Premessa fondamentale: non è un
film! 1996, il buon Kitamura (aitante 27enne) procura una cinepresa super8,
convoca 5 amici e con la scusa di fare una passeggiata tra i boschi nipponici,
ne approfitta per girare questo medio-metraggio di 45 minuti. Osservando le
prime sequenze di Down to hell, esclamo tra me e me: "He he he, questo
giapponesino non spreca il suo tempo per nascondere la propria passione per
Raimi". In effetti il cammino iniziale dei due presenta parecchi punti in
comune. In primo luogo la predisposizione per le locations forestali, poi la
realizzazione di un "esperimento" antecedente il tuffo in quel profondo e (a
volte) oscuro oceano cinematografico, identificato con le riprese di un vero
film, infine l'amore e la naturale tendenza per la violenza ed il sangue,
preferendo l'uso (anche per motivi economici) di effetti non-digitali. Raimi
nel 1978 girò "Within the Woods" una prova generale, impropriamente
additata come prequel, di quel capolavoro che, 4 anni dopo, verrà
presentato con il titolo di "Evil Dead". Si verificano i movimenti di macchina,
le soggettive, le riprese in esterni, alcuni degli effetti speciali "fatti in
casa", se ne saggia l'efficacia, si ipotizzano le probabili conseguenze (per
alcuni irreversibili) delle scene nelle menti degli spettatori
ma
soprattutto ci si diverte
facendo cinema.
Raimi fece questo, Kitamura (lungi da me
ogni minimo paragone) ricalca, 15 anni dopo e neanche tanto velatamente, le
orme del regista del Michigan. Un gruppo di 4 ragazzi ha come "simpatico"
hobby, quello di rapire dei coetanei, portarli in un bosco isolato e dar loro
la caccia con lo scopo di ucciderli
durante una battuta di caccia,
però la preda
decide di vendicarsi
dopo essere stata uccisa.
Storia lineare, essenziale, niente spiegazioni o delucidazioni varie.
Ciò che accade, accade solo perché deve accadere. La
sceneggiatura è un flebile pretesto per sciogliere alcuni dubbi sul
montaggio di determinate sequenze, per testare la validità del connubio
musica-immagini, per determinare la quantità di sangue che deve
zampillare da una ferita, senza risultare eccessivamente comica.
Questo corto/mediometraggio, in fin dei
conti, è tutto qua. Carenza di mezzi, effetti artigianali, recitazione
precaria
ma indispensabile per indicare una direzione al regista
giapponese. Le basi tecniche ci sono, le idee anche. Idee che verranno
rielaborate e utilizzate per il suo primo "vero" film e cioè quel
piccolo capolavoro di action-horror che è "versus" (conosciuto, infatti,
anche come "down to hell 2"). Le citazioni sono evidenti, dalle riprese del
bosco alla Raimi, all'estetica degli zombi di natura Fulciana (i giapponesi lo
amano) fino allo stile action di John Woo. Un finale negativo e privo di
speranza, incornicia questo esercizio di stile senza pretese. In sintesi, un
prodotto divertente, rapido, essenziale e godibile
naturalmente se, come
il sottoscritto, amate un certo genere di cinema.
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