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MIO CARO ASSASSINO


 
Titolo originale: Mio Caro Assassino
Produzione:  Italia, 1972
Regia:  Tonino Valeri
Cast:  George Hilton, William Berger, Marilù Tolo, Salvo Randone
 


La trilogia che nel biennio ‘70-‘71 inaugurò la filmografia argentiana diede vita, nel corso di quella decade, al filone frequentemente definito del “giallo all’italiana”, un periodo prolifico del nostro cinema del quale oggi se ne conserva una scarsa memoria, spesso a ragion veduta in quanto molti prodotti non si sollevavano da una certa sufficienza. Nella decade precedente era accaduto qualcosa di simile con i film di Leone ed il cosiddetto “spaghetti western”, ed è opinione condivisa quella secondo cui i due generi abbiano realizzato tra di loro una sorta di passaggio del testimone. Tonino Valerii, autore di questo ottimo giallo, è un poco conosciuto artigiano sui generis che mosse i primi passi proprio negli “spaghetti”, realizzò opere interessanti quali I giorni dell’ira con l’immarcescibile Gemma, ma soprattutto fu uno dei più stretti collaboratori di Leone, collaborazione che ebbe il suo apice ne Il mio nome è nessuno con Hill e Fonda, diretto da Valerii e prodotto dal maestro romano. Venendo a Mio caro assassino, la premessa è significativa in quanto il film esplicita quello che potremmo definire una sorta di DNA comune tra i due generi partoriti dall’opera di Leone ed Argento, più profonda della banale riflessione sulla spettacolarizzazione della violenza o della sua efferatezza. Osservate le soluzioni stilistiche utilizzate dal regista nella creazione della suspance, nei primi piani dei protagonisti, ed in particolar modo nell’ambientazione di provincia alla quale poco manca per ricalcare un immaginario “di frontiera”; atipico infatti è il luogo delle uccisioni, difficile trovare un altro giallo dove i delitti si consumano all’aperto, alla luce del sole.

Ottimo in particolare il primo evento di sangue, la decapitazione meccanica di Umberto Paradisi dinanzi ad una palude immersa nel nulla d’una periferia urbana, ma anche l’assassinio della di lui moglie vicino allo scomparto cassette di sicurezza di un affollato ufficio postale; un certo profumo western si coglie inoltre nella scena del ritrovamento del finto suicida in una sorta di stalla, e ci manca solo che il commissario Peretti arrivi a cavallo! La figura poi del commissario, costretto a brancolare nel buio cercando di svelare l’intrigo giallo, sembra davvero quella d’uno sceriffo del West costretto a fare tutto da solo, ed ha il volto noto di un abituè del genere, quel George Hilton che faceva ai tempi coppia fissa con la Fenech nei primi ottimi thrilling di Sergio Martino (uno su tutti Lo strano vizio della signora Wardh) e che possiede il fascino ambiguo, nello stesso tempo da gentleman e da poco di buono, per rendere credibile il proprio personaggio. Ed è proprio la sua figura di investigatore il pezzo forte del film, che nuota in un sottile liquido di riferimenti letterari, uno su tutti il mitico Poirot, basti pensare a quando egli sciorina con notevole acume l’impossibilità di un suicidio nella seconda delle misteriose morti della pellicola, ma in particolare è nel finale che troviamo un esplicito omaggio alla terribile signora del giallo inglese, dove Peretti si ritrova davanti a tutti i sospettati e declama un lungo discorso esordendo con quel Mio caro assassino che dà il titolo al film; il commissario si esprime in astratto, potenzialmente rivolgendosi a tutti i presenti (noi spettatori non sappiamo chi sia il killer) e dilatando efficacemente la tensione.

Certamente non mancano i rimandi più propriamente argentiani, ed anzi la sequenza “dedicata” alla giovane maestrina si apre con un classico pedinamento macchina a mano della poveretta nel buio della città deserta per poi chiudersi nell’appartamento di lei dove lo spettatore viene fatto identificare con l’assassino grazie al meccanismo, spesso utilizzato da Argento, della soggettiva, così che noi partecipiamo al delitto senza mai vederci. L’utilizzo di un disegno infantile, poi, come ingranaggio dell’intricato puzzle, anticipa in certa maniera il celeberrimo disegno sul muro di Profondo Rosso, ed è possibile che il buon Dario abbia tratto degli insegnamenti da questa pellicola. In ultima analisi si tratta di un’opera di provincia, che seppur velatamente denuncia il celarsi, sotto la sua apparente tranquillità, di torbidi segreti. Ma soprattutto resta come testimonianza dell’opera di un autore che ci sapeva decisamente fare con i materiali cinematografici e narrativi, rappresentativo di un cinema popolare che puntava all’intrattenimento senza mai scadere nel banale o nella mediocrità, un cinema che, ahimè, oggi non c’è più.

 


 
Mauro Tagliabue


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