Frailty è un piccolo film che si
è ritagliato un piccolo spazio all'interno della distribuzione delle
grandi case di produzione. È infatti un film indipendente se
consideriamo il panorama del cinema americano nel suo generale. Si tratta del
primo film girato da Bill Paxton che dopo avere interpretato diversi film con
ruoli spesso di minore importanza per registi più o meno di calibro ha
deciso infine di passare dietro la macchina da presa. Il film è davvero
un piccolo buon film basato principalmente intorno ad una sceneggiatura
abbastanza compatta e molto costruita. La costruzione visiva si impernia
principalmente intorno al racconto e vive del racconto ed è in questo
modello che si possono riscontrare pregi e difetti. Il difetto principale
risiede proprio in questa stessa interdipendenza, ormai quasi vitale e
obbligatoria che consta in una ricopiatura visiva di ciò che è
stato scritto e pensato nella sceneggiatura scritta.
È quindi inevitabile assistere in alcuni momenti
alla nuda concatenazione di eventi letterari presentati abbastanza
convenzionalmente per la costruzione narrativa dell'intero film. Se comunque
capita di assistere ad un film "piatto", in alcuni momenti è da
riconoscere che l'ultimo arrivato Bill Paxton una buona dose immaginifica la
dimostra. Paxton costruisce quindi il suo piccolo film con calma e attenzione,
rivolgendosi principalmente ad un cinema da "camera" costruito con molti
interni o comunque abbastanza chiuso su se stesso. Le scene sono bene
strutturate e fatte di quadrature essenziali, non ci sono stacchi superflui e
inutili. È un cinema contenuto costruito spesso con lunghe inquadrature
anche di durata superiore al minuto. Lavorare con Sam Raimi ha aiutato
sicuramente Paxton a capire come fare cinema e questo suo film ha infatti molte
attinenze e somiglianze con "Soldi sporchi". È una storia che si
riflette sull'ora e sull'adesso, che non sfugge mai al controllo della regia e
di conseguenza del modello narrativo, in questo si potrebbe definire
"contenuto".
Ciò che avviene narrativamente
è, infatti, presentato con la maggiore semplicità possibile.
Inquadrature abbastanza stabili e fisse, lunghe, montate con una buona
precisione e attenzione per un ampio respiro visivo. Qui si inseriscono quindi
quelle scene di totali che si articolano poi in inquadrature più
ravvicinate e giocate sul campo e controcampo. Insomma tutte le regole
più ortodosse della costruzione linguistica più classica, ma
anche tanta voglia di rivolgersi ad un cinema essenziale. Il film si costruisce
sostanzialmente con flashback dentro ai quali spesso si innestano ulteriori
flashback per poi tornare al presente e quindi alla confessione di Adam, da
dove il film inizia. I passaggi temporali sono sempre delegati al visivo e le
dissolvenze che ne segnano la fine e l'inizio sono realizzati quasi sempre per
analogia o comunque con attinenza visiva. Questo dimostra, in piccolo, quanto
Paxton sia un buon regista attento a non lasciarsi andare alla totale
semplicità per ricercare, invece, con attenzione, un montaggio visivo
seppure spesso sempre un po' troppo legato alla narrazione della sceneggiatura.
Frailty non è un Horror, ma un film che riflette
certi aspetti psicologici della cultura americana. In particolare su come
possano essere giustificate le deviazioni che portano una persona perfettamente
normale a diventare un serial killer. Su questo quindi si impernia
principalmente la storia. In particolare tutta la trama è un costante
mettere in dubbio la verità di un fatto attraverso il falso
racconto-testimonza di Adam. Il finale che ha poco del colpo di scena ha la sua
spiegazione nel paranormale ma questo non può certo alterare il piacere
della visone perché il film resta comunque uno dei migliori esempi di
cinema che l'America ormai ci possa offrire. Molte critiche (infondate) sono
state mosse contro il finale di questo film, ma quelle che molti considerano le
incongruenze tematiche della narrazione sono poca cosa se consideriamo che il
film ha sempre lasciato aperto una plausibile risoluzione paranormale e che
questa risoluzione arbitraria ha poco peso nel valore del film. E comunque non
sono le tematiche specificatamente narrative a mortificare l'intero film nel
suo finale perché la regia mantiene i suoi presupposti stilistici senza
contraddizioni.
Lo sviluppo del film e delle implicazioni
non costruiscono un finale risolutivo ma soltanto interpretativo, per questo
tutti quelli che si aspettavano un colpo di scena 'esplicativo' (ma
perché mai un finale dovrebbe spiegare?) rimangano delusi
dall'improvviso abbandono del realismo. Ma tutto è plausibile e molti
punti rimangono in sospeso perché l'attenzione simbolica si rivolge
soltanto a quelle componenti necessarie ricordandoci che non esisteranno mai
per loro natura ontologica sceneggiature perfette e impeccabile e che il finale
è una parte tanto importante quanto neutra di un'opera cinematografica
considerata sempre nel sua totalità. Bill Paxton si unisce quindi a
quella schiera di registi che ha deciso consciamente di contrapporsi a quella
desolante tendenza che ci presenta film vuoti e "ipercinetici" che non possono,
per loro stessa natura, donarci nulla se non emozioni poco stimolanti. Bill
Paxton decide consciamente di dedicarsi ad un film minore eppure più
importante di tanti altri e lo fa schierandosi insieme a quei registi e a
quelle scelte che in America, ora, probabilmente, nonostante l'ostracismo delle
grandi case di produzione, restituisce un po' di "authorship" al cinema d'altro
oceano.
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