Home page



- Armadilli in Transilvania -
Fascino esotico e terrori xenofobi
dalle pagine di Stoker al film di Tod Browning  (pag 2/5)



Questo confronto conflittuale con lo straniero non è raccontato "oggettivamente" e forse non è neppure del tutto consapevole nel raccogliere suggestioni lungamente sedimentate nel cosiddetto inconscio collettivo. La prospettiva è specifica, di una specifica parte sono le paure rappresentate: vediamo dunque come questa parte descrive la relazione con l'altro nei due momenti di contatto in cui è possibile dividerla. Nel primo momento (viaggio di Harker-Renfield) il contatto con l'Altro avviene in una situazione apertamente svantaggiosa, quando questi è protetto e ossequiato dalla propria terra d'origine, una Transilvania che all'epoca di Stoker era considerata, come dimostra Lorinczi, il luogo più orientale d'Europa. Coerentemente a questo presupposto possiamo riconoscere in Dracula la tipica figura tirannica per cui l'Oriente sarebbe patria ideale, in quanto "naturalmente" inadatto ad un genere di potere che non sia assolutamente dispotico, secondo un arcinoto e pluricommentato modello/stereotipo le cui prime ascendenze sono troppo lontane e complesse perché si possa in questa sede anche solo accennarvi, e che tuttavia possiamo brevemente indicare come già assurto a solida compiutezza di teorizzazione in Machiavelli, ulteriormente sviluppato dai philosophes impegnati a definire per contrasto un'idea di Europa, strumentalmente riproposto in età coloniale e approdato intatto alla contemporaneità, se Edward Said può ancora riconoscerlo, pressoché inalterato e ancora una volta in funzione politica, nei discorsi di Kissinger. A questo primo momento fa seguito un secondo in cui è il vampiro/straniero a trovarsi nell'habitat della propria controparte. Qui la sua pericolosità, lungi dall'annullarsi, si traduce in una minaccia più subdola e incontrollabile, generando la fobia dell'invasione nella sua forma più pericolosa e silente: quella del nemico che finisce per mescolarsi alla comunità e per propagarsi in essa assimilandola a sé, conquistandola dall'interno.

Il momento fatale della comunicazione fra i due mondi, punto di rottura di un equilibrio preservabile solo a prezzo dell'isolamento, segna l'esplosione del conflitto latente, originando il dramma. Esattamente da questo momento comincia il film di Browning, come del resto già quello di Murnau, proponendo l'esordio stokeriano del viaggio nella terra straniera, incognita, incomprensibile e pericolosa. Il viaggio è compiuto in Murnau da Harker-Hutter, in Browning dall'eccezionale Dwight Frye- Renfield, ma questa non è l'unica differenza nelle due letture dell'antico ed illustre topos che simboleggia il viaggio nel mondo dei morti, spesso culminante proprio nel significativo attraversamento di un varco, un vasto portale o un ponte levatoio che conduce al castello misterioso, luogo incantato e pericoloso, dalla cui sospetta ospitalità sarebbe buona regola guardarsi. Per Murnau il momento drammatico del passaggio è segnalato con suggestioni visive forti ma non del tutto immediate, in grado di suscitare un terrore puramente soprannaturale, assolutamente etereo: è la corsa in negativo della carrozza, segno di una realtà capovolta e improvvisamente ingiudicabile, a segnalare l'ingresso in una dimensione ancor più che altra: ulteriore. In Browning il Mondo Altro è segnalato dalla cruda descrizione dell'ambiente anziché attraverso virtuosismi fotografici. L'assurdità disorientante non è data dall'improvviso piombare in un'atmosfera metafisica ma dall'alienità di un luogo sicuramente concreto eppure incomprensibile: la terra straniera.

Anche se ben lontana dal meraviglioso indugiare sul paesaggio che vedremo in Werner Herzog, anche perché per lo più recuperata attraverso immagini d'archivio ingegnosamente montate per l'occasione, la Transilvania di Browning riesce comunque a risultare arcaica e pericolosa: le foreste, i montuosi e spersi paesaggi, la popolazione locale, ritratta con manieristico colore, costituiscono altrettanti "segni" forti e (fin troppo) chiari di un'alterità affatto fisica. Questa concretezza non ha tuttavia nulla di rassicurante perché il mondo "al di là delle foreste" e la sua gente conservano un'intimità con il soprannaturale che il "civilizzato" Renfield ha rimosso. I transilvani che viaggiano sulla sua stessa carrozza rispettano con consapevole prudenza l'interdizione di viaggiare nella notte di Walpurga, uno di quei particolari periodi dell'anno consacrati alla comunicazione del nostro mondo con quello dei morti in cui si svolgono le estasi medianiche degli stregoni, le terribili marce dell'Esercito Furioso e ogni altra indebita forma di interazione fra i due piani esistenziali. Ma Renfield ha dimenticato (diversamente da chi, come vedremo, sarà in seguito in grado di affrontare e sconfiggere il vampiro) i veridici fondamenti di certe "superstizioni", e questa rimozione, continuamente rinnovata nel corso del suo soggiorno rumeno, gli impedisce, perlomeno finché non è troppo tardi, di condividere il terrore dello spettatore che, onnisciente, assiste alla vicenda attendendo il momento in cui il Male si rivelerà all'inconsapevole viaggiatore. E così anche questo incauto razionalista si accinge a compiere il fatidico passaggio verso la nuova (ir)realtà a bordo della carrozza guidata da Dracula stesso, attraverso una strada che percorre un aspro crinale, fiancheggiando l'abisso, sospesa fra la terra ancora solida nella sua diversità e la misteriosa altura del castello. A questo punto la realtà scompare, coperta dalla nebbia, e il non visibile diventa il nuovo spazio.

Il portale del castello si spalanca, rivelando la fatiscenza inabitata di un'architettura composita. Il conte è pronto a fare la sua comparsa sulla cima di una scalinata: la più tipicamente hollywoodiana presentazione della Star. Si muove con una versione particolarmente rigida, direi imbalsamata, dell'eleganza aristocratica che vorrebbe incarnare. Io lo trovo, anche nella sua sinuosità, leggermente robotico. Ad esempio, nella scena in cui serve la cena rifocillante a Renfield ostenta una compostezza quasi eccessiva, si comporta davvero come un cameriere, in piedi accanto al tavolo con la bottiglia di vino, e i numerosi leggeri inchini in cui ha occasione di prodursi nel corso della pellicola rivelano la stessa esasperata disciplina nella postura. Questa rigidità a tratti ingenua lascia supporre un'energia animalesca e maligna studiatamente trattenuta ma non del tutto occultata, anche perché continua a brillare pericolosamente nel nero delle pupille, illuminate ad arte con appositi faretti grazie ad un escamotage d'artigianato per conferire allo sguardo del vampiro uno sfavillio preternaturale e ferino. La presentazione del conte, per quanto di maniera, potrebbe considerarsi già perfetta così, ma il montaggio di Browning intervalla il cursus solenne dell'entrée con dettagli di piccole presenze animali che bucano brevemente lo schermo. Prima gli insetti, blatte, dalle inquietanti sembianze aliene che simboleggiano l'invisibile e strisciante onnipresenza del male, funzione spesso assolta al cinema dagli animali "sotterranei", specialmente dai topi che però si distinguono, soprattutto in Herzog, per una più pesante allusione al contagio pestilenziale. Poi, a proprio agio sotto la scala del conte proprio come due topini domestici, ci vengono mostrati gli Armadilli.




Webmaster Demon

Design by


© De Profundis copyright 2000-2002 - All rights reserved, all pictures and texts are respective author's property.