Home page




AMERICAN PSYCHO


 
Titolo originale:  American Psycho
Produzione:  USA, 2000
Regia:  Mary Harron
Cast:  Christian Bale, Willem Dafoe, Jared Leto, Reese Witherspoon
 


Moltissime le critiche mosse, da più parti, a questo interessante film di Mary Harron, già autrice di: "Ho sparato ad Andy Warhol" (1995). Il film, tratto dall'omonimo romanzo di Bret Easton Ellis, è stato definito da Francesco Troiano, su Tempi Moderni (Anno VI - Numero 23 - Giugno 2001), "una raggelante commedia di costume dal taglio onirico". Condivido solo parzialmente questa definizione e nel complesso la ritengo pericolosamente riduttiva. In realtà, a mio modesto avviso, American Psycho andrebbe visto come il tragico affresco di un preciso modello sociale. Ovviamente, chiunque abbia visto il film sa che mi riferisco al rampantismo yuppie anni '80; un fenomeno prevalentemente americano, certo, ma assolutamente condiviso e "convissuto" anche dai social climbers all'amatriciana di casa nostra. Ma non c'è solo questo. Chi è veramente il protagonista? Patrick Bateman è l'occidente, il nostro mondo, il nostro essere, il nostro sentire. Egli è l'acqua in cui tutti noi nuotiamo. E, si sa, non si può nuotare nell'acqua senza bagnarsi. Almeno un po', quanto meno. Bateman è il mostro che noi tutti stigmatizziamo, ma che ci appartiene in una qualche misura, che ci piaccia o no. E' il mostro che alberga in un cantuccio della nostra psiche e in un angolo scuro della nostra civiltà. In un'epoca di "clash of civilization", direbbe Huntington, sarebbe bene riflettere su questi spunti che il film della Harron, rielaborando il testo scritto, ci mette a disposizione. E' molto facile, infatti, trovare il mostro nell'"altro", specie se questo è così diverso da noi, magari brutto, miserabile, sporco, con la barba lunga e parla una lingua a noi ignota. Molto più difficile, invece, trovarlo nel mondo patinato, perfetto, da cartolina, che viviamo tutti i giorni. Un mondo curato, costruito sulla potenza dell'immagine e della forma. La forma della legge e quella del corpo.

Un mondo dove la forza della rappresentazione conta più di quella della sostanza. Dove un biglietto da visita (magistrale la sequenza in questione) può occultare, se ben fatto, la tragedia di un omicidio, di una strage oppure, a scelta, di un intervento di "polizia internazionale". Un mondo costruito sul linguaggio giornalistico, costruito sull'impronta di terrificanti circoli di elites, dove la competizione passa anche attraverso l'esclusione o l'inclusione nei luoghi in, veri e propri santuari di una profana "società permanentemente attiva" (Melbin). E' qui che trova un senso la figura di Patrick Bateman ed è qui che trova un significato la luce e la fotografia di Sekula e la scenografia di Ponte. Una tonalità cromatica asettica tendente a un blu freddo è la qualità visiva della nostra "superiore" civiltà. Una civiltà fatta di politically correctness e di diritti civili (ricordiamo Bateman che si scandalizza del modo scorretto in cui si parla delle minoranze?), ma che non si preoccupa di "esternalizzare" i costi di tale correttezza imponendo i diritti umani a forza di bombe a chi si ostina "inspiegabilmente" a non volerne usufruire*. Interessante, in questo senso, comparare le tonalità cromatiche algide di questo film con quelle calde e accoglienti di un cinema come quello di Kar Wai, di Hung e di buona parte del nuovo cinema orientale. Le prime si accompagnano necessariamente alle sorti e all'ideologia di una civiltà in una condizione di forte decadenza culturale. Una civiltà del già-detto e del già-visto, civiltà di un eterno presente dove la storia è stata congelata e resa innocua in un ultimo disperato, quanto inutile, tentativo di arrestare il tempo; una civiltà, la nostra, che rende obsoleto il passato e inconcepibile il futuro dopo la sterilizzazione di tutte le grandi ideologie utopiche fondate sull'ascetico differimento del piacere (fascismo, comunismo, cristianesimo) e la loro sostituzione funzionale con la pubblicità, la nuova utopia che presenta l'edonistica soddisfazione del tutto-ora.

Una civiltà, dunque, ibernata in un razionale welfare state perenne che, allontanando la morte, in realtà, la rende già effettiva: una civiltà dunque di morti viventi, ecco la grande metafora che bene rappresenta la nostra condizione di bravi occidentali benpensanti del XXI secolo. Ebbene, in questo film c'è una buona parte della fenomenologia di questa civiltà antropofagica, che ama divorare lo "straniero". Lo straniero, qui, è inteso in senso lato a la Bauman. Lo straniero è il diverso, il marginale, tutti soggetti tollerati dalla "normalità", è vero. Ma sappiamo, perché lo dice lo stesso Bateman all'inizio, che questa maschera della normalità sta scivolando via, mostrando con un'iper-realistica potenza iconica (a tratti anche iperbolica) la forza di un sistema bifronte. Ma tra gli stranieri c'è anche la donna in un contesto di dominio maschile (Bourdieu). Tutto l'agire di Bateman va in questo senso. Non è casuale, a mio avviso, che la regista, essendo donna, capovolge un tratto essenziale del testo scritto: la misoginia. Nel film, invece, traspare fortemente uno sguardo femminile che vede la donna come vittima privilegiata di un modello sociale. Donna depressa, sottomessa, colonizzata culturalmente e, infine, massacrata. Certo, anche l'uomo e anche quello vincente può essere vittima di questo mostro dal viso rispettabile, ma questo è il normale-tragico gioco della competizione di mercato, come ci mostra la memorabile sequenza di una mattanza umana al ritmo di un decisamente positive/aggressive "Huey Lewis and the News". Significativa e azzeccata anche la scelta, tutta femminile, di non mostrarci la violenza nuda e cruda, ma di ricrearla immaginificamente con un rimando a figure retoriche classicamente cinematografiche, abilmente costruite su riuscitissime metafore e metonimie.

Un film sul trionfo dell'immagine, dicevamo, basato sull''importante sottolineatura di una contraddizione: l'immagine effimera privata di corpus trova la sua massima espressione in una rappresentazione esclusivamente corporea dell'essere-nel-mondo. Può sembrare assurdo, ma non lo è. Un'era del vacuo-raffigurato e privo di spessore trova proprio nello spessore del corpo il suo fondamento. Ma, tautologicamente, ciò rende lo stesso corpo un'entità bidimensionale e priva delle sue ontologiche qualità dimensionali. L'immagine cerca nel corpo solidità e così facendo, trascina con sé in un inferno iconico e bidimensionale l'unica certezza esistenziale rimasta nelle mani (letteralmente) di un narcisistico individuo iper-moderno. Patrick Bateman è la forma archetipica di tale individuo. Orfano di ideologie, libero da vincoli tradizionali e soprattutto, parricida con le mani ancora sporche del sangue caldo di Dio, questo individuo fugge dall'incertezza identitaria e dalla paura della morte con la sistematica attuazione di una razionale e parossistica politica del self-care. Una ricerca maniacale della cura di sé rivolta, se non alla folle ricerca del superamento della morte, almeno alla sua marginalizzazione. Il corpo di Bateman, dunque, è in buona parte anche il nostro corpo, unico solido appiglio in contesto di generale erosione di un percorso di vita immaginato come sempre più friabile e incerto. Ecco, quindi, che in una vera e propria esplosione delle contraddizioni avviene ciò che è l'infausto destino del corpo come categoria sociale e antropologica: esso è il principale strumento di liberazione nelle mani dei soggetti sociali in rivolta contro una qualsiasi cultura oppressiva e bacchettona (l'Italia degli anni sessanta, una parte del mondo islamico, oggi) per poi inesorabilmente diventare il principale indice di decadenza di una cultura liberale (il consumismo selvaggio, la sua mercificazione, la sua trasfigurazione iconica, ecc). Questo è Patrick Bateman, questa è una parte di tutti noi.

* Il mio non vuole essere un giudizio di valore, ma la semplice constatazione di un fatto paradossale che accompagna tutta la storia della nostra civiltà


 
Del Guido


Webmaster Demon

Design by


© De Profundis copyright 2000-2002 - All rights reserved, all pictures and texts are respective author's property.