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L' IMBALSAMATORE


 
Titolo originale:   L'imbalsamatore
Produzione:  Italia, 2002
Regia:  Matteo Garrone
Cast:   Ernesto Mahieux, Elisabetta Rocchetti, Valerio Foglia Manzillo, Pietro Biondi
 

 

Ecco un film che a detta di molti è stato definito come "uno dei migliori film italiani. Tanto bello da non sembrare italiano". Ora se questo voleva essere un complimento, felicitazioni per chi l'ha ideato. Lasciando perdere disanime polemiche o meno sullo stato d'apnea del cinema italiano, di cui io non scorgo eccessiva scarsità d'idee se non al botteghino del cinema, addentriamoci fra le pieghe di quel che oserei definire un vero film senza smentite. Crucciandomi di quanto il risultato non sarà più replicato da Garrone con i successivi tentativi. Ma non andiamo oltre.

Prendendo spunto da un reale fatto di cronaca, la storia viene stravolta fino a generare il risultato offerto ai nostri occhi. Nella soleggiata Napoli un giovanotto, Valerio, che incarna gli ideali di perfezione greca dizione smaccatamente partenopea esclusa viene avvicinato da tal Peppino in un'assolata domenica in quel di uno Zoo. Questo simpatico ometto di appena un metro e quaranta comincia una disquisizione ornitologica prendendolo come pretesto per presentare se stesso e il lavoro di cui si occupa: imbalsamazione. Qualche giorno dopo, molto poco disinteressatamente, va trovare il giovincello che di norma fa molto svogliatamente il modesto cameriere. E sempre molto poco disinteressatamente gli offre di lavorare al suo fianco, in un poco rassicurante ma inversamente proporzionale e proficuo ruolo d'aiuto imbalsamatore. Il guagliuncello, già per sua natura non troppo furbo, non si fa troppe domande e rapito dalle facili promesse del piccolo uomo accetta dando un colpo di spugna alla sua precedente vita.

Da lì in poi il rapporto fra i due si rinsalda sempre più facendo emergere segnali e impressioni che vanno al di là della semplice amicizia fino a divenire un rapporto simbiotico e vitale. Finchè come in ogni migliore storia che si rispetti l'idillio si incrina con l'arrivo del terzo incomodo. Una donna. Ben in sintonia con l'idea del regista che la donna incarni in sè l'ideale di sventura e rottura in genere il resto sarà, come mia consuetudine, materia per chi vorrà dar sfogo alla curiosità tramite visione personale senza indi anticipare nulla in più. Il film si dipana con un buon ritmo, attori non sempre all'altezza ma tutti compensati da una prova fantasmagorica di Ernesto Mahieux che riesce a plasmare un'incredibile prova recitativa a dispetto dei comprimari, una fotografia ai limiti della perfezione chiedendosi, come lo scaltro del complimento di cui sopra, ma davvero in questa repubblica delle banane siamo capaci di tali risultati?

Ed in effetti quando si discosta gli occhi dallo schermo verso il manifesto alle proprie spalle dell'ennesimo film di Vanzina o di Raul Bova e si percepisce che intellettualità non fa rima con Muccino o Verdone.. non si può far altro che ritornare sul proprio televisore e ringraziare l'inventore del dvd (prima vhs) con buona pace del buongusto e del cinema (da botteghino) in genere.
R.I.P.


 
Tabbo


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