Questa recensione non vuole essere alternativa a quella già presente nel sito, che fornisce già sufficienti indicazioni sulla trama e di cui condivido anche gran parte delle osservazioni, a partire dalla lettura politica che ci porta al paragone con La corta notte delle bambole di vetro, il thriller precedente del regista. La corta notte era molto più ambizioso nei significati allegorici e alla fine forse non del tutto riuscito come thriller (per la lentezza di alcune scene) e insoddisfacente come giallo (dal momento che non c’era un killer da smascherare, bensì un claustrofobico senso di “controllo” da parte di un Potere che si manifestava solo con alcuni dei suoi volti ma rimanendo un entità astratta). Vero che questa spiccata verve politica avrebbe rischiato di stroppiare in Chi l’ha vista morire?, ma a mio parere qui risulta tutto sommato contenuta e non sposta il film da quello che è: un classico delizioso whodunit? (così li chiamano a Hollywood) ossia un soggetto basato sulla ricerca dell’identità del killer all’interno della cerchia di personaggi noti allo spettatore.
Non condivido dunque la tesi secondo cui il titolo del film non sarebbe una domanda ma un’affermazione; nei titoli di testa appare come una domanda, con il punto interrogativo, e sempre come domanda appare nell’omonima filastrocca che ricorre più volte: “Chi l’ha visto morire? / Io –disse il moscerino / con quest’occhio piccino/ io…io…io…io…”
Esiste comunque una disputa su tale argomento, poiché secondo alcuni lo script originale si sarebbe intitolato Chi l’ha vista morire, senza punto interrogativo. Forse troppi sceneggiatori (oltre allo stesso Lado e al suo abituale collaboratore Ruediger von Spiess anche lo specialista Massimo D’Avack e Francesco Barilli, il futuro regista de Il profumo della signora in nero e Pensione Paura) hanno messo mano al copione e nessuno poi si è dichiarato soddisfatto di come il regista ha effettivamente utilizzato il risultato. I cosiddetti whodunit? erano esattamente il genere di film che Alfred Hitchcock detestava, e paradossalmente è proprio con un soggetto da giallo di serie B che ottenne il suo successo più clamoroso e imperituro: Psycho.
E proprio Psycho sembra essere il modello più diretto di Chi l’ha vista morire? Lo spettatore smaliziato sa già benissimo che l’anziana signora che commette il primo delitto nel prologo del film è solo un travestimento di un assassino che nella vita di tutti i giorni deve apparire molto diverso: come l’impermeabile di pelle scura degli assassini di Argento può nascondere spesso una donna, così le scarpe anni ’40 e il cappello con il velo a rete sugli occhi (da cui vediamo delle bellissime soggettive) potrebbero benissimo nascondere un uomo e nel pieno delle sue forze. Psycho docet. La figura del travestimento dell’assassino (si notino le scarpe, la camicia con i merletti e l’acconciatura dei capelli tirati indietro) è così filologicamente ripresa da Psycho che confesso il mio stupore per non aver trovato su internet nessuna recensione che sottolineasse questo paragone (forse perché troppo ovvio); il modello viene omaggiato ancor più esplicitamente in una scena letteralmente presa di peso: ma non è quella “solita” dell’abusatissimo omicidio nella doccia, bensì quella finale dello smascheramento del maniaco, con l’assassino armato di pugnale e Lazenby che lo sorprende alle spalle: vediamo Haber che perde la parrucca esattamente come faceva Antony Perkins, ripreso dalla stessa inquadratura. (Curiosità: per confondere forse gli osservatori più acuti, Haber compare davvero solo quando l’assassino è definitivamente smascherato, mentre viene sostituito da una controfigura in tutte le altre scene).
Inutile ricordare poi che all’origine della mania omicida del personaggio verrà fuori esserci il solito conflitto edipico con la figura della madre. Tuttavia sarebbe ingiusto non notare anche le numerose sequenze originali e di grande eleganza che il film vanta: l’omicidio nel cinema, la scena d’amore tra Lazenby e la Strindberg che finiscono a piangere, il cadavere della bimba che galleggia nel canale sotto l’indifferenza della folla al mercato, sono scene che non si dimenticano facilmente. Venezia è un set naturale, ma molto ben sfruttato e mai abusato, con la sua atmosfera invernale fredda e cupa, i canali nebbiosi, le corti silenziose. Impossibile non ricordare i temi musicali di Ennio Morricone, a cui in questo caso va più della metà del merito della riuscita del film. Oltre alla già citata filastrocca inquietante a base di voci bianche, c’è un tema che ricorre ossessivamente nel film, quello topico che annuncia l’assassino: un tema che Lado abusa per decine di volte (nelle bellissime scene in cui i primi tentativi di aggressione alla piccola Elmi falliscono), ma è talmente riuscito che come dargli torto?
Oltre agli ovvi antecedenti è bene spendere qualche parola anche su i film successivi debitori di questa pellicola: Lado è il primo a usare la piccola Nicoletta Elmi, che diventerà la “bambina inquietante” per eccellenza del thriller italiano di quegli anni (sarà protagonista in Il medaglione insanguinato di Dallamano e anche Argento la userà in Profondo rosso). Oltre alla figura del prete ambiguo giustamente già paragonata a Non si sevizia un paperino di Fulci e La casa dalle finestre che ridono di Avati, pensiamo solo ai numerosi thriller e horror successivi che usano, spesso banalmente, i set da cartolina di Venezia. (A Venezia… un dicembre rosso shocking di Nicolas Roeg, Nero Veneziano di Liberatore); ma forse il film che palesa il debito più evidente con Chi l’ha vista morire? è il mediocre Solamente nero di Antonio Bido, ambientato a Murano e con una soluzione simile.
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