Un film che si distende lungo la duplice proiezione
dell'interpretazione, quella filologica di chi ha letto il libro di
J.R.R.Tolkien e quella prettamente cinefila di chi non lo ha letto,ora
profanando la sacra complessità del testo, ora esorcizzando la propria
vulnerabilità concettuale con la maestosa rappresentazione visiva. Il
signore degli anelli trova la sua collocazione interpretativa all'incrocio di
queste proiezioni, che si chiudono in una prospettiva,confacente a mostrare
allo spettatore una storia, che non diventa nè cinema, nè libro;
forse per tenersi abilmente lontano dal pamphlet cinematografico, così
come dal più mero sacrificio ipertestuale. Essenziale e ben narrato il
prologo dalla voce fuori campo,indispensabile per l'immediata introduzione al
magico mondo de Il signore degli anelli;buon ritmo iniziale purtroppo allentato
nella prima vera sequenza del film, il compleanno di Bilbo Baggins, che si
perde nelle infrastrutture sceniche piuttosto che in essenziali inquadraure
esplicative;errore che si ripete per tutta la durata del film,ma che
differentemente viene reso meno evidente dall'accelerazione ritmica degli
eventi. Tuttavia ci troviamo di fronte ad un particolare non trascurabile della
bravura di Peter Jackson, che purtroppo si riduce solo a questo aspetto; sto
parlando della rappresentazione introduttiva degli Hobbit e del loro modo di
essere, perfettamente ricreato e calato nella struttura ambientale e narrativa.
Il resto del film è esasperato dalla visibile
incapacità del regista di trovare uno sbocco stilistico, in grado di
adattare un opera così complessa,ad un testo filmico.Trovo tuttavia che
la scelta di portare in scena Il signore degli anelli,nella "semplice"
ricopiatura della narrazione, sacrificando tutto ciò che significa
cinema (inteso come arte), dipenda soprattutto dall'amore che il regista nutre
per l'opera, più che verso il suo mestiere;mestiere che pare aver
dimenticato del tutto, lasciando così che fotografia e scenografia,
diventino sostituti essenziali della regia; una regia assente nell'inquadratura
e nel montaggio soprattutto, a causa dell'uso spasmodico dell'effetto speciale,
sempre e comunque dominatore della scena; in modo che, accompagnato alla
fotografia e alla scenografia, renda al massimo la ricreazione dell'atmosfera
Tolkienana. Ed è proprio attraverso questo tipo di messa in scena che
Jackson non si preoccupa di inciampare in una banale trasposizione
cinematografica, oltre che in una convulsa voglia di rappresentazione; cercando
di inserire tutto senza approfondire nulla, estorcendo quello spessore che
impoverisce la fluidità visiva del film, una ricercatezza vana che tende
a mostrare il futile, lo spessore che risiede in quella simbolicità che
il libro condivide quasi simbioticamente con i luoghi,gli oggetti e i
personaggi (la stessa simbolicità che probabilmente ha riesumato
ideologie di stampo politico e sociale), ostentando solo un certo compiacimento
dell'autore...
E' un magnifico aforisma visivo con la pretesa di
riassumere in se la complessa filologia del libro, mettendo da parte
(più per questione di tempo che di danaro) l'introspezione dei
personaggi, il rapporto causa-effetto delle situazioni e la contemplazione del
liguaggio idiomatico di Tolkien. Un film, il cui linguaggio è totalmente
controllato dall'uso dell'effetto speciale, che domina le immagini e ne
condiziona l'andamento strutturale nel carente montaggio;capace di offrire
all'occhio di chi guarda l'orizzonte della fantasia, alla luce tenue dell'alba
della creatività e al buio serrato del tramonto dell'imaginazione. Un
manifesto abbagliante del nostro secolo, un kolossal che rende onore ad un
genere, ma non al cinema stesso...
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