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- Tarantino e l’anima della finzione -
Riflessioni a distanza sull’opera del cult-director degli anni 90’
di Mauro Tagliabue



rima dell’uscita su grande schermo di Kill Bill si vociferava sui giornali come la sua divisione in due parti fosse determinata da esigenze commerciali, infatti la sua ingente durata (oltre tre ore e mezza) sconsigliava di costringere la gente così a lungo in sala. Mio parere è che la bipartizione abbia ragioni più profonde, ed anzi sia proprio dell’aspetto più interessante del film. Come già posto in luce da numerosi commenti, la prima parte dell’opera è popolata di personaggi sublimemente stilizzati, Black Mamba e le altre Vipere rientrano nella categoria degli eroi da fumetto, vivono imprese totalmente irreali ed impossibili da realizzare per l’uomo comune, e non sono animate da sentimenti o da nobili ideali. Il tema della vendetta viene sì introdotto, ma solamente per brevi accenni e l’ondata di violenza scatenata dalla Sposa non è giustificabile se non in un’ottica appunto fumettistica, ricorda una vendetta “alla Schwarzy”, come accade in Commando dove l’attore austriaco uccide centinaia di nemici da solo proprio in quanto la vendetta è una scusa e lui non è un essere umano, bensì un supereroe.

Il nome vero della Sposa, Beatrix, è coperto da un bip per tutto il primo e parte del secondo Volume, nel quale avviene il processo di trasformazione di Uma Thurman da Black Mamba, il suo lato iperrealista, la spietata, fredda e calcolatrice macchina di morte addestrata da Tai Pei a divenire un robot, in un essere umano capace di soffrire, commuoversi, e dunque di avere diritto ad un nome “vero”, appunto Beatrice. Il secondo Volume restituisce dignità di donna alla Sposa, ci mostra in apertura il terribile torto subito ed in qualche modo giustifica la sua furia assassina nell’ultima sequenza, dove dopo il ricongiungimento con la figlia Beatrix si nasconde in bagno a piangere, un pianto disperato e gioioso, per le terribili violenze commesse ma con la consapevolezza di avere comunque la ragione dalla propria parte, quella di una madre alla quale era stata portata via la vita, sua e della bambina, e che era riuscita a riconquistate. Del resto, come dice Michael Madsen nel film, "quella donna merita la sua vendetta, e noi meritiamo di morire". Questa bivalenza si appalesa manifestamente nella divisione in due parti del film, e rende esplicito il processo di trasformazione dall’uno all’altro stato della sposa, non essendo altro questa che la trasformazione dell’idea cinematografica di Tarantino, una metafora della sua stessa opera che viene qui, direi quasi freddamente, teorizzata, all’interno della logica Vol. 1 – Vol. 2. Si tratta di un procedimento in divenire che già era possibile rintracciare, in maniera più velata, nella dicotomia Pulp Fiction – Jackie Brown, nella quale ricompare da un lato la medesima stilizzazione del primo capitolo killbilliano e dall’altro l’anima allo stesso tempo fragile e decisa di Pam Grier (Le iene può essere ricondotto alla prima ottica).

Tarantino costriusce storia e personaggi, nei primi due film della carriera, partendo da un immaginario fiammeggiante e ben identificabile che non è quello reale, non avendo egli vissuto sulla sua pelle la violenza del ghetto (come uno Spike Lee), la miseria (Kiarostami), la guerra (Gitai) e via discorrendo, bensì avendo lavorato in un videonoleggio nutrendosi di vendicatori, poliziotti corrotti o giustizieri, ladri gentiluomini, esseri dai poteri paranormali. Nessuna verosimiglianza è ammessa nel suo immaginario, nessuna causa nobile o ideale da sostenere, solo una passerella di caratterizzazioni tipiche, di movenze riconoscibili, di dialoghi ad effetto che mai nella vita reale qualcuno potrebbe ascoltare. Queste considerazioni non sono nuove, e del resto la definizione di regista-cinefilo è significativa, come lo è in altrettanta maniera l’amore smodato per le sue opere proprio da parte di coloro i quali con quell’immaginario “global” (nel senso di estraneo alle frontiere, censure permettendo) sono cresciuti. Ma la chiusura in un universo solamente immaginato può essere un difetto dell’artista che si disinteressa della realtà cogente della quale, essendo artista, dovrebbe essere in qualche modo interprete. Ebbene Jackie Brown ed il Vol. 2 di Kill Bill ci dicono che non è così, che la precedente filmografia di Tarantino era una premessa, fondamentale per comprenderne la poetica, del suo tentativo di portare alla realizzazione quella che ho definito “l’anima della finzione”.

Gli eroi del regista americano nascono dai fumetti, dai telefilm, dai kung-fu e dai b-movies, vengono sottoposti ad un procedimento di umanizzazione e ci vengono restituiti spogliati del loro mantello da superuomini, delle loro vestigia guerresche, della loro stessa invulnerabilità, la finzione che li ha originati non può pretendere di preservarli a vita, e dopo essersi abituati a vivere nel “nostro” modo non possono fare altro che scendere a compromessi con esso, accettarne la sua umana imperfezione con tutto il bagaglio di gioie e dolori che si porta in grembo. Esemplare è l’aneddoto narrato da Bill-David Carradine all fine del film: parlando di Superman sostiene come, a differenza dei suoi colleghi (Batman, Uomo Ragno..) egli è nato supereroe e si è dovuto inventare Clark Kent per sopravvivere sulla Terra, rappresentando quest’ultimo una sua personale critica alle debolezze degli esseri umani. Allo stesso modo, continua Bill, Black Mamba sposandosi avrebbe voluto svanire in Beatrix, divenendo, da essere perfetto che era, un essere debole ed insoddisfatto, cioè a dire umano. Eppure alla resa dei conti Bill soccomberà e Tarantino si schiererà dalla parte di Black Mamba e della sua trasformazione in Madre.

Questo parteggiare dell’autore per uno dei due eroi è il supremo messaggio della sua poetica, una sorta di rivendicazione di quello che filosoficamente viene chiamato col nome di “umanesimo”; gli esseri perfetti non esistono se non nella finzione (fumetti, cinema, letteratura, cartoni animati) ma anche loro prima o poi dovranno scontare il loro bagaglio di sofferenze, di sconfitte, e dovranno sudare per ottenere quello che cercano, ma solo passando attraverso questo processo potranno forse, un giorno, ottenerlo. La sublime lucidità con la quale viene realizzato questo processo, come detto attraverso la significativa bipartizione di Kill Bill, mostra l’approccio teorico della poetica tarantiniana, una poetica come non mai in evoluzione. Il processo di trasformazione e di definizione dei propri personaggi e dunque del proprio cinema è in piena fase di trasformazione, riposa in un territorio ambiguo che esplicita come il percorso artistico di Tarantino sia quanto mai incerto, e non sappiamo se alla fine Black Mamba sarà definitivamente soppiantata da Beartix e Tarantino girerà in futuro drammoni strappalacrime, oppure se cavalcherà l’onda di questa ambiguità proprio per rendere le sue riflessioni sfumate ed enigmatiche. Il cinema di Tarantino convive con la propria epoca, un’epoca di incertezze, dove l’uomo viene piano piano divorato dal lucido e spietato meccanismo della competitività e privato della propria individualità, sempre più spinto ad una dimensione di automa. Riuscirà l’uomo occidentale a recuperare la propria dimensione umana? In una parola, vincerà il primo od il secondo Volume? Noi non lo sappiamo e nemmeno Tarantino. Nel frattempo attendiamo con ansia il suo prossimo film.



Mauro Tagliabue


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