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FRAILTY


 
Titolo originale:  Frailty
Produzione:  USA, 2001
Regia:  Bill Paxton
Cast:  Bill Paxton, Matthew McConaughey, Powers Boothe, Matthew O'Leary.
 


Frailty è un piccolo film che si è ritagliato un piccolo spazio all'interno della distribuzione delle grandi case di produzione. È infatti un film indipendente se consideriamo il panorama del cinema americano nel suo generale. Si tratta del primo film girato da Bill Paxton che dopo avere interpretato diversi film con ruoli spesso di minore importanza per registi più o meno di calibro ha deciso infine di passare dietro la macchina da presa. Il film è davvero un piccolo buon film basato principalmente intorno ad una sceneggiatura abbastanza compatta e molto costruita. La costruzione visiva si impernia principalmente intorno al racconto e vive del racconto ed è in questo modello che si possono riscontrare pregi e difetti. Il difetto principale risiede proprio in questa stessa interdipendenza, ormai quasi vitale e obbligatoria che consta in una ricopiatura visiva di ciò che è stato scritto e pensato nella sceneggiatura scritta.

È quindi inevitabile assistere in alcuni momenti alla nuda concatenazione di eventi letterari presentati abbastanza convenzionalmente per la costruzione narrativa dell'intero film. Se comunque capita di assistere ad un film "piatto", in alcuni momenti è da riconoscere che l'ultimo arrivato Bill Paxton una buona dose immaginifica la dimostra. Paxton costruisce quindi il suo piccolo film con calma e attenzione, rivolgendosi principalmente ad un cinema da "camera" costruito con molti interni o comunque abbastanza chiuso su se stesso. Le scene sono bene strutturate e fatte di quadrature essenziali, non ci sono stacchi superflui e inutili. È un cinema contenuto costruito spesso con lunghe inquadrature anche di durata superiore al minuto. Lavorare con Sam Raimi ha aiutato sicuramente Paxton a capire come fare cinema e questo suo film ha infatti molte attinenze e somiglianze con "Soldi sporchi". È una storia che si riflette sull'ora e sull'adesso, che non sfugge mai al controllo della regia e di conseguenza del modello narrativo, in questo si potrebbe definire "contenuto".

Ciò che avviene narrativamente è, infatti, presentato con la maggiore semplicità possibile. Inquadrature abbastanza stabili e fisse, lunghe, montate con una buona precisione e attenzione per un ampio respiro visivo. Qui si inseriscono quindi quelle scene di totali che si articolano poi in inquadrature più ravvicinate e giocate sul campo e controcampo. Insomma tutte le regole più ortodosse della costruzione linguistica più classica, ma anche tanta voglia di rivolgersi ad un cinema essenziale. Il film si costruisce sostanzialmente con flashback dentro ai quali spesso si innestano ulteriori flashback per poi tornare al presente e quindi alla confessione di Adam, da dove il film inizia. I passaggi temporali sono sempre delegati al visivo e le dissolvenze che ne segnano la fine e l'inizio sono realizzati quasi sempre per analogia o comunque con attinenza visiva. Questo dimostra, in piccolo, quanto Paxton sia un buon regista attento a non lasciarsi andare alla totale semplicità per ricercare, invece, con attenzione, un montaggio visivo seppure spesso sempre un po' troppo legato alla narrazione della sceneggiatura.

Frailty non è un Horror, ma un film che riflette certi aspetti psicologici della cultura americana. In particolare su come possano essere giustificate le deviazioni che portano una persona perfettamente normale a diventare un serial killer. Su questo quindi si impernia principalmente la storia. In particolare tutta la trama è un costante mettere in dubbio la verità di un fatto attraverso il falso racconto-testimonza di Adam. Il finale che ha poco del colpo di scena ha la sua spiegazione nel paranormale ma questo non può certo alterare il piacere della visone perché il film resta comunque uno dei migliori esempi di cinema che l'America ormai ci possa offrire. Molte critiche (infondate) sono state mosse contro il finale di questo film, ma quelle che molti considerano le incongruenze tematiche della narrazione sono poca cosa se consideriamo che il film ha sempre lasciato aperto una plausibile risoluzione paranormale e che questa risoluzione arbitraria ha poco peso nel valore del film. E comunque non sono le tematiche specificatamente narrative a mortificare l'intero film nel suo finale perché la regia mantiene i suoi presupposti stilistici senza contraddizioni.

Lo sviluppo del film e delle implicazioni non costruiscono un finale risolutivo ma soltanto interpretativo, per questo tutti quelli che si aspettavano un colpo di scena 'esplicativo' (ma perché mai un finale dovrebbe spiegare?) rimangano delusi dall'improvviso abbandono del realismo. Ma tutto è plausibile e molti punti rimangono in sospeso perché l'attenzione simbolica si rivolge soltanto a quelle componenti necessarie ricordandoci che non esisteranno mai per loro natura ontologica sceneggiature perfette e impeccabile e che il finale è una parte tanto importante quanto neutra di un'opera cinematografica considerata sempre nel sua totalità. Bill Paxton si unisce quindi a quella schiera di registi che ha deciso consciamente di contrapporsi a quella desolante tendenza che ci presenta film vuoti e "ipercinetici" che non possono, per loro stessa natura, donarci nulla se non emozioni poco stimolanti. Bill Paxton decide consciamente di dedicarsi ad un film minore eppure più importante di tanti altri e lo fa schierandosi insieme a quei registi e a quelle scelte che in America, ora, probabilmente, nonostante l'ostracismo delle grandi case di produzione, restituisce un po' di "authorship" al cinema d'altro oceano.


 
Mattia


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