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- Rock e Horror -
Un binomio demoniaco
di Mauro Tagliabue



ella stanza di un college sperduto nella Svizzera verde, scuola femminile, stanza doppia, quanti adolescenziali pruriti risveglia una tale situazione; lo spettatore solletica i dolci ricordi, oppure li fomenta se in verde età; l’attenzione è sopra il livello di guardia, la situazione topica, il silenzio tombale, e mai aggettivo fu più premonitore di ciò che in seguito accadrà. Ma torniamo alla nostra stanza, come detto silente, e come sottolineare tale quiete assoluta se non riempiendola di un’unica presenza, una giovane ed affascinante fanciulla, discinta e distesa sul letto, una Lolita un po’ cresciuta con al posto del lecca lecca un paio di cuffie inforcate sulla testa, ma belle strette tanto da non farci percepire il benché minimo suono. Ed allora la domanda nasce spontanea, nel lettore come nello spettatore: che cosa starà ascoltando? Come fare a dare una materializzazione visiva ad una musica imbavagliata? Semplice: la fonte del suono non è una radio, bensì una TV, per cui noi non possiamo ascoltare ma possiamo vedere! Ed infatti il Gran Maestro della Cerimonia ci porta con lo sguardo proprio lì, dinnanzi al piccolo schermo, e nella duplicazione di immagini-fonti scorgiamo luci accecanti, una folla urlante, chiome al vento ed elettriche impazzite; sì, la nostra giovane fanciulla si sta dolcemente cullando nei sogni di rock n’ roll.

Che poi a giudicare dai pochi fotogrammi concessi alla nostra vista il verbo cullare non è dei più adatti, è naturale invece pensare ad un’esplosione sonora da far tremare le gambe, la stanza, l’intero quartiere. Eppure lei è lì, sdraiata, immobile nella stanza e beffardamente immersa in un silenzio quasi di vetro. Noi spettatori vorremmo condividere il suo stato d’animo, l’adrenalina che le scorre nelle vene, ma è come se qualcuno ce lo impedisse; siamo sordi e imploriamo che qualcuno ci restituisca l’udito. Ma lo volete proprio indietro, pare sentirsi sussurrare dalla voce del Gran Maestro, lo volete sul serio? Ed allora eccovi serviti! Lo stacco è netto, la macchina da presa, dai lenti e sinuosi movimenti dell’interno, pare venir scaraventata fuori della stanza, nel giardino del college, ed ingaggia una gara di velocità con una ragazza in veste da notte che fugge disperatamente, da qualcuno o da qualcosa; un carrello laterale fulmineo e spiazzante, e questo cambio di ritmo viene guidato da una violenta ed incalzante cavalcata di elettrica. E’ la musica che finalmente viene liberata dal guinzaglio-cuffia che la costringeva alla staticità, libera di dare sfogo a tutta la sua energia, di riempire le casse fino a farle scoppiare! La potenza chitarristica che ci coglie di sorpresa e fa impennare la vicenda è quella degli Iron Maiden, e nello specifico quella di Flash of the Blade, vi ricordate? Oppure non avete mai visto Phenomena? Poveri voi… chiedete umilmente perdono al Gran Maestro Dario Argento! Bene, vorrei iniziare da qui questo breve viaggio alla ricerca dei punti di contatto, degli incontri, degli scontri, insomma delle strade perennemente intrecciate tra di loro del cinema horror e della musica “dura”, cioè a dire hard rock ed heavy metal.

Il motivo di tale esordio non è spiegabile storicamente, che il legame “di sangue” tra i due generi era già ampiamente consolidato, ma forse al mio immaginario, che con notevole presunzione faccio coincidere con quello di una intera generazione, quella vissuta a cavallo tra gli Ottanta ed i Novanta. Non a caso parlo di legame “di sangue”: da una parte l’horror argentiano, che dell’estetica della violenza intesa come spettacolarizzazione dell’evento truculento ne ha fatto “poesia” (concedetemi il termine, in un’epoca in cui è definita tale la giocata di un Del Piero qualunque…); dall’altra una musica violenta e sanguigna, che aggredisce direttamente le viscere dello spettatore con il chiaro intento di scuoterlo, impressionarlo, frastornarlo. Recensione di un disco o di un film? Difficile dirlo, in entrambi è l’effetto sorpresa che gioca un ruolo decisivo, in entrambi lo scopo è quello di sconvolgere il “fruitore” instillando in lui delle emozioni forti. Ed allora chi più di Dario Argento ha sconvolto l’immaginario dei voraci adolescenti anni ‘80 (d’accordo, la decade migliore del Nostro è quella precedente, ma non dimentichiamoci le collaborazioni), e chi mai è assurta al ruolo di rock-band di culto nel medesimo periodo se non il quintetto di Londra? Peraltro il legame tra questi ultimi e l’immaginario horror venne e viene tuttora esaltato a livello visivo (cinematografico?) dalle mitiche copertine delle loro opere, con l’onnipresente Eddie che ogni volta si trova impelagato in situazioni non proprio simpatiche; nella copertina di Killers sembra aver appena fatto fuori qualcuno con una accetta grondante sangue.

E chi non ricorda l’epocale Live after death, un capolavoro sin dal titolo, con la lapide di Eddie sulla quale è possibile leggere una frase di Lovecraft dal suo racconto La città senza nome (gli appassionati dello scrittore inglese non se lo lascino scappare, un viaggio agli inferi con biglietto di sola andata!). Insomma, il dibattito è aperto: quale l’opera simbolo dello stretto legame di cui parlo? Io ho fatto la mia scelta, ma ognuno è libero di sostenere la propria nel modo che ritiene più opportuno (se si aprisse un forum sull’argomento…pensate che bello!). E veniamo alle questioni storiche. Premetto subito di non voler essere esaustivo sull’argomento, che le influenze sono state varie ed innumerevoli; mi occuperò solamente di quelle più significative. Inutile dire come l’occhio debba essere puntato preminentemente sugli States, enorme caleidoscopio di culture differenti, anche da un punto di vista qualitativo, ma dai quali provengono costantemente forti stimoli e fermenti artistici mai sopiti. Lì infatti nacque l’horror “moderno”, come spesso viene chiamato il filone nato in una sperduta cittadina di una sperduta provincia americana dove una notte che ci appariva alla stregua di tutte le altre si trasformò nella Notte dei morti viventi. Certo, chiamare moderna una scuola di pensiero germogliata parallelamente ai rigurgiti rivoluzionari delle piazze di tutto il mondo nel mitico ‘68 appare fuori luogo, ma la carica di innovazione scaturita da quel gruppo di giovani e poco conciliati Autori è pacifica e non per niente venne per essi coniato il termine di “New horror cinema”. E che il Rock sia propriamente americano (non in senso strettamente geografico, difatti il Metal è prevalentemente inglese e tedesco, almeno quello classico) inteso come forma di espressione culturale radicata all’interno di un Paese pare indubbio. Legami con la politica a parte, spesso i registi di genere hanno fatto uso di generose dosi di volume per rendere ancora più sconvolgenti le loro immagini. Si pensi a Sotto shock oppure a Demon Knight, infarciti di sonorità aggressive dei vari Sepultura, Biohazard e, in entrambi, Megadeth, gruppo che compare anche in un action zeppo di rock-bands, Last Action Hero di McTiernan; penso anche allo score dei Fastway, ottantesco gruppo hard-rock americano, realizzato per Morte a 33 giri.

La lista è lunga e quantitativamente gli USA si sono dimostrati il terreno più fertile per la nascita di un tale genere di contaminazioni. Ma devo confessare come la via italiana all’horror si sia caratterizzata proprio dall’uso originale del supporto sonoro, ed in ciò un ruolo fondamentale è stato sicuramente giocato da Dario Argento e dalla sua passione per il genere, del resto testimoniata dalle sue collaborazioni, risalenti fin dagli anni ’70 (da Profondo Rosso in poi), con i Goblin, gruppo di culto dell’underground rock italiano capeggiato dal valente tastierista Claudio Simonetti. Le atmosfere progressive ed elettroniche del gruppo hanno impreziosito i capolavori del periodo maggiormente orrorifico, il già citato Profondo Rosso, Suspiria e Tenebre, vertici artistici del maestro italico del brivido anche grazie al loro apporto. Ma qui si trattava di arabeschi sonori dipinti appositamente e costruiti sulle immagini, certamente ispirandosi e recependo le sensazioni ed i turbamenti che le medesime suggerivano; e comunque si trattava di un gruppo legato quasi completamente al mondo del cinema e delle colonne sonore, anche se già nei credits di Inferno (1980) faceva capolino un nome ben noto agli appassionati della musica del diavolo, cioè a dire quello di Keith Emerson degli Emerson,Lake&Palmer. E così giungiamo sino a Phenomena (1985), nel quale Argento si avvale, oltre che del quintetto inglese, pure degli grezzi americani Motorhead e di molti altri meno rimarchevoli gruppi. L’uso di celebri band del rock estremo diverrà un po’ la regola di quegli anni, sempre grazie al veicolo del regista romano che raggiunse in quel periodo, forse anche come conseguenza di tali scelte, l’apice del suo successo commerciale. Scorpions, Mötley Crüe e Saxon prestano chitarre e batterie a Demoni di Lamberto Bava, film però scritto e prodotto da Argento, così come il successivo Demoni 2 dove compaiono, tra gli altri, Simon Boswell, abituale ospite degli incubi argentini del periodo, e The Cult. Su tutta la mini-saga del resto l’influenza del Maestro è manifesta.

Nel primo episodio poi l’uso che viene fatto delle canzoni risulta particolarmente originale, se si pensa che lo spettatore tipo, ovvero l’adolescente od il gruppo di adolescenti alla ricerca di emozioni forti, potrebbe avere la sensazione di trovarsi di fronte ad un vero e proprio specchio; difatti il film ritrae quattro giovani, due ragazzi e due ragazze, ai quali vengono regalati altrettanti biglietti per la proiezione di un horror, si dice, più terrificante di quanto si possa immaginare. E proprio a loro si rivolge il genere di papà Dario, essi rappresentano alla perfezione il topos del giovane amante del rock, dell’horror e naturalmente dei/le ragazzi/e (qualcosa di simile lo si è visto di recente nell’incipit di Scream 2, la nuova creatura di Wes Craven). Quale lo sberleffo per i poveri malcapitati, e quanta la soddisfazione degli autori nel momento in cui si scopre che da quel cinema non si uscirà certo facilmente; i protagonisti vengono assaliti da un’orda di vampiri bramosi di sangue proprio mentre dall’altoparlante erompe a tutto volume Dynamite degli Scorpions, quasi che i nostri quattro sprovveduti si sentissero dire :”Vi piace il rock? Ed allora godetevelo!”.

Del resto il perverso, il sadico nell’horror sono elementi imprescindibili, ma non si tratta di crudeltà, piuttosto di una valvola di sfogo, come del resto lo è il rock, che può anche avere effetti benefici; tutti noi abbiamo bisogno di sfogarci ogni tanto, di lasciarci andare, sono tali e tante le regole e le convenzioni a cui tocca sottomettersi che un’emozione forte può a volte essere necessaria; e perché cercarla nelle discoteche o nelle droghe, basta un film, oppure un disco (si potrebbe approfondire l’argomento, sul tema “l’horror come terapia”). Vorrei infine soffermarmi su di un’Opera, scusate il facile gioco di parole, appunto l’omonimo film del 1987 sempre di Argento, incensato da alcuni e stroncato da altri, e che divise gli stessi fan del regista. Al di la dei risultati prettamente cinematografici, certamente intelligente risulta l’uso dell’accompagnamento musicale; la vicenda si svolge durante le prove di una compagnia teatrale guidata da un regista horror che vuole allestire una versione grandguignolesca e gotica del Macbeth, ed a livello sonoro convivono tre diverse anime: la musica lirica accompagna le prove degli attori sul palco, ma non solo; ne viene fatto un uso particolarmente interessante anche per le sue sfumature sinistre (provate ad ascoltare una tragedia di Verdi al buio della vostra stanza ed i sobbalzi improvvisi delle voci, delle melodie faranno fare lo stesso al vostro corpo sulla sedia); poi abbiamo un accompagnamento elettronico per le sequenze nelle quali si dipana e si cerca di svelare l’intreccio giallo; partiture d’atmosfera scritte da un altro musicista che tanto ha dato al cinema, Brian Eno, assieme al fratello Roger.

Infine, nelle sequenze più truculente, e quindi trattandosi di un giallo puro durante le “originali” esecuzioni del misterioso assassino, esplode di nuovo la potenza tutta d’un pezzo della metal-band; questa volta il compito di colpire direttamente alle viscere lo spettatore non viene affidato ad un gruppo di successo ma agli Steel Grave, band italica nata e morta con il film, ma che offre un paio di epiche schitarrate nella miglior tradizione del metal europeo, molto efficaci nel contesto del film. Si tratta dell’ultima opera di un certo riguardo per quanto riguarda la musica, infatti le produzioni successive vedranno il ritorno al sodalizio con il grande Morricone, il che non sarebbe affatto male se non che da un punto di vista registico le visioni oniriche e fortemente tinteggiate del re del brivido cominciano ad uniformarsi, ad appiattirsi, sino a giungere al fallimento artistico de Il fantasma dell’opera. Gli anni novanta vedono dunque il declino da una parte del cinema di genere italiano, con lo sfaldarsi della cosiddetta factory di Argento (Bava, Soavi, Cozzi…) e dall’altra la degenerazione del metal verso forme sempre più estreme, oppure sempre più tecniche, ma che perdono la forza eversiva e la straordinaria energia vitale di un tempo. Se è vero, come spesso si sente dire, che l’unione fa la forza, allora sarebbe meglio che tutti noi ci mettessimo ad invocare una divinità qualsiasi a che si rinnovi il dialogo tra le due Arti; potranno così entrambe trarne giovamento, e potremmo trarne giovamento anche noi, nostalgici dei tempi che furono, quando il cinema di genere sapeva essere di qualità e sapeva ritagliarsi una piccola nicchia all’interno del gigante sistema-cinema, uno spazio di autonomia e di libera creatività, e nel quale tutti ci sentivamo a nostro agio, come fossimo a casa nostra.



Mauro Tagliabue


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