Siamo nel 1985 in piena amministrazione Bush e in una New York che deve iniziare a fare i conti con il dramma dell’AIDS, Prior inizia a presentare i primi sintomi della malattia. Quando ne mette a conoscenza il proprio fidanzato Louis, il suo affetto sembra dare segni di cedimento. Joe è invece un avvocato cresciuto con i sani (sic) principi mormoni alle prese con un matrimonio difficile, con l’incapacità di accettare la propria omosessualità e una moglie, Harper, che tenta di dissimulare il disagio per un fallimentare matrimonio con i medicinali. Hannah è la madre di Joe che non esita a lasciare Salt Lake City per trasferirsi in una New York dove si sente decisamente poco a casa, pur per prendersi cura di Harper. Il capo e mentore di Joe è Roy Cohn, un uomo potente almeno quanto cinico e opportunista, perseguitato dal fantasma di Ethel Rosenberg e incapace di ammettere la natura del proprio male, un male che secondo la comune opinione dell’epoca poteva colpire solo gay e drogati e lui di sicuro non è un drogato e la società non deve sapere che è gay.
Angeli che si accoppiano con umani per salvare il paradiso dalla dipartita di Dio avvenuta molti anni prima e coincisa con il terribile terremoto di San Francisco del 1906, personaggi immaginari che perseguitano i protagonisti o che, semplicemente, tengono loro compagnia fornendo un appiglio per sopravvivere alla realtà dura e cruda. Questo è Angels in America.
Realizzato mantenendo per molti aspetti un taglio prettamente teatrale, dallo smodato uso dei dialoghi a due, all’impiego di poco probabili scenografie adottando una tecnica registica caratterizzata da una freddezza che si avvicina al modo di fare cinema di Von Trier contrapposta all’uso di una colonna sonora avvolgente e ad una spettacolarità volutamente strabiliante di alcune scene, questa vera e propria chicca televisiva poco ha a che spartire con le altre produzioni dello stesso tipo.
Oltre alle profonde implicazioni sociali dei temi trattati è molto curiosa la scelta del regista di far interpretare più ruoli agli stessi attori. Attori a che Nichols dimostra di saper inserire perfettamente nell’opera: un grandioso Al Pacino che veste i panni del cinico avvocato di successo pur fornendo una delle sue migliori prove, non è affatto al di sopra dei propri bravissimi colleghi, dall’ ottima Meryl Streep al camaleontico Jeffrey Wright passando per una Emma Thompson che non ti aspetti.
Tratto da un’opera che già ai tempi della sua uscita destò un certo scalpore, Angels in America è uscito come mini serie della durata di sei ore. L’opera è divisibile in due parti, la prima delle quali è imperniata di pessimismo per il futuro, per i rapporti umani e la vita di coppia, seguita da una seconda parte che lascia maggior spazio a prospettive di cambiamento in cui i personaggi della vicenda si incontrano, si confrontano e da questo confronto sembra poter nascere una nuova speranza per il futuro.
Amato dal pubblico d’oltreoceano, osannato dalla critica e letteralmente coperto di premi, questo lavoro rimane un vero e proprio cult che dimostra quanto il pubblico televisivo sia in grado di apprezzare prodotti di buona fattura screditando quanti affermano che il basso livello dei lavori destinati al piccolo schermo sono la risposta a una domanda che non tiene conto della qualità.
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