"Gli zombi sono un incubo liberale. Ecco finalmente le masse,
che tanto vorremmo amare, che si presentano alla porta di casa nostra con i
visi che cadono a pezzi. Noi cerchiamo di mostrarci più umani possibili,
ma loro si mettono a divorarci il gatto. E la paura dell'attività di
massa, dell'irrazionalità su scala nazionale, spiega la mia paura degli
zombi."
Clive
Barker
el 1954 Neville, l'eroe di Richard Matheson, apre gli
occhi per godersi in tutta solitudine l'alba del post-umano, ultimo isolato
esemplare di una specie obsoleta. L 'animale più superbo
comparso sulla faccia della terra, si trova a fare i conti con uno sviluppo
inatteso di quei processi evoluzionistici che anche considerati dallo scomodo
punto di vista dell'anello di congiunzione conservano inalterata la propria
ineludibilità di legge, pur stentando a mantenere la stessa ottimistica
aura di ragionevolezza e giustizia "naturale". I Am Legend, fedele al suo
riassuntivo titolo, si conclude con la definitiva consegna alla nuova specie,
quella dei vampiri, non solo del predominio di fatto sul mondo ma anche della
dignità esclusiva di normalità: il percorso da antica leggenda a
nuova realtà si compie nella stabilizzazione di un nuovo status quo, che
cancella nell'attimo stesso in cui si instaura le ultime vestigia viventi di
una vecchia storia, di un passato che frettolosamente si avvia a diventare puro
mito. Nel trarre ispirazione da Matheson per il suo celebre film, il giovane
regista di origine portoricana George A. Romero apporta all'idea originaria
modifiche tanto audaci da far pensare ad un altro soggetto, ma raccoglie in
pieno la spaventosa ipotesi dell'estinzione umana, e ne svolge le già
complesse implicazioni in modo fortemente politico, dando alla luce una livida
metafora in bianco e nero, della durata approssimativa di 90 minuti e
decisamente a basso costo, ma precisa come una frustata destinata a percuotere
un considerevole numero di coscienze piuttosto sporche.
Narra la leggenda che l'onere e l'onore di mettere insieme i
6000 dollari necessari alla lavorazione e alla distribuzione di Night of Living
Dead (la notte dei morti viventi, 1968) spettarono alla casa di produzione "The
Film Makers", fo ndata qualche tempo prima dallo stesso Romero e da
"altri squattrinati che lavoravano nel cinema". Sebbene questa autodefinizione
sintetizzi piuttosto efficacemente la mancanza di esperienza e fondi con cui il
gruppo di giovani cineasti dovette fare i conti, il film non ha nulla di
dilettantesco. La robusta ossatura tematica ne ha fatto, complice qualche
esagerazione, un autentico manifesto necrologico del sogno americano, ed
è di questo aspetto che l'articolo intende trattare, seppure nei limiti
di un'analisi semplice e breve. Tuttavia è indispensabile sottolineare
che, a differenza di altri film "alternativi" di culto la cui importanza
è principalmente "storica", Night of Living Dead è un prodotto di
altissimo livello anche in senso squisitamente stilistico. Romero affronta un
soggetto molto vulnerabile rispetto al rischio di eccessiva staticità-
la disperata resistenza di sei persone asserragliate in una casa assediata da
frotte di risurgenti antropofagi- scegliendo un'interessante e colta soluzione
di ripresa che, portata avanti con sistematicità quasi proterva per
l'intera durata del film, finisce per costituirne l'inconfondibile cifra.
Si tratta senz'altro di una delle pellicole più
riconoscibili della storia del cinema: un estratto qualsiasi, per quanto breve,
è più che sufficiente a identificare le celebri inquadrature
oblique che raccontano ogni fotogramma da una prospettiva straniante e
finiscono per eguagliare l'impatto emotivo di una soggettiva, ricordando
più da vicino la disarticolata e angolare percezione di un incubo che
non lo sguardo largo e onnisciente della macchina da presa. Le scene e le
sequenze si concatenano in perfetto rigore da scuola di cinema, secondo
severissime regole di equilibro narrativo: proprio quest'esposizione
paradossalmente sorvegliata dell'assoluto trionfo del caos e della
degenerazione anarchica riproduce la lucidità nevrotica con cui si
prende atto di una verità irrazionale e abnorme. La freddezza
neorealista della fotografia, inedita nel cinema fantastico, ci conferma che
tutto sta accadendo davvero anche quando ricerca la credibilità nella
crudezza delle viscere, dando inizio a quella esibizione della
vulnerabilità della carne che informerà tutto il cosiddetto new
horror. Le carcasse deturpate dei morti e l'ingordigia con cui si accaniscono
sulle interiora gommose dei due fidanzatini non sono orribili in sé, non più di quanto potrebbero
esserlo le vivide frattaglie da macelleria di Hershell Gordon Lewis, pur
apprezzabili ma tutt'altro che inquietanti. È la sospensione
dell'incredulità a fare la differenza, catturata dall'iride gelida di
questa cinepresa nessuna atrocità sembra davvero improbabile. Il disagio
indotto dalla verosimiglianza estetica si somma a una crudezza tematica dettata
da manifesta intenzione demistificatoria. Il senso di colpa, confusamente
intrecciato alla repulsione più epidermica e al terrore
dell'inesorabile, è il principale sentimento su cui fa leva il film.
|