Primo capitolo dell'omonima trilogia di
Takeshi Miike, incentrata sulla tenebrosa e spietata figura di Ryuchi e del suo
alter ego positivo (?) Jojima. Trilogia anomala e sui generis quella di Miike,
vista la pessima considerazione che lo stesso regista nutre nei confronti dei
sequel: "Fare un sequel è un insulto per il film originale
" La
passione (ossessione) delle tematiche yakuza per i registi giapponesi è
cosa risaputa, ma in Miike assume una valenza piuttosto particolare. Nella
maggior parte dei casi il cinema extraeuropeo cerca di presentare allo
spettatore una realtà misconosciuta, con l'intento (che talvolta si
tramuta in pretesa) di affogare gli, spesso disattenti, occhi di "colui che
guarda" in una nuova dimensione del reale. Aspetti, sfumature, culture
difficili da comprendere, impossibili da accettare, lontane migliaia di
chilometri dal pubblico occidentale, che presentate in forma artistica riescono
nello scopo di trasformarsi in inconsapevoli (?) vettori di nuove conoscenze.
Dicevo nella maggior parte di casi (cosa che ad esempio riesce benissimo a
Kitano e ad altri registi orientali), perché la yakuza di Miike esula da
questi schemi.
La rappresentazione della sfera criminale
giapponese, nel cinema di Takeshi Miike, si tramuta "in macchietta", in
"semplice" ambientazione, il tutto devotamente genuflesso al servizio della
narrazione, delle trovate geniali di questo "assurdo" regista, ai suoi giochi
di macchina, alle sue invenzioni visive, alla sua innata e macabra ironia.
Detto questo ci si può apprestare alla visione di questo film. I primi
minuti di immagini (introdotte dal countdown dei protagonisti) sono talmente
rapidi, montati ad un ritmo così serrato ed accompagnati da una
trascinante base rock che quasi non ci si accorge di aver assistito ad un
peep-show di atroci violenze. Miike, senza mezze misure ci presenta una Tokyo
notturna, non lesinando affatto sul marciume e sulle depravazioni che spesso la
luce del sole oscura. Il tutto è esasperato, così lontano dalla
sfera del reale da tendere al vero. Sullo schermo si presentano i membri della
gang di Ryu, intenti nella spietata esecuzione di alcuni membri di yakuza e
triade (cinese) di cui il protagonista intende rilevare gli affari.
Accade così che un omosessuale
intento a sodomizzare un ragazzo in un bagno pubblico, subisca la perforazione
della giugulare ed il fiotto di sangue inonda il volto dello sfortunato partner
quasi come fosse la conclusione dell'atto sessuale; un facoltoso uomo di mezza
età, dopo aver sniffato una pista di coca lunga oltre due metri
(immortalato in una ripresa magistrale) e trasportato a braccio nella sua
limousine, mentre viene scorazzato dal suo autista per le vie della
città, incontra Ryu in persona che dopo essere balzato sul tetto della
vettura scarica il suo fucile a pompa (passatogli da un clown!) sulla testa del
malcapitato, tra l'indifferenza dei passanti. Gli altri due membri della banda
fanno irruzione in un ristorante, dove un membro della triade è occupato
ad ingozzarsi fino a morire (cosa che avverrà di li a poco), facendo
strage di tutti i presenti. Miike chiude questa "intro" di presentazione con la
fuga della vittima in favore di camera ed una fucilata che gli dilania lo
stomaco spruzzando il cibo in esso contenuto sull'obiettivo. Queste frenetiche
sequenze sono intramezzate dalla sfrenata lapdance di una sensualissima ragazza
(quinto membro del gruppo). Sulla scena dell'ultimo omicidio si precipita un
tenente di polizia (l'antagonista di Ryu) che riconosce il cadavere riverso a
faccia in giù, annusando il cibo fuoriuscito dallo stomaco esploso. Le
presentazioni sono fatte
signori questo è il cinema di Miike.
Tuttavia sembra un po' riduttivo fermarsi a questo.
La psiche dei personaggi, come abitudine
del regista giapponese, viene sondata fino al suo più recondito e remoto
anfratto, smascherando paure, desideri, affetti che l'imperscrutabile maschera
da "duro" dei protagonisti, inevitabilmente nasconderebbe. Soffermandosi sui
drammi familiari e sui disagi che la società nipponica procura ai
cittadini e di come questi ultimi possano reagire in base al proprio carattere.
La differenza principale tra Miike e tutti gli altri, sta nella non
strumentalizzazione delle immagini e soprattutto nell'assoluta "modestia" di
ripresa, un altro regista (con le capacità di Miike) si soffermerebbe ad
autocelebrarsi con una serie di belle, ma inutili, inquadrature. Invece il
totale dominio della macchina da presa da parte del regista giapponese è
quasi "disturbante", perché nulla viene sottratto alla narrazione, ogni
inquadratura (anche la più elegante e raffinata) mantiene una sua
dignità, un suo "perché". E' ovvio che Miike non sarà mai
(speriamo) "per tutti", bisogna sapere che quando si decide di guardare un suo
film ci si appresta a confrontarsi con qualcosa che non si è mai visto
prima. Bisogna anche possedere una buona dose di conoscenze cinematografiche ed
una buona capacità d'analisi, perché può capitare che
ciò che si vede possa racchiudere svariati significati.
Alcune scene di Dead or Alive (come ce ne
sono in molti atri film di Miike) potrebbero far gridare allo scandalo ed
indurre lo spettatore ad additare questo autore come il più pervertito
dei misogini. Sebbene tra le sequenze di questo film se ne annidino alcune al
limite della sopportazione (come la ragazza stuprata e poi affogata nei propri
escrementi) l'occhio della mdp non mostra alcun compiacimento nel riprendere
violenze o torture. La forza (la grandezza) di Miike sta proprio in questo:
inquadrare il bacio tra due innamorati o la fellatio di una prostituta assume
esattamente lo stesso peso narrativo. Il finale (nascosto fino al giorno della
prima ai produttori per paura di eventuali censure) ricorda molto la classica
resa dei conti spaghetti-western immersa nella surreale atmosfera tipica degli
anime giapponesi. Una storia, dei personaggi, tutti in egual modo importanti,
un regista in grado di saper dosare (come sempre) violenza, sesso, amore. 4, 3,
2, 1
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