| “Se continuo a divertirmi così, oggi, penso che non arriverò a stasera!”
“Non aprite quella porta” rappresenta uno degli horror più realistici e inquietanti mai realizzati, figlio di un’epoca, gli Anni ’70, che ha creato un genere.
Hooper, seppur con un budget ridotto, realizza un capolavoro che descrive, senza clamorosi colpi di scena, il male fisico e psicologico nella sua essenza.
L’orrore, descritto con indicibile crudezza e imperturbabilità, alberga in una casa immersa nel verde abbrustolito dal sole della campagna texana dove le vittime vengono catturate e appese ancora vive a dei ganci, come fossero carne da macello. Le violenze e le torture trasmettono un senso di nausea e di disgusto; quanto descritto, visivamente e psicologicamente, non può trovare alcuna spiegazione razionale.
La famiglia, un’istituzione, se non addirittura un’icona americana, per Hooper diviene una fucina di assassini cannibali, che si tramandano da generazioni l’arte della macellazione, in particolare di esseri umani. Una famiglia patriarcale (non ci sono donne) che, è stato detto, ricorda il modello del vecchio far west e rappresenta, solo apparentemente, la normalità sotto la quale si celano deviazioni e aberranti perversioni.
L’idea di forza, che permette al film di uscire dagli schemi tradizionali che in seguito saranno ampiamente sfruttati dalla cinematografia horror, è proprio la scelta di raccontare le gesta di un’intera famiglia di killer.
Le prime sequenze anticipano quanto accadrà ai protagonisti del film. Il rumore del flash della macchina fotografica, il lampo di luce che immortala parti di corpo umano decomposte rappresentano un oscuro presagio di morte.
Fin dall’inizio, dunque, un sinistro presentimento aleggia sulla scampagnata del gruppetto di amici. Rimasti a secco col pulmino i ragazzi non riescono a fare rifornimento nel cuore del Texas, isolati dal mondo civile e moderno, prigionieri di un paese rurale e in decadenza, abbandonato dai più che si sono trasferiti nelle città, proprio come i nonni di Sally e di suo fratello Franklin.
L’isolamento e l’arresto del sistema di sostentamento fa collassare l’economia di molte famiglie del luogo, tra cui quella di Leatherface.
La bravura di Hooper sta nel raccontare attraverso la forza delle immagini la calura, la paura e il senso di nausea, oltre all’orrore visivo di fronte ai feticci ossei, veri e propri oggetti d’arredamento per la casa degli orrori.
L’evidente disagio visivo prodotto dalle immagini claustrofobiche e nauseanti non lascia scampo allo spettatore, prima vittima di una regia estremamente realistica.
Le carrellate dal basso seguono i personaggi nell’infittirsi della campagna texana e fino all’interno della casa maledetta dove troveranno la morte. Hooper molto abilmente costruisce le scene più violente non mostrando esplicitamente gli omicidi, ma semplicemente attraverso movimenti di camera che rendono ancora più aggressive e verosimili le movenze e la ferocia di Latherface. I colpi di martello sferrati al primo malcapitato e le convulsioni del suo corpo straziato riassumono tutto l’orrore senza neppure lo spargimento di una goccia di sangue.
Il ritmo inizialmente lento, in piena sintonia col caldo afoso che affligge la comitiva alla ricerca di refrigerio, si fa serrato e intenso.
Il rumore della motosega si accanisce contro lo spettatore e l’impressione d’impotenza davanti ad una fine scontata, come nel peggiore degli incubi da cui non si riesce a scappare, e al complotto non solo di un’intera famiglia, ma anche della cittadinanza, travolge la razionalità del distacco diegetico.
Non c’è spazio per riprendersi dallo shock dei brutali omicidi, né per lo spettatore né per i protagonisti che vengono catturati uno dopo l’altro. La superstite, Sally, non ha tregua e la sua rocambolesca, quanto mai disperata, fuga racchiude tutta la tensione e la disperazione del film.
Il suono ovattato e cupo dei colpi di macete, il martello che colpisce e finisce la vittima, il silenzio sovraumano che precede la mattanza, le urla acute della disperazione, rumori martellanti di sottofondo fastidiosi e metallici: questa è la colonna sonora capolavoro di un film che non è da meno.
Sulla scia di quanto fatto da Romero, anche in Non aprite quella porta sarà un uomo di colore a portare in salvo Sally, unica sopravvissuta alla mattanza. Contestualizzata temporalmente e politicamente, nonché socialmente (il Texas è la patria del Ku Klux Klan), la scelta di Hooper non può che ritenersi un’ulteriore “provocazione” del film volta a denunciare apertamente i peggiori mali degli States.
Capolavoro indiscusso che ha fatto storia e che, a distanza di più di trent’anni, rimane più che mai attuale. Non aprite quella porta è cifra delle angosce che la società moderna continua a produrre e che, complice l’isolamento sociale e culturale, sono ancora in grado di generare mostri.
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