La trilogia che nel biennio
70-71 inaugurò la filmografia argentiana diede vita, nel
corso di quella decade, al filone frequentemente definito del giallo
allitaliana, un periodo prolifico del nostro cinema del quale oggi
se ne conserva una scarsa memoria, spesso a ragion veduta in quanto molti
prodotti non si sollevavano da una certa sufficienza. Nella decade precedente
era accaduto qualcosa di simile con i film di Leone ed il cosiddetto
spaghetti western, ed è opinione condivisa quella secondo
cui i due generi abbiano realizzato tra di loro una sorta di passaggio del
testimone. Tonino Valerii, autore di questo ottimo giallo, è un poco
conosciuto artigiano sui generis che mosse i primi passi proprio negli
spaghetti, realizzò opere interessanti quali I giorni
dellira con limmarcescibile Gemma, ma soprattutto fu uno dei
più stretti collaboratori di Leone, collaborazione che ebbe il suo apice
ne Il mio nome è nessuno con Hill e Fonda, diretto da Valerii e prodotto
dal maestro romano. Venendo a Mio caro assassino, la premessa è
significativa in quanto il film esplicita quello che potremmo definire una
sorta di DNA comune tra i due generi partoriti dallopera di Leone ed
Argento, più profonda della banale riflessione sulla
spettacolarizzazione della violenza o della sua efferatezza. Osservate le
soluzioni stilistiche utilizzate dal regista nella creazione della suspance,
nei primi piani dei protagonisti, ed in particolar modo nellambientazione
di provincia alla quale poco manca per ricalcare un immaginario di
frontiera; atipico infatti è il luogo delle uccisioni, difficile
trovare un altro giallo dove i delitti si consumano allaperto, alla luce
del sole.
Ottimo in particolare il primo evento di
sangue, la decapitazione meccanica di Umberto Paradisi dinanzi ad una palude
immersa nel nulla duna periferia urbana, ma anche lassassinio della
di lui moglie vicino allo scomparto cassette di sicurezza di un affollato
ufficio postale; un certo profumo western si coglie inoltre nella scena del
ritrovamento del finto suicida in una sorta di stalla, e ci manca solo che il
commissario Peretti arrivi a cavallo! La figura poi del commissario, costretto
a brancolare nel buio cercando di svelare lintrigo giallo, sembra davvero
quella duno sceriffo del West costretto a fare tutto da solo, ed ha il
volto noto di un abituè del genere, quel George Hilton che faceva ai
tempi coppia fissa con la Fenech nei primi ottimi thrilling di Sergio Martino
(uno su tutti Lo strano vizio della signora Wardh) e che possiede il fascino
ambiguo, nello stesso tempo da gentleman e da poco di buono, per rendere
credibile il proprio personaggio. Ed è proprio la sua figura di
investigatore il pezzo forte del film, che nuota in un sottile liquido di
riferimenti letterari, uno su tutti il mitico Poirot, basti pensare a quando
egli sciorina con notevole acume limpossibilità di un suicidio
nella seconda delle misteriose morti della pellicola, ma in particolare
è nel finale che troviamo un esplicito omaggio alla terribile signora
del giallo inglese, dove Peretti si ritrova davanti a tutti i sospettati e
declama un lungo discorso esordendo con quel Mio caro assassino che dà
il titolo al film; il commissario si esprime in astratto, potenzialmente
rivolgendosi a tutti i presenti (noi spettatori non sappiamo chi sia il killer)
e dilatando efficacemente la tensione.
Certamente non mancano i rimandi più
propriamente argentiani, ed anzi la sequenza dedicata alla giovane
maestrina si apre con un classico pedinamento macchina a mano della poveretta
nel buio della città deserta per poi chiudersi nellappartamento di
lei dove lo spettatore viene fatto identificare con lassassino grazie al
meccanismo, spesso utilizzato da Argento, della soggettiva, così che noi
partecipiamo al delitto senza mai vederci. Lutilizzo di un disegno
infantile, poi, come ingranaggio dellintricato puzzle, anticipa in certa
maniera il celeberrimo disegno sul muro di Profondo Rosso, ed è
possibile che il buon Dario abbia tratto degli insegnamenti da questa
pellicola. In ultima analisi si tratta di unopera di provincia, che
seppur velatamente denuncia il celarsi, sotto la sua apparente
tranquillità, di torbidi segreti. Ma soprattutto resta come
testimonianza dellopera di un autore che ci sapeva decisamente fare con i
materiali cinematografici e narrativi, rappresentativo di un cinema popolare
che puntava allintrattenimento senza mai scadere nel banale o nella
mediocrità, un cinema che, ahimè, oggi non cè
più.
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