda
(per gli alieni piovuti l'altro ieri sulla terra e quindi impossibilitati a
noleggiare la cassetta da Blockbuster...) ad una frase: dopo una
convention sul mondo del paranormale un misterioso assassino comincia ad
uccidere; un pianista ed una giornalista d'assalto seguiranno la macabra scia
di morte lasciata dal folle omicida sino allo sconvolgente finale. Stop.
Da dove iniziare ad incensare il più grande
lavoro del buon Dario (inter)nazionale? Dalla colonna sonora? No, troppo
scontato, i Goblin (capitanati dal mefistofelico Claudio Simonetti)
hanno fatto fortuna proprio grazie ad essa. Perchè non partire allora
dalle scene degli omicidi (vere e proprie overture di sangue dirette in
maniera mirabolante)? No, chi le ha viste le avrà già scolpite a
caratteri cubitali nella memoria e chi non le ha viste mi odierebbe
profondamente per averle svelate con una sommaria descrizione a parole che mai
e poi mai potrebbe anche solo lontanamente rendere giustizia alle immagini. Ci
sono, partiamo dalle interpretazioni? Si, mi pare accettabile. Allora,
sicuramente il migliore è il solito, camaleontico Gabriele Lavia (qui
nei panni di un ambiguo amico del protagonista), seguito a ruota da Daria
Nicolodi (la giornalista) e David Hemmings (l'incolpevole pianista che,
accidentalmente, vede "qualcosa di così importante che non riesce
neanche ad immaginare").
Oltre agli attori non possiamo certo dimenticare i
luoghi (la villa di Torino su tutti), le atmosfere malsane ed estrnianti, e,
soprattutto, non possiamo dimenticare (anche se ci piacerebbe)
quell'inquietudine sottile che ci costringe (ogni volta) a guardare Profondo
Rosso con le luci di casa accese. Chi mai di noi, infatti, riuscirebbe a
percorrere un corridoio buio (o comunque scarsamente illuminato) dopo essersi
immerso per due ore in questo folle incubo? I quadri, gli specchi e le
irregolari geometrie dei claustrofobici interni attanagliano lo spettatore con
la soffocante forza d'un'anaconda; e poi, quella nenia... come un canto
infantile... Bando alle ciance; una frase per racchiuderle tutte: questa
è un'irresistibile e terrrificante opera d'arte. Argento impartisce una
lezione di stile (tecnico e narrativo) regalandoci un'opera che mai e poi mai
smetterà di spaventarrci. Troppo bello per essere vero, ma,
fortunatamente, per una volta, lo è. Grazie Dario.
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