Tre episodi. Tre racconti del terrore, liberamente tratti da
Maupassant (informazione fasulla nei titoli, visto che è di F.G.
Snyder), Aleksej Tolstoj (cugino del celebre Lev) e Cechov. Nel primo (Il
telefono) Rosy è tormentata dalle telefonate minatorie di uno
sconosciuto nel cuore della notte. La povera donna crede che a minacciarla sia
il suo ex-amante Frank, la voce è invece quella dell'amica Mary, ma che
rapporto c'è tra la vittima, Mary e Frank? Nel secondo (I wurdalak) un
aristocratico tenta in ogni modo di salvare la sua fidanzata, Sdenka, dalla
famiglia cui appartiene, i cui elementi sono tutti trasformati in vampiri. Ma
tutti gli sforzi sono inutili: la sorte della ragazza segue quella dei suoi
congiunti. Nell'ultimo (La goccia d'acqua) un'infermiera ruba l'anello di
un'anziana medium defunta e viene perseguitata per la sua azione dal fantasma
della stessa. Ma sarà davvero un fantasma a tormentare la donna, o
semplicemente il rimorso della coscienza?
In veste di presentatore, oltre che di attore nel secondo episodio
troviamo uno che non ha sicuramente bisogno di presentazioni: Boris Karloff,
nella cui imponente figura si materializza il concentrato di paura ed ironia di
cui è intriso l'intero film. Mario Bava ricorda a tutti di essere un
grande direttore della fotografia, un maestro dei colori, delle luci e delle
ombre.
Il primo episodio si basa sull'attesa: non
c'è traccia di elementi paurosi o di suspense, ma ci si chiede cosa stia
per accadere, insomma c'è di che attaccarsi allo schermo. Girato tutto
in interni, e senza dover creare atmosfere particolari, il regista non
può dare sfogo alla propria creatività, e si "limita" a dare
lezioni di tecnica.
Nel secondo buona parte delle scene sono in
esterni, ed è una storia tipica da ambientazione ed atmosfere gotiche,
gravi e rarefatte, fatte di nebbie fitte e luci e colori irreali, e di luoghi
decadenti e cupi. Il racconto di Tolstoj affronta il vampirismo, ma in
un'ottica opposta rispetto ai vari Dracula, un'ottica più tipicamente
esteuropea (riscontrabile già nel titolo: il wurdalak è il
vampiro delle steppe russe, terra d'origine dell'autore della storia): qui i
vampiri non sono creature dal fascino irresistibile, qui i vampiri sono gli
elementi più deboli (il nonno, il bambino e, alla fine, la giovane
amante), quindi i più difficili da individuare. Una storia dell'orrore
abbastanza classica anche nella regia, colma di zoomate (uno dei più
classici espedienti di Bava), primi piani angoscianti e inquadrature oniriche e
visionarie. La presenza di Karloff (un'icona, mette paura solo a vederlo)
dà quel qualcosa in più che rende gustosa la visione.
Ma il migliore, quello che stupisce,
è il terzo episodio. Qui l'autore gioca con l'elemento fondamentale di
tutta la letteratura e filmologia horror: la paura della morte. E lo fa in
maniera cruda, diretta, piazzandoci da subito in faccia un cadavere dai tratti
sgradevoli e terrificanti, che ci perseguiterà per tutta la storia.
Anche questo è girato completamente in interni, ma qui c'è da
creare tutta un'atmosfera di pericolo imminente che aumenti la paura e il
disagio, e Bava si diverte alla grande. Si diverte a darci fastidio, a
martellarci i nervi, già tesi dalla situazione, giocando per tutta la
durata con i rumori (le finestre che sbattono, il ronzio della mosca e il
tintinnio delle gocce d'acqua) e con le luci vacillanti (i lampi del temporale,
che illuminano l'appartamento entrando dalle finestre, non cessano mai, e nel
momento del blackout diventano insopportabili). Il finale di questo episodio ci
lascia (come molti altri film di Bava) il dubbio tra la soluzione realistica e
quella fantastica, utile a mantenere vive le sensazioni di angoscia anche dopo
la fine delle scene. Ma qui questo trucchetto non serve a lasciare lo
spettatore in condizione di disagio, serve per la dissacrazione del genere
horror, che avviene magistralmente nello spassoso epilogo che svela i trucchi
del mestiere (dimostrazione dell'ironia e - soprattutto - dell'autoironia di
cui era capace l'autore). Uno sberleffo di Mario Bava al mondo delle
megaproduzioni americane e, insieme, alla critica italiana che lo bistrattava.
Un colpo di genio, o meglio, di geniaccio.
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