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ZEDER


 
Titolo originale:  Zeder
Produzione:  Italia, 1983
Regia:  Pupi Avati
Cast:  Gabriele Lavia, Anne Canovas, Paola Tanziani, Cesare Barbetti
 


Sull'onda del successo internazionale che portò il film "Zombi" (Dawn of the Dead, 1978) di George A. Romero, nelle nostre sale cominciarono a prendere il sopravvento una serie (quasi) interminabile di scopiazzature made in Italy ispirate al sempre affascinante tema dei "morti viventi". Ricordiamo per dovere di cronaca i fulciani "Zombi 2", "Paura nella città dei morti viventi" e "L'aldilà" e i trash che più non si può di "Zombi Horror" e "Zombi Holocaust", tutti risalenti all'inizio degli anni Ottanta. In mezzo al mare di sangue, budella, viscere e interiora di questi capolavori del B-movie rigorosamente vietati ai minori di 18 anni, ecco spuntare un gioiellino completamente e assolutamente di casa nostra (siamo dalle parti di Rimini, più di così…) da parte di Pupi Avati, "Zeder", film girato nel 1982 che uscirà nell'estate dell'83, dove il regista torna sui suoi passi di autore prettamente fantastico dei primi tempi, ambientando una vicenda nera nell'assolato entroterra emiliano-romagnolo, da sempre patria dei suoi film.

Con questo film, Pupi Avati ci riporta alle atmosfere dei tempi de "La Casa dalle finestre che ridono" (1976), dove l'apparentemente tranquilla (e noiosa) campagna emiliana si rivelava terrificante e mostruosa col calar della notte; in "Zeder", Avati ci conduce in un pericoloso viaggio verso gli inferi partendo da un'idea assolutamente geniale: il protagonista, Stefano, giovane studente bolognese con velleità di romanziere, scopre delle frasi misteriose scritte sul nastro di una vecchia e monumentale macchina da scrivere elettrica regalatagli dalla moglie, e decide quindi di volerne sapere di più. Rivoltosi ad un suo professore dell'università, viene a conoscenza di una "leggenda" degli inizi del secolo, secondo la quale un vecchio apolide, un tale Paolo Zeder, avrebbe scoperto delle zone, che lui chiamava "K", la cui particolarità geologica fosse quella di poter far tornare alla vita chi vi venisse sepolto, terreni dove si vivrebbe un non-tempo, una non-stagione, una non-crescita, una non-morte, insomma un "tempo zero", permettendo il ritorno dall'aldilà, dalla morte. Incuriosito e allucinato da tutto ciò, Stefano decide di intraprendere una indagine personale su questo Zeder, convinto che sia un ottimo spunto per il suo nuovo romanzo; benchè contrastato dalla moglie, Stefano incontra da qui una serie di personaggi che scoprirà poi legati assieme da un unico filo conduttore, alla ricerca di quella terrificante verità che lo condurrà fino alla riviera romagnola, dove ha sede il luogo dei nefandi esperimenti che un gruppo di scienziati francesi capeggiati dal dottor Meyer sta attuando.

Forse le teorie di Zeder non erano poi così fantastiche... Dopo un attacco avvincente, di gusto gotico, ambientato a Chartres, in Francia, nel 1956, dove si dà l'avvio a tutta la vicenda, l'azione si sposta a Bologna ai giorni nostri, dove Avati muove sapientemente le sue pedine in un gioco al massacro di estrazione fantastica; a cominciare da Gabriele Lavia, uno dei nostri più grandi attori di teatro, che qui dà prova delle sue capacità drammatiche impersonando alla perfezione (anche se un po' troppo freddamente forse) il ruolo di Stefano, giovane studente fuori corso smanioso di successo e letteralmente divorato dalla curiosità di uno "scoop" più grande di lui.

La giovane moglie ha la bellezza intrigante di Anne Canovas, che dimostra la sua bravura sin dal tranquillo inizio fino ad arrivare all'agghiacciante finale, mentre a contorno della vicenda ritroviamo un cast di tutto rispetto, a partire dall' attore-doppiatore Cesare Barbetti (voce di Robert Redford) nel ruolo del cinico dottor Meyer, Paola Tanziani, brava attrice di teatro, Marcello Tusco, altra voce nota del cinema e della tv italiani, fino ai soliti componenti del gruppo di Avati, tra cui Ferdinando Orlandi, che impersona un misteriosissimo collaboratore dell'equipe di scienziati e Bob Tonelli, nell'altrettanto misterioso ruolo del capo dell'organizzazione . La suggestiva fotografia di Franco Delli Colli ci immerge dapprima nei caldi e assolati panorami cittadini per poi spostarsi a quelli, sempre caldi ma più balneari della costa romagnola, pur rendendo in continuazione una sensazione di inquietudine che mai avevamo avvertito in luoghi così prima d'ora: la notturna (e apparente) tranquillità dei Giardini Margherita di Bologna e la vivacità di uno stabilimento balneare sull'Adriatico affollato di bagnanti e bambini che giocano, sono tutti elementi che contribuiscono psicologicamente all'accrescimento della tensione nello spettatore; sono proprio questi, i luoghi di relax e divertimento di tutti gli italiani, che d'un tratto si riscoprono essere custodi di segreti incredibili, dei quali la gente deve rimanere ignara.

Anche la musica ad hoc di Riz Ortolani ben suggella la narrazione avatiana, scandendo in modo inquietante o più violento i diversi momenti dell'opera, e contribuisce egregiamente alla realizzazione di alcune scene ad effetto, veri e propri colpi di scena ai danni dei poveri spettatori. "Zeder" è un film perfetto: e non lo affermo solo perché gran sostenitore del cinema di Pupi Avati, ma perché la macchina da cinema funziona impeccabile dall'inizio alla fine; i tempi sono giusti, i tagli delle inquadrature perfetti, gli attori azzeccati: questo è cinema. Anche se da perdonare (ma sono elementi che passano in secondo piano, quasi inosservati) il tentativo che Avati si ripropone di fare dopo l'exploit della "Casa dalle finestre…" di alcuni anni prima, che tanto successo (anche all'estero) ebbe avuto, e alcune lacune di sceneggiatura, peraltro abbastanza complicata, che abilmente ci fa perdere traccia di alcuni personaggi e situazioni, "Zeder" è un film che coinvolge lo spettatore, e questa è la cosa importante: il pubblico non viene mai lasciato solo, viene accompagnato con mano maestra dall'autore verso gli antri bui e minacciosi di una realtà che ci troviamo innanzi tutti i giorni.

Sicuro è che suggestioni e inquietudini così non ne vivremo più da qui in avanti, lo stesso Avati probabilmente col tempo è andato un po' riassestandosi nei binari del quotidiano, e anche del passato, ma quasi sempre rimanendo in ambiti di storie familiari o personali, campo dove peraltro l'autore è un maestro nel vero senso della parola; per cui, recuperiamo questo "Zeder", finchè siamo in tempo, non lasciamocelo sfuggire. E chissà che a qualche editore del settore home-video non venga in mente un giorno o l'altro (come è già successo con "La Casa dalle finestre…") di proporlo in videocassetta, magari in qualche collana di cinema "da recuperare".


 
Luca Servini


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