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DEAD OR ALIVE


 
Titolo originale:  Dead or Alive: Hanzaisha
Produzione:  Japan, 1999
Regia:  Takashi Miike
Cast:  Riki Takeuchi, Sho Aikawa, Renji Ishibashi, Hitoshi Ozawa
 


Primo capitolo dell'omonima trilogia di Takeshi Miike, incentrata sulla tenebrosa e spietata figura di Ryuchi e del suo alter ego positivo (?) Jojima. Trilogia anomala e sui generis quella di Miike, vista la pessima considerazione che lo stesso regista nutre nei confronti dei sequel: "Fare un sequel è un insulto per il film originale…" La passione (ossessione) delle tematiche yakuza per i registi giapponesi è cosa risaputa, ma in Miike assume una valenza piuttosto particolare. Nella maggior parte dei casi il cinema extraeuropeo cerca di presentare allo spettatore una realtà misconosciuta, con l'intento (che talvolta si tramuta in pretesa) di affogare gli, spesso disattenti, occhi di "colui che guarda" in una nuova dimensione del reale. Aspetti, sfumature, culture difficili da comprendere, impossibili da accettare, lontane migliaia di chilometri dal pubblico occidentale, che presentate in forma artistica riescono nello scopo di trasformarsi in inconsapevoli (?) vettori di nuove conoscenze. Dicevo nella maggior parte di casi (cosa che ad esempio riesce benissimo a Kitano e ad altri registi orientali), perché la yakuza di Miike esula da questi schemi.

La rappresentazione della sfera criminale giapponese, nel cinema di Takeshi Miike, si tramuta "in macchietta", in "semplice" ambientazione, il tutto devotamente genuflesso al servizio della narrazione, delle trovate geniali di questo "assurdo" regista, ai suoi giochi di macchina, alle sue invenzioni visive, alla sua innata e macabra ironia. Detto questo ci si può apprestare alla visione di questo film. I primi minuti di immagini (introdotte dal countdown dei protagonisti) sono talmente rapidi, montati ad un ritmo così serrato ed accompagnati da una trascinante base rock che quasi non ci si accorge di aver assistito ad un peep-show di atroci violenze. Miike, senza mezze misure ci presenta una Tokyo notturna, non lesinando affatto sul marciume e sulle depravazioni che spesso la luce del sole oscura. Il tutto è esasperato, così lontano dalla sfera del reale da tendere al vero. Sullo schermo si presentano i membri della gang di Ryu, intenti nella spietata esecuzione di alcuni membri di yakuza e triade (cinese) di cui il protagonista intende rilevare gli affari.

Accade così che un omosessuale intento a sodomizzare un ragazzo in un bagno pubblico, subisca la perforazione della giugulare ed il fiotto di sangue inonda il volto dello sfortunato partner quasi come fosse la conclusione dell'atto sessuale; un facoltoso uomo di mezza età, dopo aver sniffato una pista di coca lunga oltre due metri (immortalato in una ripresa magistrale) e trasportato a braccio nella sua limousine, mentre viene scorazzato dal suo autista per le vie della città, incontra Ryu in persona che dopo essere balzato sul tetto della vettura scarica il suo fucile a pompa (passatogli da un clown!) sulla testa del malcapitato, tra l'indifferenza dei passanti. Gli altri due membri della banda fanno irruzione in un ristorante, dove un membro della triade è occupato ad ingozzarsi fino a morire (cosa che avverrà di li a poco), facendo strage di tutti i presenti. Miike chiude questa "intro" di presentazione con la fuga della vittima in favore di camera ed una fucilata che gli dilania lo stomaco spruzzando il cibo in esso contenuto sull'obiettivo. Queste frenetiche sequenze sono intramezzate dalla sfrenata lapdance di una sensualissima ragazza (quinto membro del gruppo). Sulla scena dell'ultimo omicidio si precipita un tenente di polizia (l'antagonista di Ryu) che riconosce il cadavere riverso a faccia in giù, annusando il cibo fuoriuscito dallo stomaco esploso. Le presentazioni sono fatte…signori questo è il cinema di Miike. Tuttavia sembra un po' riduttivo fermarsi a questo.

La psiche dei personaggi, come abitudine del regista giapponese, viene sondata fino al suo più recondito e remoto anfratto, smascherando paure, desideri, affetti che l'imperscrutabile maschera da "duro" dei protagonisti, inevitabilmente nasconderebbe. Soffermandosi sui drammi familiari e sui disagi che la società nipponica procura ai cittadini e di come questi ultimi possano reagire in base al proprio carattere. La differenza principale tra Miike e tutti gli altri, sta nella non strumentalizzazione delle immagini e soprattutto nell'assoluta "modestia" di ripresa, un altro regista (con le capacità di Miike) si soffermerebbe ad autocelebrarsi con una serie di belle, ma inutili, inquadrature. Invece il totale dominio della macchina da presa da parte del regista giapponese è quasi "disturbante", perché nulla viene sottratto alla narrazione, ogni inquadratura (anche la più elegante e raffinata) mantiene una sua dignità, un suo "perché". E' ovvio che Miike non sarà mai (speriamo) "per tutti", bisogna sapere che quando si decide di guardare un suo film ci si appresta a confrontarsi con qualcosa che non si è mai visto prima. Bisogna anche possedere una buona dose di conoscenze cinematografiche ed una buona capacità d'analisi, perché può capitare che ciò che si vede possa racchiudere svariati significati.

Alcune scene di Dead or Alive (come ce ne sono in molti atri film di Miike) potrebbero far gridare allo scandalo ed indurre lo spettatore ad additare questo autore come il più pervertito dei misogini. Sebbene tra le sequenze di questo film se ne annidino alcune al limite della sopportazione (come la ragazza stuprata e poi affogata nei propri escrementi) l'occhio della mdp non mostra alcun compiacimento nel riprendere violenze o torture. La forza (la grandezza) di Miike sta proprio in questo: inquadrare il bacio tra due innamorati o la fellatio di una prostituta assume esattamente lo stesso peso narrativo. Il finale (nascosto fino al giorno della prima ai produttori per paura di eventuali censure) ricorda molto la classica resa dei conti spaghetti-western immersa nella surreale atmosfera tipica degli anime giapponesi. Una storia, dei personaggi, tutti in egual modo importanti, un regista in grado di saper dosare (come sempre) violenza, sesso, amore. 4, 3, 2, 1…


 
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