n gruppo di morti di origine meridionale si risveglia in un antico cimitero della Padania e fa irruzione nella sede della Lega Nordica per soddisfare la propria fame di cervello umano. Saranno condannati a morire di fame?
Con questa sorta di piccolo prologo gli autori Simone Giongrandi e Gianluca Di Stefano (Blakat Edizioni) dichiarano da subito il loro intento di combinare la passione per un certo tipo di letteratura e cinematografia horror con una neanche troppo velata satira sociale e politica del nostro Paese e della civiltà moderna in generale.
Molteplici sono i richiami alla grande cinematografia romeriana e fulciana in primis a cui Giongrandi, autore di soggetto e sceneggiatura, intende evidentemente dedicare un vero e proprio tributo come sarà subito saltato all’occhio di chiunque non sia totalmente nuovo al genere.
Alcune delle immagini sono delle vere e proprie trasposizioni su carta di quanto negli anni è stato messo su pellicola dai grandi autori di questo tipo di filmografia. Anche il titolo è un chiaro rimando al capolavoro romeriano e, a quanto pare, i successivi seguiranno questo trend, per cui aspettiamoci a breve l’uscita dell’Alba dei Terroni viventi.
Stilisticamente si tratta di una sorta di fusione di diversi linguaggi che prende ispirazione soprattutto dai fumetti Bonelli e dai grandi classici Marvel, con un’ evidente richiamo alle situazioni grottesche di chiaro stampo Ortolaniano e più in generale di un tipo di scuola fumettistica più umoristico.
Tutte produzioni che gli autori stessi ammettono di aver divorato in quantità industriali nel corso degli anni. Nel tratto del bravo Di Stefano, il cui sapiente gioco di nero e luce risulta efficace e diretto esattamente quanto il tratto semplice ma molto curato. Le mani protese e dal tratto muscolare particolarmente marcato riprendono indubbiamente quelle, ormai divenute marchio di fabbrica, del disegnatore di tante copertine di Dylan Dog, nonché di Nathan Never, Claudio Castellini. Anche il lettering appare piuttosto accattivante e piuttosto originale nel contesto in cui è inserito.
Carnefici che diventano loro malgrado vittime della società, si è detto, e che sono costretti a vagare nell’attesa di trovare finalmente qualcuno che sappia ancora usare il cervello.
Il fatto che siano “Terroni” vuole forse essere una presa di posizione su un certo tipo di discriminazione regionale che negli ultimi anni ha preso sempre più piede nel nostro Paese? Forse troveranno la pace solo una volta tornati nella propria terra? Solo le prossime puntate sapranno darci una risposta…
Silvio Pioli
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