Carne, sangue, perversione, depravazione.
Aftermath riassume in sé tutti questi aspetti (più o meno frequenti) della vita, ne elabora il significato e ne definisce la giusta valenza.
Raramente (quasi mai, se si guarda al panorama europeo), capita di assistere ad uno spettacolo esteticamente affascinante, contenutisticamente turbante e dall’efficace capacità comunicativa.
Disponendo di un budget ridotto il regista spagnolo Nacho Cerdà, contrariamente a quanto fanno molti suoi colleghi di genere, invece di partorire un lungometraggio girato con una handycam ed un po’ di succo di pomodoro, preferisce concentrare la storia in soli 28 minuti, in modo da confezionare un prodotto valido, con buoni attori, effetti speciali (non digitali, of course) più che dignitosi ed una fotografia curatissima.
L’intento principale di Nacho Cerdà non è certo quello di descrivere le depravazioni o il lato oscuro della psiche umana, ma più “semplicemente” la morte.
Una zelante operaia che, aggirandosi indisturbata, adombra le esistenze di chiunque senza pregiudizi razziali, di condizione o di sesso; la cosa più “normale” che possa capitare, forse proprio per questo la più temuta.
Già protagonista del corto d’esordio “the awakening”, la morte sfugge ad ogni logica, ad ogni previsione, tanto che una tranquilla gita in auto possa trasformarsi in tragedia.
Cosa accadrebbe se il credo di ogni dottrina religiosa, nell’attimo in cui venisse chiamato a manifestare la propria somma verità, si dimostrasse fallace?
Se la morte non rappresentasse l’inizio di una nuova vita, bensì la caduta in un inferno ben peggiore delle vita stessa?
Cerdà si pone il quesito e ci fornisce una delle tante risposte.
Fin dai titoli di testa (efficacissimi nella loro essenzialità) è chiaro che in aftermath non c’è spazio per la realtà “suggerita”, tutto ciò che accade è giusto che sia mostrato.
Un teorema quanto mai ovvio, che trova la sua dimostrazione nelle auto dei passanti ferme sul ciglio della strada dove si è appena verificato un incidente mortale, ma che, paradossalmente, nella finzione cinematografica trova sempre più frequenti difficoltà espressive.
Premesso che questo cortometraggio può essere tacciato di tutto, tranne che di un uso gratuito della violenza, il valore artistico di quest’opera rimane indiscutibile.
L’atmosfera intimista di Aftermath è talmente esasperata da sfociare violenta nel voyeurismo meno nobile, sei piani sottoterra aprono le porte di un inaspettato e placido novello inferno dantesco, dove regna sovrano il silenzio, un ipotetico sesto girone infernale in cui le anime-corpo dei dannati appartengono a coloro che hanno “perso” Dio.
Curiosa la corrispondenza (chissà se voluta) tra il “-6” del display dell’ascensore e la presenza degli eretici nel sesto girone infernale.
Corpi inanimati, immersi nella loro eterna sottomissione, istigano le più recondite fantasie e le più represse voglie, disegnando un universo il cui unico confine è rappresentato da quattro asettiche pareti, dove nessuno ha voglia di entrare e da cui è impossibile fuggire. Essere vivo in questo universo equivale ad averne il totale possesso, ad esserne gelosi, ad entrare in una simbiosi orgasmica con i cadaveri deposti nei metallici talami dell’obitorio.
La profanazione del corpo pronto ad intraprendere la promessa nuova vita, rappresenta il vero inferno in cui Cerdà ci conduce per mano, non materializzando mostri o demoni, bensì mostrando ciò che ,oggettivamente, potrebbe accadere una volta chiusa la porta dell’obitorio.
Dio forse non esiste o è dimentico dei suoi fedeli, emblematica in tal senso la consegna della croce portata al collo dalla ragazza vittima dell’incidente ai familiari, come a sottolineare un distacco nel momento della morte con ciò in cui si credeva (si sperava) in vita e che nulla può per difendere il corpo dalle sevizie e dalle violenze che lo attendono.
I colori della morgue, immersi in un estremo contrasto cromatico tra il blu (della morte) ed il rosso (del sangue), riempiono lo schermo sopperendo alla totale assenza di dialoghi (intelligente prerogativa del regista) seppur lasciando il dovuto spazio ai raffinati brani di musica classica che commentano le gesta dell’ispiratissimo protagonista Pep Tosar.
Il suo volto, celato per quasi tutta la durata della pellicola da una rigorosa tenuta sterile da chirurgo, comunica attraverso l’espressivo sguardo svelandoci, ignaro, le proprie debolezze. I cadaveri rappresentano gli obiettivi su cui sfogare le proprie repressioni, degli efficaci oggetti di piacere accondiscendenti e silenziosi, da poter utilizzare in luogo degli esseri umani, verso i quali il nostro medico mostra degli evidenti problemi di socializzazione, sottolineati dall’ironico-amaro finale.
Guardare Aftermath potrebbe dare la sensazione di sbirciare attraverso il buco della serratura della camera del più depravato e spietato dei manici o di assistere solo ad un tripudio di sangue e viscere e necrofilia, ma disponendo di una giusta apertura mentale e non urlando (di approvazione) ad ogni schizzo di sangue, è possibile apprezzare questa piccola perla “nera” in tutto il suo valore.
Afetermath disturba con il suo estremo realismo, affascina con la sua accattivante veste stilistica, costringe a riflettere con i suoi messaggi “tra le righe”… ma soprattutto induce lo spettatore a prendere in seria considerazione l’ipotesi di farsi cremare (quanto prima possibile) dopo la morte.
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