L'impatto destabilizzante degli zombi è appunto
nell'inquietante genesi della tragedia, del tutto interna. Per fare un esempio
- certamente, il più facile- possiamo dire che l'horror maccartista
degli anni cinquanta, pullulante di navicelle imperialiste ed extraterrestri
ostili, rappresentava una situazione di conflitto fra un'identità
precisa e un'alterità altrettanto definita, esemplificando nelle guerre
dei mondi la reazione di una società compatta e integra ad una minaccia
completamente eterogenita: un'altra forma, un'altra vita, un altro pianeta.
Totale distinzione dell'origine dunque, il male che viene da Altrove. Lo zombie
come ipotiposi si contrappone perfettamente all'alieno, e in questo senso
è parzialmente assimilabile al suo progenitore vampirico in quanto
personificazione ideale del nemico endemico. Paradossalmente lo zombi e l'uomo
sono l'uno dentro l'altro, sono la stessa cosa posta in due luoghi differenti,
al di qua o al di là di un confine che ha improvvisamente perso l'antico
nitore e si avvicina pericolosamente a diventare un punto vista, se i vivi e i
morti sono entrambi esseri semoventi e disperati, ugualmente in lotta per la
sopravvivenza e in competizione esplicita per il raggiungimento dei medesimi
obiettivi, che si tratti di una piccola casa, o dei beni di consumo
lussuriosamente ammucchiati nel desiderabile pacco natalizio di un centro
commerciale. E la contraddittorietà della competizione è
insormontabile: "Quando i morti camminano bisogna smettere di uccidere, o si
perde la guerra"
"C'è una condizione di d'infelicità
irrimediabile, perché l'origine si perde nelle tenebre. Bloomindgale,
per esempio, può far sorgere questa condizione. Tutti i grandi magazzini
sono simbolo di infermità e vuotezza, ma Bloomindgale è la mia
infermità speciale, la mia oscura incurabile malattia. Nel caos di
Bloomindgale c'è un ordine, ma quest'ordine per me è assoluta
follia
è l'ordine di una serie accidentale di accidenti
accidentalmente concepiti
da Bloomindgale mi disfaccio completamente:
sgocciolo a terra, disperato guazzabuglio di budella e ossa e cartilagini.
C'è l'odore non della decomposizione, ma della mèsaliance.
L'uomo, miserabile alchimista, ha fuso insieme, in un milione di guise e di
forme, sostanze ed essenza che non hanno nulla in comune. Perché nella
sua mente c'è un tumore che lo magia
insaziabilmente
"
Henry
Miller
David Skal osserva che nel primo capitolo i morti e
vivi si fronteggiano, in fin dei conti, per il possesso di una casa, un
sacrosanto per quanto scalcinato lembo di proprietà privata. In modo
ancora più esplicito l'ossessione del possesso torna in Zombi,
inequivocabilmente additata dalla presenza ridondante e iperbolica del centro
commerciale, paradiso del consumo, abnorme per mole, per qualità
cromatica e luminosa, colori vividi e zuccherini e sfavillanti vetrine e
perfino suoni tintinnanti sottofondi ideali da shopping, e soprattutto per
quantità di cose, merci e cibi e gioielli e televisori e armi. Un luogo
in cui c'è tutto. Il controllo del supermarket è l'ossessione
comune: lo desiderano i protagonisti, personaggi nel complesso tutt'altro che
negativi e anche vincenti, almeno finché restano prudenti e non si
distolgono dalle direttive lungimiranti di Peter, ma abbagliati
dall'attaccamento possessivo al loro eden materiale. Lo desiderano gli zombi,
anche più della carne viva che c'è dentro. Si radunano intorno
alla sua mole faraonica in una specie di pellegrinaggio ipnotico, seguendo un
impulso pavloviano che li riconduce al luogo centrale della loro prima vita. Lo
desidera la squadraccia di motociclisti sciacalli che riesce a fare irruzione
nelle scene finali per la gioia di Tom Savini, curatore di effetti speciali
destinati a restare nella storia dei colpi di machete e degli zampilli
arteriosi nonché -come in altri casi- entusiastica comparsa nel ruolo di
un biker sadico e di katana armato.
Peter e gli altri, forti sul numero della propria
"razionalità", intuendo una sostanziale equivalenza fra i due eserciti,
pensano semplicemente di lasciare che si scannino fra sé: anche se
questi individui disgustosi e laceri riuscissero ad occupare il supermercato
sarebbero incapaci di servirsene razionalmente, la loro avidità illogica
gli impedirebbe comunque di godere in modo consapevole quanto è
riservato ai misurati e concordi gestori del benessere. All'inizio è
esattamente quello che accade: la brutalità dei biker si sfoga
indiscriminatamente sia sul centro commerciale sia sui cadaveri ambulanti,
abbondantemente martirizzati con inutile sadismo. L'irrazionalità degli
zombi è diversa solo perché non c'è alcuna lussuria nella
loro violenza, a muoverli è la passiva caparbietà della massa
pronta a perseguire i propri bisogni seriali e indotti con ritmo uniforme. In
entrambi i casi il desiderio è caratterizzato dall'assenza di
motivazioni specifiche, è automatizzato, impersonale, non risponde e non
ricerca corrispondenze nelle istanze effettive dell'individualità. Il
piano di Peter dunque non fallisce per un errore di valutazione degli
avversari, ma per aver dato per scontato che la sua oligarchia raziocinante
conservasse quei legami fra l'individualità e i bisogni che nelle masse
indifferenziate degli sciacalli e dei morti appaiono irrimediabilmente
disciolti. Di fronte alla disordinata ma meticolosa demolizione cui gli
sguaiati centauri si dedicano non appena varcato l'ingresso, è proprio
Steve a lasciarsi coinvolgere nella lotta fra irrazionali ("tutto questo
è nostro, ce lo siamo guadagnato") segnalando così il proprio
nascondiglio ai nemici. La sua scelta è istintiva quanto autolesionista
perché mette in pericolo cose che teoricamente dovrebbero apparire
prioritarie rispetto ai tesori del comfort (la sua compagna, Jane, è
incinta). Ma il supermercato prevarica imperturbabile tutti quelli che lo hanno
sfrenatamente concupito nella carneficina finale, giustamente celebre per
efferatezza e ironia. Questa chiusura livella tutti i contendenti, vivi e
morti, con la sinistra anteposizione di un bene posticcio allo stesso principio
di autoconservazione e si riallaccia ordinatamente alla questione con cui si
apriva il film.
Nei primi minuti di Zombi le rappresentanze
dell'autorità culturale e istituzionale fanno di tutto per diffondere la
convinzione che gli zombi siano qualcosa di altro o ormai irrimediabilmente
diverso dall'essere umano: gli esperti invitano dai pulpiti televisivi ad
abolire l'emotività e considerare i morti alla stregua di una specie
diversa, i militari si impegnano -in una sequenza da manuale- a espugnare con
la forza il complesso residenziale in cui una comunità portoricana si
sforza di proteggere i morti dal sequestro legale, rifiutando di disconoscerli
come membri del proprio corpo sociale. Ma la verità è
evidentemente diversa, gli zombi non sono altro che un'irriconoscibile versione
dell'umanità.
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