"Se fossero andati al drive-in, come avevano programmato, non
sarebbe successo nulla di tutto ciò. Però Leonard aveva sentito
dire che ne La notte dei morti viventi c'era un negro protagonista. Non voleva
vedere nessun film con un negro come attore principale. I negri raccoglievano
il cotone, facevano le riparazioni in casa e sfruttavano le troiette negre, ma
non aveva mai saputo che facessero fuori gli zombi."
Joe R.
Lansdale
Il punto di vista del sudicio protagonista del racconto
La notte in cui persero il film horror descrive le sacche di primitività
che una società complessa e contrastante come quella americana custodiva
nel proprio dispersivo seno nel pieno del tumultuoso e progressista 1968. Se
Leonard avesse assistito alla proiezione, invece di preferire il folle
precipizio di un'assurda orgia di violenza per trascorrere la serata, oltre ad
una vita più lunga avrebbe guadagnato ulteriori traumi per la sua
mentalità di spettatore medio docilmente assuefatto a ben più
rassicuranti canovacci. L'unico personaggio in grado di mantenere
lucidità e fermezza di fronte all'avanzata dei morti e di riuscire a
sopravvivere all'assedio, l'eroe insomma, non solo è un nero ma viene
anche ucciso nel corso degli ultimi cinque minuti: ingloriosamente, dai buoni e
per errore. Un finale cinico, la versione amara dei capovolgimenti beffardi
così cari alla vena dissacrante dell'horror. L'eroe outsider è,
con la microsocietà obbligata ad interagire in uno spazio ristretto e
chiuso- lo spazio dell'assedio e della quarantena- e l'epilogo nichilista e
frustrante, uno degli elementi di fondo su cui molto si è discusso e che
si conservano fedelmente anche nei due successivi membri della trilogia.
C'è chi indica in questa coerenza di Romero la spia della sua tendenza
alla ripetitività e alla compulsione dell'auto- remake mistificato,
quando non il furbesco proposito di campare tutta la vita su una sola idea, per
quanto illuminate e geniale. La produzione estranea al filone dei morti viventi
in effetti fa pensare che Romero, fuori dal suo habitat naturale
dell'ossessione da contagio (la città verrà distrutta all'alba) e
dell'umanissimo squallore della mostruosità (Martin), non abbia un gran
ventaglio di argomenti da proporre, ma per quanto riguarda il corpus zombesco
bisogna riconoscere che ognuno dei tre film può considerarsi
assolutamente necessario.
Più che un formato standard
replicato in differenti ambientazioni pare di assistere allo svolgimento per
tre tappe di una vera saga, che ovviamente detiene gli elementi base postulati
nel primo 'episodio'. Se poi si è scelto di dislocare tali tappe in tre
decenni diversi c'è da considerare la possibilità che al regista
la società aggredita con il primo film non dovesse apparire poi tanto
cambiata, per lo meno in quegli aspetti che gli interessava demolire
(possibilità che magari si integra anche, armoniosamente, con
l'oggettiva necessità di campare). Ben della Notte, come Peter di Zombi
(Dawn of the Dead, 1979), deve la propria marginalità all'appartenenza a
una minoranza etnica, mentre Sarah è una donna costretta a confrontarsi
con l'ambiente militare, idolo polemico del terzo film, Il giorno degli zombi
(Day of the Dead, 1985), condannato anche e non da ultimo per la sua
connotazione sessista (le allusioni alla vita sessuale di Sarah sono
praticamente la sola forma di confronto con lei di cui Rhodes e i suoi uomini
si mostrano capaci). Questa marginalità dell'eroe oltre a servire la
corrosiva ma non originalissima accusa all'uniformità segregazionista di
una società per il momento strapotente ma tutto sommato incapace e
viziata, introduce un ulteriore elemento di complessità, per lo meno una
volta accettata l'ormai classica equazione interpretativa che fa corrispondere
il rapporto fra gli umani e gli zombi a quello fra la società del
benessere o primo mondo e le realtà di degradazione sociale o
sottosviluppo tecnico- economico. In questo senso la condizione di esclusione
situa i protagonisti forti, in grado per lo meno di combattere se non di
vincere, in quel ruolo che una volta traslato nella metafora competerebbe agli
zombi. Ovvio che, continuando a riprodurre in scala ridotta tensioni
disgreganti e incurabili lesioni interne la comunità resti incapace di
serrare i ranghi per fronteggiare il macro conflitto. La cosa è
evidentissima in Night of the Living Dead, quando il gruppo è costretto
a dividersi anche logisticamente, dovendo scegliere fra Ben e Cooper, fra la
casa e la cantina, o ancor più esplicita in Day of the Dead , in cui
alla fazione dei militari si contrappone quella degli outsider, composta, in
dettaglio, da una donna, un soldato messicano oggetto del razzismo dei colleghi
e in pieno esaurimento nervoso, un afroamericano e un alcolizzato che finiscono
per raggrupparsi alla periferia del bunker, ai margini della zona di sicurezza,
per condividere una casa mobile incredibilmente simile proprio a quelle che
caratterizzano gli agglomerati periferici americani abitati dalle classi
sociali più basse. In fondo anche in Zombi, il film in cui l'aspetto
autolesionistico dell'ecumene umano riguarda meno direttamente il quartetto
degli assediati, sono gli istinti prevaricatori di altri uomini a far
precipitare la situazione.
Da queste premesse scaturiscono fluidamente i finali
romeriani, che a ben guardare somigliano tutti ad (in)conclusioni senza
vittorie, solo varie e comunque deprimenti gradazioni della stessa sconfitta, a
meno di non voler considerare vittoria il trionfo di cadaveri che non
conservano coscienza e più che vivere "perdurano" nella propria carne
collassata e corrotta, in uno scioccante automatismo vegetativo. In effetti,
bisogna prendere atto del progressivo scemare dell'elemento pessimistico nel
progresso della saga. Anche se il rifugio alla fine viene puntualmente occupato
dai morti, nel secondo e nel terzo capitolo alcuni personaggi si salvano: in
Zombi vediamo partire- ma non sapremo mai verso quale destino- Peter e Jane,
lei incinta con tutte le implicazioni di possibile rigenerazione e rinascita
che ne conseguono; in Day of the Dead Sarah e due dei suoi compagni raggiungono
perfino un pacificante panorama da atollo tropicale e anche in questo caso un
possibile soluzione di rigenerazione a partire da una nuova coppia adamitica
è suggerita dall'esplicita riflessione di uno dei superstiti. Il
pessimismo di fondo tuttavia permane sempre e inconfutabilmente per quanto
concerne la soluzione del conflitto uomini- zombi intesi come due realtà
sociali in complesso e insolubile rapporto di interdipendenza. La
società cannibalica che ha generato i mostri e ne subisce l'attacco
resta istericamente imprigionata in una coazione a ripetere, si smembra da sola
e finisce per cedere all'inevitabile processo di autofagia che ha
innescato.
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