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INSTITUTE BENJAMENTA


 
Aka:  Institute Benjamenta
Produzione:  UK / Japan / Germany, 1996
Regia:  Timothy Quay, Stephen Quay
Cast:   Mark Rylance, Alice Krige, Gottfried John, Daniel Smith
 

 

Institute Benjamenta è un sogno Kafkiano trasfigurato in celluloide. Esiste una scuola per camerieri in cui, una volta accettato il regolamento e pagata un'ingente retta, ogni barlume di dignità umana e disposizione all'intelletto deve essere abbandonata. Il perfetto servitore deve plasmarsi alla volontà ed esigenza del proprio padrone. Ad insegnare ciò il rettore, un omone lontano parente di Groucho Marx incattivito; la maestrina dai vittoriani modi; un muto a quanto pare una volta allievo e per i suoi meriti innalzato di un grado rispetto alla restante ciurma. Elemento di rottura di questo lento scorrere in giornate e lezioni cicliche e monotone d'addestramento, il protagonista. Un ometto timido e spaurito la cui unica preoccupazione è quella di svendere la propria anima unicamente per un tozzo di pane e qualche calcio nel sedere. Che a voler ben vedere è solo trasposizione, nemmeno troppo, figurativa dell'uomo subalterno, nei secoli dei secoli.

Elemento di rottura, dicevamo, perchè instillerà dubbi negli animi di quel trio che fino ad allora aveva gestito con perfetta sicumera e abnegazione la loro funzione educatrice. Trovare dei significati in questa visione è impresa particolarmente ostica. Tutto è diluito, rallentato, esasperato, morfinizzato. Se non fosse per il parlato, non faticheremmo a pensare di trovarci di fronte a qualche esempio illustre del cinema muto. Perchè i tempi, la grana della fotografia, la recitazione, il mutismo, tutto riporta a quel tipo di cinema. Anche e forse in maniera eccessiva. Inutile negare che a tratti si fa fatica a seguirne lo scorrere degli eventi, ma è un difetto comune a questa categoria. Difetto reso oltremodo in aggravante da una trama che esplica poco, ma è un difetto che qualcuno (me) trova affascinante se innescato nella maniera giusta. Ecco, la perplessità rimane questa volta.

Il film è di certo pregevole, soprattutto e forse esteticamente. Ma, come per tanti altri prima e sicuramente dopo di lui, il dubbio che molte inquadrature siano fini a se stesse è pur sempre presente. Probabilmente andrebbe visionato a spezzoni, con mente meno lucida e in uno stato di dormiveglia. Per quanto mi sforzi credo che la chiave di lettura, almeno la mia chiave di lettura, sia la dimensione onirica. E probabilmente per questo non dovrei cercarne una critica nè smuovermi tanto per cercarne aspetti positivi in più di quelli che risaltano. Non è un film da amare ma sicuramente da guardare senza ricercarne cause. Ad occhio nudo. Bello e avvolgente come un sogno durante, ma che al risveglio ben poco lascerà se non un vacuo ricordo.


 
Tabbo


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